Breve storia di una famiglia

Breve storia di una famiglia


Lin Jianjie

Drammatico | Cina, Danimarca, Francia, Qatar
(2024)

Breve storia di una famiglia

Su queste pagine si è già discusso in passato di quanto la gioventù sia diventata un argomento centrale nel cinema cinese contemporaneo, mostrando il carattere irresoluto della giovinezza all’interno di una società che pare allontanarsi sempre di più dalla crescita infinita (e, soprattutto, favorente quasi chiunque al suo interno) che l’ha caratterizzata negli ultimi decenni. In un paese con una disoccupazione giovanile rampante (in particolar modo rispetto agli standard del passato) e un inverno demografico già alle porte non stupisce che pellicole sul difficile rapporto fra la gioventù e il resto della società siano sempre più diffuse, esprimendo in maniera implicita una prospettiva più o meno critica nei confronti dell’avvenire della Repubblica popolare cinese. Sfruttando la maggiore libertà espressiva garantita da una coproduzione internazionale, “Breve storia di una famiglia” si permette una critica a malapena più esplicita e mostra le contraddizioni di un paese capace di passare in soli sei anni dalla cosiddetta “politica del figlio unico” a quella “dei tre figli”. L’osservante aderenza alle regole dei decenni passati della benestante famiglia del co-protagonista Wei viene difatti contrapposta, a distanza di solo un paio di sequenze, alla decisione di alcuni amici di famiglia di avere un altro figlio, giustificata dalla medesima volontà di “seguire la politica del governo”.

Non si pensi però, come quest’introduzione potrebbe forse far supporre, che il film d’esordio di Lin Jianjie sia un’opera politicamente schierata, peraltro in aperta opposizione alle politiche del regime cinese. “Breve storia di una famiglia” è difatti un dramma famigliare che sfrutta uno dei canovacci narrativi più ricorrenti nel genere (l’ingresso di un estraneo nel nucleo famigliare che progressivamente ne altera i connotati) per illustrare le contraddizioni della società cinese contemporanea, in particolar modo per quanto concerne le persone più giovani. Le enormi pressioni sociali che gravano sul già citato Wei vengono presto raffrontate col suo carattere indeciso e con lo scarso interesse che mostra nei confronti dei numerosi stimoli che provengono dai genitori, per poi rovesciarsi nella figura del meno abbiente ma più ambizioso Yan Shuo, orfano di madre che viene costantemente percosso dal padre alcolizzato. Ma di questo mondo popolare e sanguigno non si vede quasi nulla nel film di Lin, se non una salma (non casualmente) ben coperta, mentre quasi tutte le sequenze sono dedicate all’opulenta vita della famiglia di Wei e al rigido, iper-competitivo, mondo della nuova borghesia cinese.

La regia stessa si fa riflesso del contenuto delle inquadrature, adottando un’elegante sinfonia di carrellate laterali e campi medi statici, raramente rotta da dettagli o da movimenti di macchina improvvisi, rendendo in termini audiovisivi una dimensione di controllo e prevedibilità, quanto meno fino a che l’imprevisto non fa capolino nell’ellittica sezione finale dell’opera. Nel momento in cui l’elemento esterno (Yan Shuo) pare essere stato completamente normalizzato (il viaggio coi genitori di Wei), la tensione che carsicamente ha scavato per tutto il film sotto l’elegante superficie della regia di Lin Jianjie esplode in due sequenze contigue, il cui tono onirico, esacerbato dal montaggio frammentario, rende con efficacia il progressivo collasso della facciata di normalità perseguita dai protagonisti fino a quel momento. Se a tratti si può ritenere che il regista esordiente sia troppo innamorato della simmetria delle sue inquadrature e del ricorso antifrastico alla musica elettronica nella colonna sonora, l’ultima parte di “Breve storia di una famiglia” risponde a questi dubbi creando una letterale lacerazione nell’incedere della narrazione e nell’equilibrio dello stile, conducendo a un finale che difficilmente potrebbe essere più ambiguo ed ellittico.

Un personaggio letteralmente scompare a metà di un’inquadratura, o meglio di una carrellata laterale a seguire, a riprova di quanto questa ferita (nella famiglia di Wei, nel racconto, e forse nell’intera società cinese) sia ormai troppo profonda per rimarginarsi. Girata come un film horror, anzi, come un prestige horror, l’opera prima di Lin mette in scena la crisi del contratto sociale (e generazionale) alla base di decenni di crescita economica cinese e le conseguenze dell’incomunicabilità che ne deriva (il mutismo in cui pare sprofondare Wei nel finale) come un incubo in cui gli eleganti spazi geometrici delle ultra-moderne città cinesi e degli ambienti popolati dalla borghesia si fanno immagine della normalità esibita dalla società del paese asiatico. Con i suoi long take che dal campo lungo inquadrano lentamente, con studiata casualità, specifici elementi dell’ambiente e che paiono provenire, ancor più quando accompagnati da fragorosi sintetizzatori, da “It Follows” (che d’altronde fu capostipite del cosiddetto elevated horror), “Breve storia di una famiglia” propone uno stratificato dramma in cui i contrasti fra generazioni, classi sociali, famiglie e gli stessi individui vengono raffreddati all’interno di una dialettica di progresso apparentemente inarrestabile e che invece è destinata presto a deflagrare in un bagno di sangue.

Se nel film di David Robert Mitchell la drammatica presa di coscienza dell’impossibilità di fuggire dalla propria angoscia esistenziale (e dal proprio contesto sociale, dal proprio genere, dalla condizione di vittima, etc.) prendeva la forma della montante marea rosso sangue che riempiva la piscina in cui s’era svolto lo scontro finale fra i protagonisti e l’It del titolo, nella pellicola di Lin questa si manifesta in un taglio netto che quasi non si vede (come Yan Shuo alla fine della succitata carrellata) ma le cui conseguenze si manifestano proprio nell’assenza che generano. Un’assenza di significato che bisogna essere bravi a riempire con la finzione, come un cuculo che si mimetizza nel nido che ha spodestato. There Will Be Blood, ma l’importante è che non lo si veda scorrere.

08/08/2025

Cast e credits

Titolo Originale
Jiating jianshi
Distribuzione
Movies Inspired
Durata
99'
Produzione
Films du Milieu, First Light Films, Tambo Film
Sceneggiatura
Lin Jianjie
Fotografia
Zhang Jiahao
Montaggio
Per K. Kirkegaard
Musiche
Toke Brorson Odin

Trama

Wei, figlio unico di una benestante famiglia cinese, invita a casa propria, forse per rimorso dopo un atto di bullismo, il compagno di classe Yan Shuo. Il giovane, introverso e proveniente da una famiglia molto meno abbiente, colpisce però i genitori di Wei e inizia a divenire una presenza ricorrente nella loro casa. La convivenza presto inizia a compromettere la relazione fra i due ragazzi, e poi fra Wei e i suoi stessi genitori.
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