Acrid

Acrid


Kiarash Asadizadeh

Drammatico | Iran
(2013)

Il cinema iraniano sembra aver trovato la formula per far quadrare i conti. Costretti a subire ostracismi e persecuzioni per una visione dell’esistenza non conforme al pensiero delle autorità governative, gli allievi di Kiarostami e di Panahi sono riusciti a conquistare nuova visibilità aggirando la censura con una poetica in grado di raccontare il proprio paese nel concreto ma senza suscitare il diniego delle autorità governative. Lo aveva fatto Asgar Farhadi con “Una separazione“, il capolavoro premiato con l’Oscar per il miglior film straniero, lo fa oggi al festival del cinema di Roma, e nel concorso ufficiale, Kiarash Asadizadeh con “Acrid”, storia che sembra fare da appendice al discorso avviato dal più famoso collega. Molte infatti sono le cose che accomunano i due film. Innanzitutto lo spunto iniziale che, partendo da una crisi, sentimentale ma anche di valori, finisce per raccontare le trasformazioni di una società che almeno nel privato dimostra di essersi allineata con il resto del mondo. A parte il velo che gli cinge il capo, non c’è nessuna differenza tra lo schema proposto dal campione femminile considerato da “Acrid” e i corrispettivi occidentali che caratterizzano il nostro quotidiano. Il dolore e lo struggimento delle donne raccontate da Asadizadeh si nutre delle stesse pulsioni ma soprattutto è la conseguenza delle medesime cause. Al centro del problema ci sono infatti figure maschili travolte dai propri istinti fedigrafi, e per questo incapaci di tenere fede alle proprie responsabilità di genitori e di mariti. Ma le similitudini continuano anche sul piano della costruzione narrativa, che procede attraverso una continuo cambio di punti di vista, anche se a differenza del film di Farhadi, “Acrid” non ha alcuna intenzione di analizzare le ragioni degli uni e degli altri, ma di rafforzare la constatazione della decadenza dell’istituzione familiare attraverso una casistica che prende in esami un prototipo di unioni variegate e trasversali. Il quadro è drammatico, e nella sorpresa finale, anche beffardo, con i figli destinati a pagare le colpe dei padri.

Girato per lo più in interni e illuminato da una fotografia che rasenta il bianco e nero, con i colori primari sostituiti da un trionfo di grigi e di neri, “Acrid” parte dal dato reale costituito, fornito dal flusso di emozioni e di stati d’animo che prendono vita davanti alla macchina da presa, ma poi lo trascende lavorando sui personaggi che – sebbene definiti nel loro ruolo sociale con particolari riguardanti il mestiere e l’ambiente in cui operano – rimangono orfani di qualsiasi attribuzione anagrafica o concernente il grado di relazione con gli altri interlocutori, come si verifica nella scena in cui Samin cerca di convincere la donna che abita con lei a non tornare con il marito violento e ubriacone. Non sappiamo se la ragazza sia sua figlia, la sorella o addirittura un’amica, perchè ciò che importa al regista è rimanere a contatto con la sensazione di perdita e di sconfitta che accomuna il destino delle coppie esaminate. Con il risultato che la vicenda che abbiamo visto si carica di un’universalità per certi versi astratta; radicata nel luogo che la origina e, allo stesso tempo, trasferibile in ogni dove senza alcuna alterazione. E anche la mancanza di qualsiasi riferimento religioso, un altro segno della perdita d’identità che traspare pure dai modi piuttosto disinibiti con cui uomini e donne si confrontano, contribuisce a rafforzare l’idea di un paese attraversato da trasformazioni che hanno già inciso nel tessuto psicologico dei suoi abitanti. Interessante e coinvolgente “Acrid” è un altro colpo messo a segno dai selezionatori.

12/11/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Gass
Durata
94'
Sceneggiatura
Kiarash Asadizadeh
Fotografia
Majid Gorjian
Montaggio
Kiarash Asadizadeh
Musiche
Ankido Darash

Trama

Il matrimonio di Soheila e Jalal è in crisi, per via del comportamente di quest'ultimo. Intanto, la sua segretaria, Azar, sta per divorziare dal marito che ha una relazione con Simin, una sua studentessa. 
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