Everybody Digs Bill Evans

Everybody Digs Bill Evans


Grant Gee

Biopic | Irlanda, Uk
(2026)

Ah, il biopic. Croce e delizia dell’industria cinematografia per la facilità con cui propone storie di grande impatto, ancor più perché tratte da eventi realmente accaduti e spesso latrici di morali motivanti il pubblico con vicende ricche di ascese e cadute. Già in passato il sottoscritto aveva riflettuto sui limiti del genere e come spesso questi si sovrapponessero coi suoi principali punti di forza commerciali e comunicativi, ma per fortuna “Everybody Digs Bill Evans” non è “Tolkien“, apparendo in realtà come un biopic anomalo, quasi una sorta di anti-biopic, concentrato non su ciò che ha reso la figura eponima grande, ma sui suoi aspetti più controversi e sui momenti meno emozionanti del suo percorso personale e artistico. Sempre restando nell’ambito della riflessione sul biopic, il film di Grant Gee è invero utile per rimarcare le due strategie narrative predilette dai film del filone, ovvero il focus su un singolo episodio determinante, cercando di utilizzarlo come sineddoche per l’intera traiettoria della persona di cui si narrano le vicende (come in “Springsteen – Liberami dal nulla“), o in alternativa la ricostruzione della vita della figura storica attraverso gli anni, tentando di cogliere continuità e cambiamenti e imbrigliarli all’interno di un‘interpretazione univoca della sua parabola terrena (ad esempio “Oppenheimer“).

“Everybody Digs Bill Evans” si distingue infatti per la decisione di provare a intraprendere una sorta di strada intermedia, in cui il focus su una fase ben precisa della vita del compositore e pianista jazz Bill Evans si accompagna alla rappresentazione sporadica di altri momenti della sua carriera, con l’ambizione di evidenziare tramite ricorrenze tematiche le numerose traiettorie, anche contraddittorie, che hanno caratterizzato l’importante artista jazz e il rapporto col suo tempo. Dopo un incipit molto suggestivo, in cui le immagini di un concerto che Evans tiene col suo gruppo si accompagnano a quelle di una solitaria corsa in macchina notturna (evidenziando subito l’importanza del montaggio nella costruzione dell’opera), la pellicola di Gee si focalizza con dovizia di dettagli sulla ricostruzione di ciò che è avvenuto dopo quell’ultimo concerto e quel fatale percorso in auto che ha portato alla morte Scott LaFaro, eccellente contrabbassista e membro insostituibile della band di Bill Evans. Per oltre un terzo del minutaggio la pellicola segue difatti il musicista nei suoi tentativi di rielaborare il lutto in una New York del 1961 oscura e fumosa, fotografata con un bianco e nero espressionista di grande impatto, grazie al quale l’aspetto stralunato e opaco della metropoli si fa un riflesso dell’animo dello smarrito Evans.

Impossibilitato a suonare e ancora più preda della sua dipendenza dall’eroina per via del trauma, il pianista viene ospitato dal fratello e dalla sua famiglia, permettendo così di mostrare il contrasto fra l’apatico Bill Evans e il mondo circostante, con la ripetitività della vita del musicista che viene enfatizzata dal montaggio, mentre il fratello, e ancora più la moglie e la figlia, lo spingono a emergere dalla circolarità autodistruttiva in cui è piombato. È al termine di questa sezione della pellicola che si assiste alla prima digressione che proietta il racconto avanti di 18 anni, mostrando un Evans molto diverso interfacciarsi di nuovo con la famiglia dopo un inaspettato lutto, il tutto rappresentato con una fotografia a colori dai toni acidi, la cui abbondanza di verdi e marroni più che ricordare la psichedelia degli anni 70 dà l’idea di una realtà in putrefazione. Viene così presentata la dialettica fra le due modalità narrative del biopic che alimenta il resto della pellicola di Grant Gee, contrapponendo i mesi del 1961 in cui Evans si astenne dal suonare, mentre cercava di venire a capo della morte di LaFaro, agli scorci dei decenni successivi in cui assistiamo al tracollo umano e artistico di un musicista che ha fatto il suo tempo, ma soprattutto delle figure per lui importanti (la famiglia del fratello, la fidanzata Ellaine).

La grandezza di Bill Evans e il suo percorso come pianista sono perciò messi a lato della narrazione dalla sceneggiatura che Mark O’Halloran ha tratto dal romanzo “Intermission” di Owen Martell, focalizzandosi appunto sull’”intervallo” nella traiettoria artistica di Evans (da cui uscirà divenendo ancora più celebre, per la cronaca) e sui frammenti della sua parabola successiva che evidenziano quando le ferite di quel periodo non abbiano mai smesso del tutto di sanguinare e come la sua depressione abbia in qualche modo “contagiato” le persone che gli erano più vicine. “Everybody Digs Bill Evans” finisce così per imitare la figura di cui narra le vicende, la cui irresolutezza viene riflessa anche dall’andamento rapsodico e senza apparenti punti d’arrivo della pellicola, mentre il carattere frammentario del jazz del grande musicista statunitense si rispecchia nella strutturazione dell’opera, con il flusso degli eventi del 1961 che viene spezzato da scorci sugli anni 70 e 80 senza palese coerenza cronologica (a eccezione di quello finale). Trovatosi fra le mani un künstlerroman (o saprebbe meglio dire künstlerfilm) come opera prima di finzione, l’apprezzato documentarista Grant Gee ha optato per echeggiare la parabola umana e artistica di Bill Evans col carattere incostante della pellicola.

La decisione di premiare il regista britannico con l’Orso d’argento alla miglior regia non sorprende, tenendo anche in considerazione la qualità discontinua del concorso di quest’anno, dal momento che evidenzia quello che molto probabilmente è il contributo più apprezzabile di “Everybody Digs Bill Evans” (insieme al montaggio). Va infatti sottolineato come l’attitudine da anti-biopic forse si riflette anche sulla scelta di proporre un film biografico su un musicista in cui l’interpretazione del protagonista (del norvegese Anders Danielsen Lie) non svetta in alcun modo e in cui la musica, a eccezione dell’efficace scena iniziale, raramente si distingue dal sound design ricco di echi e fruscii, quasi l’audio stesso del film fosse stato registrato su un vecchio vinile. Così come gli Stati Uniti ricostruiti nel sud dell’Irlanda appaiono convincenti solo perché il film è interamente sviluppato attorno a interni e ambienti conchiusi (vicoli stretti, giardini circondati da steccati, etc.), così il film di Gee si fa apprezzare soprattutto per le ambizioni volutamente limitate del progetto, dal momento che realizzare un biopic in minore su un musicista che non riesce a suonare è sicuramente stimolante dal punto di vista concettuale, ma offre difficilmente altri appigli per essere apprezzato. Cannibalizzato dalle proprie scelte estetiche forti (la fotografia espressionista, il montaggio cadenzato) così come l’eroina e la sindrome del sopravvissuto hanno divorato la vita del protagonista, “Everybody Digs Bill Evans” finisce per imitare ancora una volta il suo protagonista e non esprimere tutto il proprio potenziale, lasciandoci con un buon film, che sarebbe potuto essere molto di più.

24/02/2026

Cast e credits

Durata
102'
Produzione
Bona Fide Productions, Cowtown Pictures, Hot Property Films
Sceneggiatura
Mark O’Halloran
Fotografia
Piers McGrail
Scenografie
Ellen Kirk
Montaggio
Adam Biskupski
Musiche
Roger Goula
Costumi
Kitty Bennett

Trama

1961, New York. Il celebrato compositore e pianista jazz Bill Evans ha appena pubblicato l'album "Everybody Digs Bill Evans", un grande successo. Una sera, dopo un concerto, il contrabbassista Scott LaFaro, insostituibile membro del gruppo di Evans muore in un incidente d'auto. Il grande musicista si ritira quindi temporaneamente dalle scene, accettando prima il sostegno del fratello e della sua famiglia e poi dei genitori che vivono in Florida, dovendo nel frattempo confrontarsi con la dipendenza dall'eroina e la relazione tossica che lo lega alla fidanzata Ellaine Schultz.
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