Alita – Angelo della battaglia

Alita – Angelo della battaglia


Robert Rodriguez

Azione, Coming Of Age, Fantascienza | Usa
(2019)

Based on the graphic novel (“manga”) “Gannm” by Yukito Kishiro

In un’industria che punta sempre più univocamente alla minimizzazione del rischio l’adattamento di un manga come “Gannm/Ganmu” poteva essere in effetti un’operazione non interna alla comfort zone produttiva: progetto pensato, abbandonato e rielaborato per quasi vent’anni da James Cameron e da una sequela di amici e collaboratori, tratto da una serie di fumetti molto nota agli appassionati ma difficilmente al pubblico mainstream, realizzato dal mercenario anarchico dell’industria hollywoodiana per definizione, Robert Rodriguez, l’uomo capace di passare in un paio d’anni da dirigere trucidi post-western a confezionare film per famiglie a dir poco cringeworthy (sorte che tra l’altro pare capitata anche a Eli Roth, altro esponente della ex-premiata ditta tarantiniana) e viceversa. Le premesse per qualcosa di perlomeno interessante c’erano tutte e ciò che più fa soffrire è che ognuno dei potenziali punti di interesse della sopra descritta alchimia non solo non si amalgami con equilibrio agli altri ma addirittura finisca per non funzionare di per sé.

Eppure l’incipit di “Alita: Battle Angel” è promettente, proponendo una raffigurazione del mondo post-apocalittico della Città di ferro che si distanzia in parte dalla fonte ma che facendo ciò ottiene maggiore vividezza, passando da una cupa desolazione à la “Akira” a una multietnica favela, cui la fotografia di Bill Pope, colui che fu cinematographer di “Matrix”, da pienamente giustizia. Le tinte luminose della prima metà sono pertanto in buona parte garantite dall’eccellente lavoro sulla luce e dalle scenografie di Eddleblute e Joyner, dando all’intero mondo di “Ganmu” una parvenza quasi deltoriana, che nei momenti migliori rimembra “Hellboy – The Golden Army” (il primo corpo di Alita, gli skyline delle città, ma anche la generale bellezza dei “mostri”) e che è facile considerare un tributo a colui che consigliò nel lontano 2000 il manga a Cameron. La meraviglia estetica si accompagna a quella causata dall’enorme qualità tecnica raggiunta dalla motion capture e dalla CGI tutta (da questa, soprattutto, data la perfezione con cui si fonde col mondo circostante, principalmente ricostruito in studio) e rende più sopportabili certi evitabili spiegoni, che pure non compromettono la tenuta complessiva della prima ora, sospesa in una sorta di limbo in cui si predilige lo sviluppo dei personaggi e l’introduzione delle principali feature del franchise a discapito dello sviluppo della trama stricto sensu.

Necessaria annotazione: il film di Rodriguez adatta con molta libertà e non poca confusione i ben 53 capitoli, di varia lunghezza, dell’opera scritta da Kishiro tra 1990 e ’95, rifacendosi più che altro ai due OVA della Madhouse che nel ’93 trasposero i primi due volumi cercando di legarne la narrazione, a dir la verità piuttosto episodica per la maggior parte del manga, e di dare al contempo autoconclusività all’ibrido tramite la fusione di personaggi e situazioni. Già all’epoca, nonostante la qualità dell’animazione, il risultato parve discutibile ma l’adattamento al cinema live action e all’industria americana enfatizza la debolezza dell’esperimento in tutto il secondo tempo della pellicola, quando gli elementi coming of age devono portare a un qualche sviluppo sentimentale e i vari antagonisti/rivali introdotti a pioggia nei minuti precedenti devono condurre alla(e) resa(e) dei conti. E se quest’ultimi, che sono letteralmente tutti i nemici di Alita della prima metà del fumetto più alcune aggiunte/ibridazioni riprese dagli OVA, sacrificano la problematicità degli originali sull’altare di un’azione di indubbia qualità (anche se certi ralenti sono solo superflui e tamarri), per quanto ridicolmente priva di sangue (ovviamente il manga ne era pieno), il rating PG-13 pretende il suo dazio soprattutto per quanto concerne la love story tra la giovane protagonista e Yugo, giovane ladruncolo che ivi rinuncia fin troppo rapidamente alla sua ossessione per l’amore della bella cyborg.

Lo sviluppo di questa linea narrativa è difatti quello più fedele alla fonte cartacea e al contempo quello che mostra più le debolezze della pellicola e il paradosso che è causa dell’irresolutezza dell’intero adattamento. Quando i nodi di ben quattro archi narrativi devono arrivare al pettine e al contempo predisporre la strada per i sequel (cosa qui fatta con una sfacciataggine ormai rara) “Alita – Angelo della battaglia” naufraga non a causa del peso della fonte o delle personalità coinvolte ma per le sue troppo esili spalle, così diverse da quelle della sua protagonista (alla cui attrice Rosa Salazar va comunque dato atto di avercela messa tutta, un po’ come la quasi totalità del cast, nonostante la generale monotonia delle caratterizzazioni). Il manga di Kishiro non è certo un capolavoro (chissà da cosa scaturì la scintilla di James Cameron, molto tempo fa) ma nelle personalità della sua strenue protagonista e del mentore-padre Ido, nonché dei molti antagonisti (primo fra tutti Desty Nova, qua adoperato come MacGuffin), ha il suo punto di forza, configurandosi come un percorso di maturazione complesso e combattuto, grazie anche alle crudeltà cui la penna del mangaka pare non saper resistere.

Qua invece ogni svolta si rivela nella sua meccanicità, ogni scelta drastica edulcorata, ogni battaglia di rito, mentre Alita passa da teenager confusa ad angelo della morte e viceversa senza continuità. Pure il character design e la palette coloristica si fanno più banali col procedere della narrazione (il Motorball, diamine). Spiace davvero vedere i nomi di Cameron (di cui resta solo la maestria con la computer grafica) e di Rodriguez (Città di ferro piena di latinos pare un po’ scarsa come dimostrazione di autorialità), nonché di numerosi validi collaboratori (ad esempio Junkie XL, ormai definitivamente normalizzato), legati a questa blanda trasposizione. Testimonianza tra l‘altro della conclamata incapacità hollywoodiana di adattare la produzione culturale giapponese senza produrre teen drama di rara convenzionalità, tranne negli sporadici casi in cui opta per una completa appropriazione culturale (il giocattolone “Pacific Rim”, per tornare a Del Toro). Fedeltà a un manga seinen e permanenza nella comfort zone produttiva sono una scelta binaria, altrimenti si generano mostri. “You wanted to get clean/ For I nerver wanted to be that mean/ I never told you I care/ I never came clean”.

16/02/2019

Cast e credits

Titolo Originale
Alita: Battle Angel
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
122'
Produzione
Lightstorm Entertainment, Troublemaker Studios, Twentieth Century Fox
Sceneggiatura
James Cameron, Laeta Kalogridis
Fotografia
Bill Pope
Scenografie
Caylah Eddleblute, Steve Joyner
Montaggio
Stephen E. Rivkin
Musiche
Junkie XL
Costumi
Nina Proctor

Trama

Recuperata da una discarica dal medico Dyson Ito, la giovane, smemorata, cyborg Alita cerca di ottenere una vivibile normalità nella decadente Città di ferro e al contempo scoprire di più sulle proprie origini e la sua misteriosa forza, apparentemente legata alla citta fluttuante di Zalem. Gioie e dolori seguiranno nell'inveitabile parabola di maturazione.
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