Ghost Cat Anzu

Ghost Cat Anzu


Nobuhiro Yamashita, Yoko Kuno

Animazione, Commedia, Fantastico | Francia, Giappone
(2024)

Nobuhiro Yamashita, classe 1976, è un regista giapponese invero poco noto qui in Occidente. La sua opera più famosa, “Linda Linda Linda” (2005), è una commedia adolescenziale scolastica di carattere musicale che ruota attorno a una band tutta al femminile.

Lo stesso dicasi per Yoko Kuno, animatrice nata nel 1990 che, in cabina di co-regia insieme al Nostro, nel 2024 firma “Ghost Cat Anzu”. Quest’ultimo approda nei cinema italiani solo due anni più tardi – per un periodo molto limitato – dopo essere stato presentato sia a Cannes che ad Annecy e, successivamente, in un abbondante numero di festival minori.

Stupisce, quindi, la scelta della Dynit di voler portare in Italia, sotto forma di evento, un film così squisitamente nipponico. Bisogna risalire al 2019 – con la distribuzione, da parte sempre della stessa casa, de “I figli del mare” di Ayumu Watanabe – per trovare un degno predecessore che possa competere, in fatto di particolarità visiva e messa in scena, con “Ghost Cat Anzu”. Andando a ritroso, infatti, e prendendo a campione qualche esempio di anime approdati su grande schermo in Italia per un periodo limitato di tempo, nel 2025 si era potuto assistere a “I colori dell’anima“, nel 2024 a “The Tunnel to Summer, the Exit of Goodbyes” mentre nel 2023 era stata la volta di “Inu-Oh“. Tutti questi titoli, non distribuiti dalla Dynit, trovano infatti, o per notorietà dei rispettivi registi (Masaaki Yuasa in primis), o per una più immediata loro fruizione da parte di un pubblico occidentale (è il caso della pellicola di Tomohisa Taguchi), oppure a causa della concomitanza dei due fattori (il lungometraggio di Naoko Yamada) una più lineare e logica collocazione presso le programmazioni dei cinema nostrani, a differenza di “Ghost Cat Anzu”.

Un dissacrante umorismo

I toni grotteschi e sfacciatamente nonsense che contraddistinguono la pellicola sono prevedibili fin dalla sequenza d’apertura. Karin, co-protagonista del film insieme al gatto Anzu che gli dà il nome, scendendo alla stazione della piccola cittadina rurale di Iketeru viene accolta da un cartonato pubblicitario e motivazionale sulla bellezza dell’estate. Controcampo e viene introdotto suo padre Tetsuya, il quale la esorta ad aspettarlo brevemente all’uscita perché – testuali parole – “deve fare la cacca”.

Da questo momento in avanti si assiste a un progressivo e graduale intensificarsi della demenzialità all’interno della pellicola, pretesto per introdurre una pletora di stravaganti personaggi e vederla cimentarsi sullo schermo in quotidiane amenità e comiche (dis)avventure.

Tetsuya per esempio, genitore assente e irresponsabile, nelle prime battute del film si reca con Karin al tempio Sousei-Ji dove vive suo padre. Nonostante siano anni che non lo vede, gli chiede di prestargli dei soldi per ripagare dei non meglio specificati debiti. Ricevendo un categorico rifiuto, l’uomo abbandona la figlia dal nonno e parte alla volta di Tokyo con la “ferma” intenzione di raggranellare quattrini, cominciando proprio da quelli che la sua bambina gli offre e che Tetsuya accetta di buon grado. Non lo si vedrà più fino alle battute conclusive dell’opera.

Al tempio, poi, Karin fa la conoscenza di Anzu, gatto antropomorfo che viene definito “fantasma” perché, banalmente, trascorsi oltre trent’anni da quando viene rinvenuto cucciolo dentro uno scatolone, egli per qualche motivo non è ancora morto.

Anzu è, almeno all’apparenza e da un punto di vista morale, un gatto alquanto discutibile: si diverte a emettere flatulenze addosso alle persone, si fa arrestare dalla polizia perché colto a guidare il motorino senza patente e si gioca i soldi che custodisce per conto di Karin al Pachinko, mostrando quindi un certo grado di ludopatia.

Persino gli dèi non si salvano in “Ghost Cat Anzu”: il Dio della Povertà viene infatti rappresentato come un vecchio dalla scarsa igiene personale, intento a perseguitare solo i più deboli perché incapace di ambire a qualcuno di più potente. È lo stesso Anzu a rivalersi su di lui più di una volta nel corso della narrazione, ingannandolo con beceri tranelli nei quali lui puntualmente casca.

Il tono generale è quindi estremamente frivolo, e persino le battute dei personaggi confermano ciò che era deducibile anche solo dai loro comportamenti. Oltre le primissime parole pronunciate a schermo da Tetsuya, infatti, si riporta di seguito e a titolo di esempio quello che, per chi scrive, è a mani basse l’”aforisma” più divertente del film, messo in bocca a una delle sue molte macchiette: “Ho studiato così tanto che alla fine sono diventato stupido” (!).

Un’affettuosa parodia

La coppia Yamashita-Kuno sembra divertirsi un mondo a citare i grandi capolavori dello studio Ghibli in chiave nonsense, a tratti quasi spingendosi ai limiti di una vera e propria parodia delle sue opere più famose.

In particolare, a un certo punto della narrazione Anzu “adotta” quattro pulcini di quaglia che trova camminando per i boschi intorno al tempio Sousei-Ji. Questi si rivelano però essere dei piccoli “spiriti della foresta” – ricordano i kodama di mononokiana memoria? – e così Anzu è costretto a riportarli indietro.

Questi però gli sfuggono inaspettatamente, e nell’inseguirli il felino è condotto all’interno di un tunnel sotterraneo scavato a partire dalle radici di un albero: lo stesso succede alla piccola Mei ne “Il mio vicino Totoro“, nella sequenza che la porterà proprio al cospetto della mascotte dello studio di Tokyo.

Ad aspettare Anzu è però una creatura di tutt’altro spessore: una rana, antropomorfa come lo è il gatto, che ha scavato i suoi tunnel sotterranei per noia sotto dei campi da golf e che, durante il processo, ha finito per scoprire una sorgente sotterranea di acqua termale. È l’occasione per i due di fare reciproca conoscenza e darsi appuntamento a casa di Anzu per una serata alcolica.

All’incontro la rana si presenta in compagnia di una stuola di amici yōkai che, per analogia di forme e colori, ricordano molto quelli che popolano i bagni pubblici gestiti dalla strega Yubaba ne “La città incantata“, con però delle sostanziali differenze. L’austero Spirito del Ravanello è infatti trasformato in un fungo-umanoide beone. Al posto che dedicarsi a faccende di vitale importanza, come poteva essere nel film di Miyazaki purificarsi da soffocanti rifiuti, uno di loro preferisce giocare con una Nintendo Switch. Persino la diabolica Yubaba è trasformata in un’innocua megera dormigliona.

Questa tendenza a prendersi (bonariamente) gioco dei tradizionali capolavori d’animazione giapponese, e per estensione dei topoi narrativi che questi hanno contribuito a consolidare, trova la sua massima espressione nel finale.

 

[ALLERTA SPOILER]

Anzu, Karin e la madre di quest’ultima sono incalzati da un esercito di demoni, che vorrebbero riportare la donna nell’Inferno dal quale proviene e da cui è evasa grazie all’aiuto di sua figlia e del gattone. Proprio quando le cose stanno volgendo al peggio, a salvare la situazione arrivano gli spiriti amici di Anzu a bordo di una Ferrari rossa fiammante vinta alla lotteria. O meglio: a provare a salvare la situazione, dato che il gruppo finisce per prenderle di santa ragione dai demoni e la madre viene costretta a seguire questi ultimi senza avere alcuna reale alternativa. Riesce solo a strappare all’alto funzionario che sta gestendo l’operazione del suo recupero la promessa di non arrecare alcun male a Karin, accettando in cambio di subire delle non meglio specificate “atroci sofferenze” una volta tornata all’Inferno.

È qui che avviene la riscrittura di quei canoni narrativi consolidati che caratterizzano la stragrande maggioranza degli anime. Ci si aspetterebbe a questo punto infatti una scena strappalacrime tra madre e figlia, costrette a separarsi di nuovo al cospetto della Morte. Invece no: dopo alcuni, ultimi, insegnamenti sulla vita trasmessi alla figlia e in seguito a un fugace abbraccio, la madre di Karin le mostra come eseguire al meglio una verticale e, camminando sulle braccia, entra nel pulmino vacanze rubato (!) dai demoni infernali per spostarsi nelle strade di Tokyo. Stacco e nella scena successiva si vede Karin intenta ad aiutare i suoi amici yōkai nel tentativo di capovolgere la Ferrari, ribaltatasi nel corso degli eventi, per tornare finalmente tutti insieme a casa.

Potenziale sprecato?

Il significato dell’opera, per chi scrive, è chiaro: rendere manifesta l’assurdità della vita e invitare lo spettatore a non prenderla mai troppo sul serio. Si poteva andare più a fondo, a costo anche di sacrificare parte dello spirito sbarazzino dell’opera? Forse sì, e a testimoniare che la coppia di registi possedesse tutte le carte in regola per riuscirci sono due sequenze particolarmente suggestive.

Nella prima, viene raccontata la storia della famiglia di Anzu e Tetsuya attraverso una carrellata di fotografie. A rendere le immagini molto evocative, oltre che una spiccata capacità di sintesi degna dell’inizio di “Up”, è lo stesso Anzu, che salta attraverso le cornici (e gli anni) dimostrando di essere sempre stato una presenza fondamentale nel passato e nei momenti più importanti della sua famiglia. Una scena altrimenti statica, come può essere una sequenza di ferme fotografie, viene così impreziosita dal dinamismo del suo protagonista: una piccola lezione di regia su come guardare indietro senza appesantire la narrazione tramite l’utilizzo di flashback.

In maniera simile, ovvero sulla gestione “creativa” dei raccordi temporali delle vicende, si muove anche la seconda sequenza, che vede invece per protagonista Karin. Quest’ultima si ritrova, a un certo punto del film, sul fondo di un fosso dal quale non riesce a risalire. Con la schiena (e le speranze) a terra, nella mente della bambina balena improvviso il ricordo di quando, caduta durante una gara di atletica, era stata in grado di rialzarsi seguendo gli incoraggiamenti di sua madre, riuscendo infine a tagliare il traguardo per prima. Sullo sfondo del suo cellulare, lo scatto di quel momento la immortala insieme a mamma e papà, a suggellare l’immagine di un momento felice.

Di nuovo, alla coppia di registi basta davvero poco per creare un netto raccordo con il passato senza scomodare lungaggini narrative poco funzionali al tono dell’opera. In questo caso, una memoria improvvisa che arriva al cervello in circostanze inaspettate, come una brillante battuta che sappia far ridere il pubblico al momento più opportuno.

Insomma, “Ghost Cat Anzu” non sarà forse il più classico degli anime – e a questo proposito, il 2026 italiano ha già portato con sé l’ultima fatica di Mamoru Hosoda, “Scarlet” – né tantomeno può essere considerato un capolavoro della Settima Arte. Ma è difficile non affezionarsi almeno un pochino a questo strano crossover tra Doraemon e Garfield, per il quale la visione del film è senz’altro consigliata, fosse anche solo per i guizzi registici che ogni tanto la coppia Yamashita-Kuno regala. O anche, più semplicemente, “per rinfrancar lo spirito… tra una crisi geo-politica e l’altra” (semicit.).

14/03/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Bakeneko Anzu-chan
Distribuzione
Adler Entertainment, Dynit
Durata
94'
Produzione
Miyu Productions, Shin-Ei Animation
Sceneggiatura
Shinji Imaoka
Fotografia
Masato Makino
Montaggio
Toshihiko Kojima
Musiche
Keiichi Suzuki
Costumi
Daisuke Iga

Trama

La precoce preadolescente Karin si ritrova abbandonata da suo padre nel Giappone rurale. Vivendo in un tempio con suo nonno, incontra Anzu, un "gatto fantasma" gigante e fannullone incaricato di badare a lei. Infastidita dal suo nuovo "guardiano", Karin sabota i lavori saltuari che Anzu svolge per la comunità e fa amicizia con gli eccentrici spiriti della foresta locale. Nel tentativo di conquistare la fiducia di Karin, Anzu stringe accidentalmente un patto con il diavolo e si scatena l'Inferno.
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