La grazia

La grazia


Paolo Sorrentino

Commedia, Drammatico | Italia
(2025)

Ogni uomo ha un suo segreto inconfessabile.

Titta De Girolamo, “Le conseguenze dell’amore“

La parola “sensibile” è vaga come stelle dell’Orsa.

Offlaga Disco Pax – “Sensibile”

Senilità

Paolo Sorrentino torna a girare un film in cui Toni Servillo è protagonista, dopo il famigerato “Loro“, il dittico dedicato al tardo impero di Silvio Berlusconi che è stato sottovalutato prima e rimosso dopo la sua uscita in sala ed è tuttora invisibile in Italia. 

Servillo è sempre stato per Sorrentino uno specchio in cui rivedersi in un’altra fase della vita, più maturo e, dunque, nostalgico nei confronti di un meraviglioso avvenire dietro le spalle. “La grazia”, presentato in concorso all’82esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, rappresenta un ritorno alle atmosfere esistenzialiste in cui galleggiavano personaggi precocemente senili, com’erano Tony Pisapia e Titta Di Girolamo in “L’uomo in più” e “Le conseguenze dell’amore”. A loro sono seguiti dei protagonisti il cui ingresso nell’autunno della vita si traduceva nel timore per la fine del proprio potere, della propria influenza (politica o intellettuale che sia) in un esercizio di equilibrio tra navigare sulla superficie del mondo e l’emersione di nuove e insopprimibili istanze interiori.

Protagonista di “La grazia” è Mariano De Santis, eminente giurista, autore di un manuale di diritto penale che conta più di duemila pagine e ora Presidente della Repubblica appena entrato nel semestre bianco, periodo che conduce alla conclusione del settennato. De Santis asserisce da una parte di non vedere l’ora di tornare a casa, dall’altra è consapevole dell’imminenza della sua irrilevanza di cui il semestre bianco è anticipazione. Prima, però, ha le ultime decisioni importanti da prendere: in particolare, la controversa legge sull’eutanasia e due spinose domande di grazia a cui deve rispondere.

In “La grazia” si squadernano le ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera, ossia la senilità, l’attesa dell’epifania decisiva, il potere e il suo fine/la sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all’interno di una forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica elettronica, una teoria di dolly che staccano all’improvviso sulla figura di De Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall’alto del Campidoglio, compie l’umano rituale di fumarsi l’unica sigaretta del giorno. Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D’Antonio, in particolare le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere.

In questa lunga attesa che somiglia a una veglia prima della dipartita (per quanto simbolica), Mariano De Santis si vede costretto non soltanto a pensare alla sua eredità politica ma anche a ciò che lascia in quanto essere umano e padre. Non c’è leggerezza in lui, gravato da una coscienza che lo inchioda alle sue responsabilità e a una memoria che divaga sui passi giovanili dell’Aurora, la moglie morta, sospesa tra cielo e terra. Moglie che, quarant’anni prima, l’ha tradito. Il tarlo del tradimento, la nostalgia per quell’immagine di bellezza terrena ormai svanita, l’idea di essere stato un genitore troppo altero, troppo distante (la figlia Dorotea dice di conoscerlo molto poco, l’altro figlio è andato a vivere in Canada) lo crucciano tanto quanto le questioni politiche che continua a procrastinare.

Sensibilità

Come Titta De Girolamo, nemmeno il presidente De Santis è un uomo frivolo, tant’è vero che il suo soprannome è “cemento armato”: è un dinosauro democristiano che pesa e soppesa, assume le proprie decisioni predicando prudenza e cautela, sempre accompagnato dal team di legali e dal parere tenuto in gran considerazione di Dorotea (Anna Ferzetti). La sua infinita procrastinazione porta tutti a pensare che un politico storicamente moderato, cattolico e amico del Papa (nero) non firmerà mai una legge che regolamenti il fine vita o metta le mani su casi controversi. L’attesa acuisce la frustrazione della figlia che desidererebbe per una volta una presa di posizione forte dal genitore, mentre intorno a lui il governo inizia a organizzarsi per presentare un proprio candidato per la successione al Quirinale. 

Questa meditazione su dubbio e senso del dovere permette a Sorrentino di evocare un immaginario metafisico, dove l’architettura di palazzi, caserme, carceri dialogano con poche figure umane disposte su diagonali su cui ricamano i movimenti di macchina sottolineando distanze e improvvise vicinanze. Il tempo rallenta (e i ralenti non mancano) e le inquadrature respirano, mentre la voce fuori campo del Presidente della Repubblica si lascia andare a considerazioni personali, sempre schiacciato dal ricordo del passato. Ecco la grazia non è solo quella cercata dalla forma filmica di Sorrentino né quella più alta, spirituale che afferisce col divino e il trascendente, ma anche la burocrazia da sbrigare che, però, con la sua farraginosa lentezza permette di riflettere. La questione morale legata al disegno di legge sull’eutanasia informa anche le due domande di grazia, che riguardano un ex docente di liceo che ha ucciso la moglie affetta da Alzheimer e una donna che un decennio prima accoltellò a morte il marito nel sonno. Quest’ultimo caso riceve un responso negativo dal team legale, in quanto sono assenti i presupposti per la concessione della grazia presidenziale; del primo caso, invece, viene sottolineata come la grazia non sia stata richiesta dal carcerato, bensì da quasi tutti gli abitanti del paese in cui abitava e dai quali è ancora stimatissimo.

Dorotea invece, incuriosita dalla storia della donna, in modo irrituale va a conoscerla in carcere: la detenuta si presenta spigolosa e priva di ipocrisie tanto da affermare che non considera il suo gesto quale omicidio ma come un’eutanasia, poiché ha liberato il marito da un male incurabile (la violenta misoginia, esternata in anni di torture fisiche e psicologiche subite dalla donna). Si può uccidere quindi per amore? Si può essere graziati senza pentirsi? Intorno a tali incertezze affonda la coscienza del protagonista che, d’altra parte, deve iniziare a perdonare e a perdonarsi, a lasciare andare parte dei bagagli emotivi che lo ingombrano. In una conversazione con un generale entrambi convengono come la disciplina e il rigore siano stati un rifugio che ha dato loro l’illusione di poter occultare la propria sensibilità. Come al solito, i personaggi dei film di Sorrentino si riconoscono in quanto maschere e tale svelamento produce uno scarto, una ferita tra l’io e il mondo. E il volto segnato dal tempo di Servillo e la sua voce sono qui come mai misurati e perfettamente controllati per servire questo modello di scrittura.

Sul finale, giudicando con sorpresa le decisioni assunte dal padre, Dorotea gli confessa quanto le motivazioni giuridiche da lui individuate siano spericolate. Sorrentino stavolta spericolato non lo è stato. “La grazia” non esprime l’epica di “Parthenope“, né la grandiosità decadente di “La grande bellezza“, dei debiti scorsesiani – perlopiù pagati sull’altare di “Il divo” – resta solo l’ombra. Permane un velo felliniano, ma soprattutto l’uso di elementi propri della comicità deadpan che rimandano all’universo di Jim Jarmusch e al formalismo di Wes Anderson, oltre al gusto consolidato per la battuta corrosiva, lo scambio tagliente che batte i tempi della commedia brillante. “La grazia” è un film quietamente meditativo, lineare rispetto ad altri lavori del regista napoletano che qui si prodiga in didascalie e glosse che escplicitano i sottintesi. D’altra parte, trova nell’eleganza della forma e nella misura della messa in quadro il contenitore espressivo per concentrarsi sull’uomo e i suoi dilemmi. Tramite i propri personaggi, Sorrentino trasmette un’umanità e una tenerezza raramente raggiunte altrove.

29/08/2025

Cast e credits

Distribuzione
PiperFilm
Durata
133'
Produzione
Numero10, PiperFilm, The Apartment
Sceneggiatura
Paolo Sorrentino
Fotografia
Daria D’Antonio
Scenografie
Ludovica Ferrario
Montaggio
Cristiano Travaglioli
Costumi
Carlo Poggioli

Trama

Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis, a fine mandato, deve decidere se concedere la grazia a due persone e se promulgare una legge sull'eutanasia.
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