Anon

Anon


Andrew Niccol

Fantascienza, Noir, Thriller | Usa
(2018)

anon andrew niccol

Dove si svolge effettivamente il film? Sullo schermo di fronte, distanziato dallo spettatore,

o nella sua testa, sulla retina e nelle sinapsi?

(Thomas Elsaesser, Malte Hagener, “Teoria del film”)

 

In una società contemporanea alla nostra le metropoli si popolano di segni digitali arrampicati sulle facciate dei grattacieli e anche negli spazi tra essi: comunicazioni pubblicitarie. A queste ultime si aggiungono dati onnipresenti che si estendono dagli oggetti per fornirne nomenclatura e caratteristiche, lo stesso dicasi per gli uomini. Si tratta di metadati che si generano nella retina delle persone e le accompagnano nel corso della loro esistenza attraverso un costante flusso d’informazioni nella struttura Ether.

Il detective Sal Frieland opera secondo i metodi della polizia: controllo totale e pervasivo di ciò che la retina delle persone costantemente registra e dunque offre come prova inconfutabile per le indagini.

Andrew Niccol propone con “Anon” un’anti-utopia fortemente critica verso la digitalizzazione dell’informazione nella società odierna. Il regista e sceneggiatore ha sempre proposto temi che inasprissero un concetto per farne tematica didascalica di un racconto fortemente narrativo e di genere. Se il dramma “Gattaca” rifletteva sulle implicazioni di una società basata sulle prassi (e ideologie) dell’eugenetica e il thriller d’azione “In Time” inscenava un mondo distopico retto dalla distinzione di classe, al noir “Anon” si chiede di riflettere sulle sconfinate possibilità e limitazioni personali basate sulla rete di informazioni inserita direttamente nel cervello degli individui.

Le opere di Niccol partono da un assunto fortissimo e strutturalmente dato – il condizionamento genetico, la valuta temporale, la registrazione digitale di ciò che si guarda; o anche il mondo finito e fasullo in cui vive l’unico individuo ignaro, se vogliamo alludere anche alla sceneggiatura di “The Truman Show“. All’assunto Niccol fa sempre coincidere uno strumento che ne incrini la ricorsività, ecco come la scrittura nei suoi temi diventa automaticamente didascalica, piacevolmente semplicistica. Essa serve tuttavia a fare da contenitore tematico, non è mai il nucleo principale e unico dell’allegoria.

Sal Frieland si trova ad affrontare un individuo che controlla l’Ether a suo piacimento, hackera la visuale delle persone e le uccide senza lasciare alcuna traccia di sé. L’anonimato, appunto, è il tema della titolazione ancora una volta intuibile dell’opera girata esclusivamente per Netflix.

Date le premesse interessanti, “Anon” si articola poi secondo un noir fatto di cromatismi anch’essi alludenti all’iper-controllo e conseguente perdita identitaria: grigi e neri dipingono l’architettura funzionalista della società che ha smesso di essere osservata. La storia procede attraverso le tappe che segnano la decifratura del caso fino al controllo dell’iride di Sal da parte del killer, condizione che costringerà il detective a una corsa per trovare il responsabile prima di finire vittima di un raggiro.

Narrativamente parlando, “Anon” non offre spunti particolarmente creativi, limitandosi a fornire una tesi da giallo e ampliarne le conseguenze contrarie. Questo modus operandi è proprio del cinema di Niccol fin dai suoi esordi e spesso ha reso le sue opere sci-fi intrattenimento sgangherato, per quanto sempre appagante. “Anon” non esce da questa ritrosia autoriale, zoppicando notevolmente sulla dinamica di genere (il giallo non sorprende fino alla fine) eppure riesce meglio di molte altre opere del regista a suggerire un quadro di significato ampio e interpretabile. Difatti il vero interesse di “Anon” sono quelle finestre che si aprono negli occhi dei personaggi, amplificando la portata ubiquitaria delle possibilità visive.

Più che interrogarsi sul totalitarismo del controllo, in capo a illustri opere molto affini come “Essi vivono” e “Minority Report“, il film di Niccol sostiene un discorso sulla malleabilità dell’immagine e della sua possibilità di sostituirsi al reale.

L’espediente in termini di grammatica cinematografica utilizzato da “Anon” per veicolare la priorità del point of view è una soggettiva che suggerisce l’agente attraverso mano e arma in primo piano. Questo stratagemma da noir classico è sia elemento narrativo sia suggestione sulle possibilità del cinema come strumento di visione sulla realtà e di espressione della stessa.

“Anon” dichiara apertamente allo spettatore che la realtà filtrata dall’occhio è già di per sé problematica; essendo parziale (difatti quando Sal chiude gli occhi non è possibile avere una registrazione nell’Ether), diviene fortemente confusionaria se a essa è concessa la possibilità di aprire tante finestre quanti i POV evocati.

Sal apre costantemente finestre, sovrapponendole per discernere cosa sia accaduto veramente; il killer invece opera sull’occhio altrui, specchiando e dunque nascondendo ciò che avviene realmente.

Il digitale, sembra dirci Niccol, ci ha conferito e al contempo revocato la possibilità di avere tante cornici aperte sul mondo: conferito poiché l’accessibilità è immediata collegando anche punti lontanissimi tra loro, revocato poiché la natura ubiqua e multipla delle finestre verso un altrove reale sclerotizza la visione fino a farne oggetto frammentato e parziale. Formalmente l’immagine diviene un dato pronto a essere oggetto malleabile e manipolabile, porta che si apre verso mondi paralleli virtuali (non fisici, come accade con le porte di “Monsters & Co.“, per intenderci).

Le deduzioni qui sopra scavano fin dove “Anon” stesso non vorrebbe arrivare volontariamente. Questo però rimarca ancora una volta quanto le opere di Andrew Niccol siano frutto di un pensiero che concede allo spettatore intrattenimento accompagnato da una rappresentazione didascalica sì, ma sempre fruttuosa, prolifica quando si rende disponibile alle riflessioni di chi le fruisce.

13/03/2020

Cast e credits

Titolo Originale
Anon
Distribuzione
Netflix
Durata
100'
Produzione
K5 Film
Sceneggiatura
Andrew Niccol
Fotografia
Amir Mokri
Scenografie
Philip Ivey
Montaggio
Alex Rodríguez
Musiche
Christophe Beck
Costumi
Christopher Hargadon

Trama

Le persone sono costantemente collegate al sistema digitale Ether traendone informazioni e registrando tutte le attività incluse nel campo visivo. Il detective Sal Frieland è incaricato di trovare un killer che nasconde la propria identità hackerando il punto di vista delle proprie vittime.
Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica

Romería – Il mare dei ricordi
Romería – Il mare dei ricordi

Al suo terzo lungometraggio, la cineasta spagnola Carla Simón ripropone approccio autobiografico, tematiche e stile all'interno di un film estivo nuvoloso e melanconico che si ibrida con una detection esistenziale

L’amore che rimane
L’amore che rimane

Pálmason si fa cantore della semplicità e mette in scena un'elegia del quotidiano in cui il paesaggio, rispettato e custodito dai personaggi, diventa protagonista e spazio emotivo del racconto

The Sea
The Sea

Premiato ai locali Ophir Awards, il candidato israeliano al Premio Oscar per il miglior film internazionale "The Sea" di Shai Carmeli-Pollak narra il viaggio clandestino di un giovane palestinese attraverso Israele secondo i canoni del road movie e del coming of age più classici, che si condivide più di quanto si apprezzi