A Classic Horror Story

A Classic Horror Story


Paolo Strippoli, Roberto De Feo

Horror | Italia
(2020)

Sulle strade della Calabria in carpooling, un medico radiato, una coppia, un aspirante regista e la protagonista si perdono in una foresta abitata da villeggianti devoti a rituali sanguinari. Nella precedente lista di elementi, non è casuale il termine protagonista, descrizione della sovrastruttura del personaggio, al di fuori della narrativa. Un modo come un altro, per avvisare dell’operazione testuale di “A Classic Horror Story”, esplicita fin dalle lettere cubitali del titolo.

Il film di De Feo/Strippoli evidenzia due aspetti imprescindibili: la sua natura metatestuale e la derivazione citazionistica. Partiamo dalla seconda, invitando il lettore della recensione a vedere il film prima della lettura, pena qualche rivelazione necessaria.

“A Classic Horror Story” riflette sulla classicità ma anche sulla dissoluzione di ambiguità della confezione horror. Un invito allo spettatore a perdersi in alcuni elementi di matrice americana, calchi di genere finemente replicati, associati tra loro senza alcuna particolare correlazione o riflessione altra che non sia un voyeuristico viaggio in sicurezza tra gli artefatti del genere.

Dopo il gotico “The Nest“, il nuovo film di Roberto De Feo in collaborazione con l’esordiente Paolo Strippoli si avventura tra le maglie del folk horror, fortemente sottolineate dall’aggiunta di riflessioni locali sulla ‘ndrangheta inserite in sceneggiatura da Milo Tissone non lontane dalla sottigliezza con cui sono inseriti nella fiaba di “Sicilian Ghost Story“, a cui si assommano varie merlettature citazionistiche, riempiendo l’assioma del film di similitudini tra “A Classic Horror Story” e la conoscenza condivisa dell’universo di riferimento.

Si potrebbe dire che l’immagine di “A Classic Horror Story” è abitata, piuttosto che abitare, dall’audiovisivo altro, etero-derivata invece di essere gioco libero e sfacciato (si pensi, con le dovute distanze, a “Quella casa nel bosco” nella cui logica ricorsiva di debiti meta- si intravedeva uno sviluppo creativo). La presa in prestito, soprattutto per quanto riguarda il lavoro sull’immagine, sulla messa in quadro, sfoga nelle atmosfere sabbiose di “Non aprite quella porta” e “Le colline hanno gli occhi”, ruzzolando tra la geometria di “Midsommar” e la claustrofobia di “La casa” e spingendosi, come per “The Nest”, nelle logiche di ribaltamento di senso tipiche di uno scoperchiamento metaforico (l’utilizzo che ne fa Shyamalan): istantanea di altre immagini filmiche splendida, immobile, operazione emulativa che introduce al metatesto.

Da qui si farà riferimento alle rivelazioni dell’ultima parte di film.

La rappresentazione cinematografica ad-hoc perpetrata dal regista-demiurgo in presenza delle sue pedine, rivela un j’accuse non soltanto alle difficoltà percepite dagli autori nel sistema produttivo cinematografico italiano, ma anche a chi fruisce il film sia nell’atto incompleto di vederlo/osservarlo (un salto veloce con interfaccia Netflix-like) sia nella condivisione di un sentimento frutto di stereotipi difficilmente rimuovibili, per loro natura. La consapevole autoironia dei commenti di avatar web nell’epilogo (“si capisce quando parlano?”, “noi italiani non sappiamo fare cinema horror”) è il contraltare di un’altra evidente presa di posizione contraria ed eguale che solitamente si fa risalire al pubblico: la facilità con cui si vogliono sottolineare i pregi di un prodotto italiano al passo con le produzioni internazionali (più spesso ancora americane, e nulla più). Entrambi sono la semplificazione di un sentimento da spettatore distratto, che invece qui dovrebbe riconoscere tutte le note composizioni horror a cui si faceva riferimento prima.

Allora cosa stiamo guardando? Un film dal notevole valore produttivo che ricrea e cita talmente bene da voler zittire quei commenti? Il rischio qui però è soltanto di far emergere quelli opposti di cui si scrive, altrettanto nebulosi quando si tratta di analizzare criticamente il film per non fermarsi alla salvaguardia cieca del prodotto italiano.

Sono interessanti le sferzate di “A Classic Horror Story” su un piano teorico, ma meno in quello di restituzione concettuale e visiva. L’immagine che si era trovata prima in debito con altro cinema, troppo somigliante e sottomessa, si deve accontentare di una invettiva secca e semplicistica, asservita all’ovvietà, cliché anch’essa di modalità di fruizione e di umori generalizzati che poco hanno a che vedere col cinema, con l’immagine e le sue unicità ma che “A Classic Horror Story” vuole, con una punta di sconsiderato coraggio, comprendere nel processo filmico. Promettente, sulla carta.

Però oltre al vario citazionismo concettuale in questo film non c’è nulla dei suddetti film, un vuoto percepibile anche nei momenti di massima dissonanza tra la violenza dei villeggianti e la dolcezza del brano “Il cielo in una stanza”. Gli stessi personaggi, elenco di una trafila di cliché, sono lì posti e immobili, differentemente dall’idea di Ari Aster di renderli preda di una forza unica, orribilmente spietata e insondabile (l’orrore puro) in “Midsommar” (lo approfondiamo nello speciale Traiettorie dedicato al film).

Ci si domanda a questo punto se la sensazione sia dovuta alla scrittura del personaggio-regista: un artistucolo deriso persino dai famigliari, con evidenti problemi di budget e di processo creativo. Motivazione debole che inficerebbe la qualità del soggetto, a questo punto.

Invece che produrre un proprio senso, la mimica del personaggio-regista è una pantomima delle citazioni elencate, svuotate del loro proprio senso e finanche prive di una nuova idea, uno spunto o, magari, una contraddizione in seno all’horror.

“A Classic Horror Story” restituisce un quadro apparentemente scomodo poiché a produrre, oltre a Netflix, c’è anche Colorado Film, il cui tipico prodotto, le commedie, sono al centro di una battuta del film proprio nel momento in cui tutti i nodi vengono al pettine e si sciolgono in un testo non tanto originale quanto di sfogo (“DolceRoma“), una bolla che scoppia presto ma che, nella sua staticità, dimostra voglia di sperimentare, di cercare un valore per queste immagini in un momento storico di produttività audiovisiva in termini principalmente quantitativi. Materiale di alto valore qualitativo quanto inerte, quello di “A Classic Horror Story”.

15/08/2021

Cast e credits

Titolo Originale
A Classic Horror Story
Distribuzione
Netflix
Durata
95'
Produzione
Colorado Film, Netflix, Rainbow
Sceneggiatura
Roberto De Feo, Paolo Strippoli, Lucio Besana, Milo Tissone, David Bellini
Fotografia
Emanuele Pasquet
Scenografie
Roberto Caruso
Montaggio
Federico Palmerini
Musiche
Massimiliano Mechelli
Costumi
Sabrina Beretta

Trama

Cinque persone si stanno spostando in carpooling sulle strade della Calabria quando, in seguito ad un incidente, perdono il controllo del mezzo, finendo dalla strada all'interno di una foresta con una sospetta al centro di una radura.
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi