Blanco En Blanco

Blanco En Blanco


Théo Court

Drammatico, Western | Cile, Spagna
(2019)

È stato detto e ridetto, ma non nuoce ribadirlo: il western è il genere più paradigmatico della storia del cinema, quello che più di ogni altro ne esaurisce le situazioni narrative e gli espedienti tecnici, il classico per eccellenza da cui discendono tutti gli altri. La maggior parte dei cliché dei film contemporanei non sono altro che ricollocazioni urbane delle avventure di pistoleri e indiani, come diceva qualcuno. Una natura cristallina e camaleontica allo stesso tempo, che lo rende strumento ideale per raccontare qualsiasi storia: meglio se di grande respiro, ancora meglio se dai marcati contorni morali, preferibilmente per indagare il passato selvaggio di una nazione fatta e finita. Tramontate le epopee di John Ford, il western si fa dunque eziologia della violenza da cui germoglia la civiltà: dal “terrorismo crepuscolare” di Peckinpah e Fuller a manifesti revisionisti come “Soldato blu” e “Piccolo grande uomo” fino allo sporco cinismo leoniano, la frontiera contemporanea non ammette più eroi ma solo avventurieri senza scrupoli, brutti e cattivi come il mondo che li ha preceduti e che li seguirà.

È senz’altro un western, questo “Blanco En Blanco” dell’esordiente Théo Court (appena incoronato a Venezia nella sempre intrigante sezione “Orizzonti”), ma non del tutto, e non solo. Lo sono i fondali e i volti, ma non ci troviamo né in Arizona né in Nevada: la frontiera da conquistare e i “selvaggi” da annientare sono infatti quelli del Cile di inizio ‘900, nazione costruita col sangue e sul sangue, come il resto del continente americano.

Il protagonista è un fotografo (un Alfredo Castro addirittura più marmoreo del solito) e la fotografia è senz’altro il fiore all’occhiello del film: pittorica, malickiana, con interni a olio scolpiti nella penombra e orizzonti bruciati da un sole rapace. La regia, raffreddata e impressionista, ricorda il Monte Hellman di capolavori come “La sparatoria” o “Le colline blu” (e, più alla lontana, il cult “I due volti della vendetta”, unica regia di Marlon Brando), ma Court riesce a non soccombere ai suoi ambiziosi riferimenti e a imporre una cifra ben precisa, sebbene sfumata. La Storia è motore della narrazione come il Tempo lo è delle inquadrature, con il suo dispiegarsi spesso e volentieri in un’esasperante scala 1:1 (si veda l’interminabile conteggio con cui Pedro/Castro scandisce la sua prima posa fotografica, messa in scena senza ellissi alcuna), quasi a volersi caricare di un’elettricità pulviscolare quanto pungente.

Se i modelli estetici non possono che essere statunitensi, i contenuti ammiccano senza troppa reverenza a un pilastro della cultura europea come Kafka: nella vicenda del malcapitato professionista, assoldato per ritrarre la sposa-bambina dell’invisibile Signor Potter e rimasto ostaggio della sua irreperibilità, è difficile non scorgere l’eco grottesca de “Il Castello” (anche di quello trasposto in immagini da Haneke, volendo).

È la storia di un imbarbarimento individuale che rispecchia quello collettivo, di un compromesso per la sopravvivenza in un mondo che esige come pegno la verginità etica: Pedro è un uomo mite che, nell’attesa di un Godot dai denti a sciabola, si ritrova a convivere con un’umanità bestiale, costretto suo malgrado a diventare occhio acritico di fronte all’orrore (altro grande topos del West: si pensi anche solo a “Il texano dagli occhi di ghiaccio“). Le foto che, sotto disposizione del vorace signorotto, scatta per celebrare la sottomissione degli indigeni, abilmente sovrapposte ai reali scatti del massacro degli indiani Selk’nam, si ergono a macchia primigenia di un popolo intero, trofei che si fanno testimonianza pur incolpevole e inconsapevole. Una metafora che, nemmeno troppo velatamente, chiama in causa tutte le future piaghe del paese tradito da Videla e sventrato da Pinochet.

Dal tentativo di fuga di Pedro in un depotenziante campo lunghissimo all’apparizione onirica dell’indigeno bioluminescente, i momenti memorabili non si contano. Le sequenze più disturbanti, in ogni caso, rimangono quelle in cui il fotografo immortala l’infante promessa sposa, manipolandola come un bambolotto in pose alla Velazquez, ma tradendo una fatale attrazione per quella goccia di purezza in un abisso di perdizione. Grondanti di un ambiguo erotismo che non può non mettere a disagio (anche per le continue incitazioni dalla spregevole madre della bimba, forse il personaggio più abietto in assoluto), vengono tuttavia disinnescate dal rigore del regista che, con ammirevole mano ferma, riesce a scongiurarne la morbosità.

E che Court sia un cineasta di razza lo suggella il delirante finale, una lezione di tempi e spazi come se ne vedono sempre più di rado, indimenticabile anche a molte ore dalla proiezione. Nota storica: è uno dei rari western in cui compare la neve (da citare almeno il clamoroso “Il grande silenzio” del nostro Sergio Corbucci, oltre che il penultimo Tarantino), ma il bianco a cui allude il Malevič-iano titolo è piuttosto quello di una pagina di storia cancellata – o della luce che, impressionando la pellicola, ne rivelerà i misfatti.

Profondamente autoriale nel suo cavalcare più generi schivandoli tutti, “Blanco En Blanco” è la folgorante rivelazione di un nome da tenere d’occhio e di un paese che, da Jodorowsky e Ruiz fino a Guzman e Larraín, conferma di avere molto da offrire al cinema mondiale.

12/10/2019

Cast e credits

Titolo Originale
Blanco En Blanco
Durata
100'
Produzione
El Viaje, Quijote
Sceneggiatura
Théo Court, Samuel M. Delgado
Fotografia
José Ángel Alayón
Montaggio
Manuel Muñoz Rivas
Musiche
Jonay Armas

Trama

Nella Terra del Fuoco cilena di inizio ‘900, un fotografo viene assunto da un irreperibile latifondista per immortalare la sua giovanissima sposa: si ritroverà scaraventato in un inferno di brutalità.
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