Rabbit Hole

Rabbit Hole


John Cameron Mitchell

Drammatico | Usa
(2010)

Capofila di quel cinema denominatamente detto queer, con tracce di trasgressione (sincere o premeditate? Realmente di rottura o provocatorie solo agli occhi di pubblico e critica bacchettona?), il non più giovane John Cameron Mitchell vuole, in un sol colpo, liberarsi di due etichette che gli sono state semplicisticamente affibiate: regista gay di un cinema gay e cineasta indipendente, da Sundance.

Tratto dall’omonima pièce teatrale (premio Pulitzer 2007) di David Lindsay-Abaire, con “Rabbit Hole”, suo terzo lungometraggio, realizza, secondo gli intenti di partenza, la sua pellicola più matura. Si sbarazza quasi sempre di una estetica patinata dettata dai canoni che galleggiano su creste d’onde modaiole ed è sincero, tanto da guardare al suo stesso passato quando, da piccolo, perse suo fratello.

Il film scava in “un’altra” elaborazione del lutto. Ma a differenza di similari tragitti narrativi altrove esposti, il film parte ben otto mesi dopo l’incidente d’auto che toglie la vita ad un bambino di quattro anni, lasciando sul futuro dei due genitori un macigno difficilmente sopportabile. Le schegge dell’incidente si presentano soltanto durante un frammento in flashback che coglie le reazioni della donna alternate, in rallenty, all’incredulità di Jason, l’incolpevole ragazzo alla guida dell’auto che ha investito il piccolo Danny.

La prima cosa che salta all’occhio è la differente reazione dei due coniugi che hanno perso il figlio: Howie si circonda di foto e video del piccolo, per dare loro una impossibile tattilità cercandolo invano di sentirlo il più vicino possibile, mentre Rebecca vorrebbe fare terra bruciata di oggetti e foto che possono intaccare il suo percorso post-traumatico. Ma poi entrambi finiscono, come ovvio che sia, nello esplodere in un pianto ininterrotto. E restano sospesi in uno status che sposa le parole della madre di Rebecca: “Il dolore non passerà mai, ma diventa sopportabile e in qualche puoi tirartene fuori, portandolo in giro come una pietra in tasca. Talvolta ritorna e sarà orribile. E cosi’ ciclicamente”.

Difatti Rebecca non trova quel mondo parallelo del titolo, che deriva dalla tana del coniglio bianco in cui cade la protagonista di “Alice nel paese delle meraviglie” (ma è anche il titolo del fumetto che il giovane Jason sta realizzando, che attraversa l’intero film in bilico tra il “dentro” e il “fuori” la materia narrativa). Il rapporto tra la donna e il ragazzo che guidava quella maledetta auto definisce la casualità della tragedia, presuppone ovviamente un perdono sin dal principio, ma è l’ennesimo passo non pienamente qualificabile di una vita che sempre metterà in dubbio il valore dei singoli gesti, grandi o piccoli che siano.

Il film è tutto qui: raramente sorprendente e di certo più volte già visto, ma la ricognizione che Mitchell riesce a fare si tiene sempre lontana dalla retorica consolatoria, sempre sul filo di una delicatezza fragile che può emozionare. Contribuiscono alla riuscita generale un cast azzeccato: Nicole Kidman nella sua interpretazione più dimessa tiene ammirevolmente in equilibro le emozioni della sua Becca. Gli tengono testa un ottimo Aaron Eckhart e la grande Dianne Wiest.

11/02/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Rabbit Hole
Distribuzione
Videa CDE
Durata
90'
Produzione
Blossom Films, OddLot Entertainment, Olympus Pictures
Sceneggiatura
David Lindsay-Abaire
Fotografia
Frank G. DeMarco
Scenografie
Kalina Ivanov
Montaggio
Joe Klotz
Musiche
Anton Sanko
Costumi
Ann Roth

Trama

Rebecca e Howie Corbett tornano alla loro esistenza quotidiana all'indomani di una perdita improvvisa e scioccante: quella del figlio Danny, di soli quattro anni. Un dolore comune che provano ad elaborare in modo diversi.
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