Che Tsukamoto Shinya avesse deciso di realizzare con la sua prima pellicola internazionale (escludendo lo sgraziato esperimento nipponico ma in inglese di “Tetsuo: The Bullet Man”) un Vietnam movie che riflette sulle esperienze nella comunità afroamericana non era plausibilmente nella cartella da bingo della maggior parte dei cinefili, ma questa sorpresa del regista giapponese arriva nella cornice ormai famigliare della Mostra del cinema di Venezia e ciò contribuisce a ridurre lo straniamento di fronte a questo peculiare tentativo dell’autore nipponico. Questi ha infatti presentato a Venezia la maggior parte dei suoi film da “Bullet Ballet” (1998) in poi, compresa la sua penultima regia, l’affascinante “Hokage”, di cui “Mr. Nelson, Did You Kill People?” (d’ora in poi “Mr. Nelson”) è quasi un successore spirituale, nonché per certi versi un vero e proprio rispecchiamento. Le medesime questioni che animavano il film del 2023, ovvero la meditazione sulla continua perpetuazione della violenza e sulla guerra come massima aberrazione sociale, si ritrovano anche nell’ultima opera di Tsukamoto, spesso presentate in maniera ancora più insistita, sottolineando la possibile urgenza percepita dal cineasta, in un mondo che pare sempre più bellicoso.
Anche a livello visivo “Hokage” e “Mr. Nelson” si rassomigliano, con la fotografia che alterna le sfumature ocra dei contesti urbani (lì era un sobborgo distrutto di una città giapponese, qui i bassifondi di New York) a una selva di verdi quando l’ambientazione si sposta in campagna, dove gli echi del male della guerra si mostrano nella loro reale forma, non mediata dagli episodi psicotici che tormentano il protagonista eponimo. I colori desaturati e un frequente ricorso a primissimi piani sono da anni tratti caratteristici del cinema di Tsukamoto, ma qui paiono più esasperati che mai, rappresentando in maniera minuziosa, quasi ossessiva, le conseguenze della violenza bellica sui corpi, sui volti e sull’ambiente, sia su chi la subisce sia su chi la perpetra. Per quanto riguarda l’efferatezza delle immagini si è prossimi al trucido “Fires on the Plain”, d’altronde l’unico altro war movie in senso proprio del regista giapponese, il quale non esitava, come “Mr. Nelson”, a mostrare gli orrori di cui il protagonista e i suoi commilitoni si rendono colpevoli, in una lunga serie di crimini di guerra a cui non ci si abitua mai grazie allo stile iperbolico dell’autore di Tōkyō.
Se l’uso bombastico del sonoro è sicuramente un marchio di fabbrica di Tsukamoto, e qui non a caso è implementato al massimo della sua potenza, e il carattere estremo delle immagini di corpi mutilati e putrefacenti non è di certo qualcosa di nuovo per un cineasta che ha reso lo sguardo quasi morboso della macchina da presa un caposaldo stilistico, è la ripetizione insistita di tali elementi a portare “Mr. Nelson” a nuovi livelli (non per questo più estremi) di crudezza. Ciò appare motivato dalla scelta stessa del soggetto, ovvero il percorso del (realmente vissuto) veterano del Vietnam e attivista Allen Nelson per venire a patti con quel che ha fatto, un tragitto tutt’altro che lineare, ma frammentario e pieno di ricadute, come d’altronde la narrazione del film. Ondeggiando fra episodi psicotici e parentesi di apparente normalità, destinata però a infrangersi in un altro bombardamento sonoro e di immagini montate rapidamente, la vita del veterano interpretato da Rodney Hicks si riflette nella struttura del film, la quale si fa più ordinata e meno episodica (pur non mancando ancora squarci di ultra-violenza) quando il protagonista inizia a seguire le indicazioni dello psicoterapeuta interpretato da Geoffrey Rush, cominciando a far intravedere, ovviamente senza raggiungere, la possibilità di una vita, di una concezione di sé, alternativa.
Ed è in questo elemento che si scorge quello che forse è lo scarto principale (oltre ovviamente all’ambientazione e al contesto produttivo) di “Mr. Nelson” rispetto alle precedenti incursioni nel cinema bellico (e post-bellico) di Tsukamoto Shinya, ovvero la psicologizzazione del trauma e la creazione di una possibilità per superarlo, laddove nei film precedenti poteva essere solo mascherato, vendicato o eliminato, eliminando però sé stessi nel processo (come fatto rispettivamente dai tre co-protagonisti adulti di “Hokage”). In questo il film del regista giapponese pare avvicinarsi alle coordinate del war movie statunitense, costantemente alla ricerca delle motivazioni che portano una persona in apparenza comune a compiere atti tanto efferati, con la ripetizione del “perché” con cui lo psicoterapeuta assilla Nelson a ogni seduta, al termine dei frequenti flashback che intervallano la sezione centrale del film. Sebbene la pellicola rifugga soluzioni platealmente assolutorie per il protagonista, le quali lui stesso rivela di voler evitare durante la sua conferenza finale in Vietnam, questa forma di scavo psicologico si rispecchia nell’interpretazione individuale della violenza che viene suggerita nella pellicola, lasciando sullo sfondo le tematiche sociali menzionate soprattutto nella prima metà.
“Mr. Nelson, Did You Kill People?” è un altro film-specchio, che riflette su sé stesso, sui suoi temi e soprattutto sulla sua forma, la parabola del proprio protagonista, la cui costante ricerca di un modo per venire a patti con quanto compiuto in Vietnam si trasforma nella parte finale in un viaggio per rendere pubbliche le malefatte dell’esercito statunitense nel paese asiatico (e non solo), andando oltre la struttura a flashback che compone la sezione centrale della pellicola. Ma frammenti di quel passato continuano a tormentare Allen Nelson come continuano a intervallare anche gli ultimi momenti del film, ribadendo quanto la guerra sia ancora una forza annichilente e in fondo inesplicabile, un incendio che consuma ogni cosa e la cui ombra continua a oscurare le sue vittime per molto tempo. Nel portare le riflessioni di “Fires on the Plain”, “Killing” e “Hokage” presso altri lidi Tsukamoto Shinya pare rimanere in parte avvinto nelle spire dei cliché di quelle terre, del Vietnam movie che è un caposaldo del cinema statunitense, finendo per realizzare una sorta di “film turistico”, una parentesi come quella di tanti altri grandi registi alle prese con industrie ben diverse da quella d’origine. Non resta allora che abbandonarsi all’impatto delle sue immagini e del suo comparto sonoro, per sentire, anche solo per pochi attimi, quella forza che Tsukamoto non ha mai smesso di mostrare.
05/09/2026