Blood Father

Blood Father


Jean-François Richet

Azione, Drammatico | Francia
(2016)

John Link (Mel Gibson) è arrivato alla soglia di una vecchiaia solo anagrafica: la moglie lo ha abbandonato, la figlia ha abbandonato entrambi, l’alcol e la droga continuano invece a fargli compagnia nella loro peggiore mostra di sé, fantasmi da scacciare giornalmente e che, giornalmente, gli si ripresentano come tentazione.

Per il resto, si guadagna da vivere tatuando strani soggetti e vive in una roulotte nel bel mezzo del deserto dell’Arizona. L’ostilità della natura e un vissuto condiviso di bravate e sballi ha di fatto costruito, in quel bel mezzo del nulla, una comunità molto solidale e basata sul mutual-help, cosa che si rivela utilissima per quel cumulo di cenere inquieta che è l’animo autodistruttivo di Link, sempre pronto a rinfocolarsi.

La cinepresa indugia su un santino del tipo “Chi l’ha visto?” e la promessa di una forte ricompensa (30mila dollari), ma la carta è sgualcita, troppo tempo sembra essere passato, ognuno ha messo una pietra sopra la possibilità di quel facile guadagno, quella cifra garantita dalla ex moglie che, abbandonandolo, è pure diventata ricca. È Lydia (Erin Moarty) la ragazzina che è scappata di casa e, come tutte le ragazze ribelli, nessuno sarà in grado di rintracciare, solo lei potrà decidere di farsi ritrovare e, se lo farà, vorrà dire che qualcosa di molto grosso è successo, il cui peso è destinato alle spalle devastate di un uomo chiamato John Link.

Inizia così un’avventura nei deserti veri e figurati della vita; padre e figlia dovranno prima ri-conoscersi, poi azzerare tutto e infine conoscersi per davvero nella ricostruzione di un amore durante il quale una banda di narcotrafficanti sudamericani ha il solo scopo di recuperare un mucchio di soldi fatti sparire da non si sa bene chi.

Ennesima prova affettivo-muscolare per Mel Gibson che, dopo aver rifiutato il coinvolgimento nel nuovo Mad Max, ritorna ben volentieri in una storia sordida e meridionale, sovraesposta e carceraria come “Viaggio in paradiso“.

Affidato alle solide e versatili mani di Richet, ancora una volta il vecchio Mel costruisce il personaggio che più gli somiglia, muscolare e tormentato, paterno e anima persa, allucinato e auto-ironico, sempre letale per sé e gli altri. Fa specie che la storia, pur poggiando sulle solide pagine dell’omonimo romanzo di Craig Roberts, si sviluppi totalmente su un elettroencefalogramma che procede per scosse e curve, calma apparente e furie devastanti in un andamento tellurico che tra gli attori ancora viventi può solo e giusto affiancare, al vecchio Mel, Gary Oldman (e comunque, contandoli tutti, non sono poi moltissimi).

Fondamentale, e cruciale, la scelta dei personaggi che in qualche modo avranno da scottarsi le mani con un personaggio come Link: Michael Parks (che è stato il padre putativo di Bill nel secondo volume di “Kill Bill“) è il Predicatore, anche qui una sorta di padre che è stato anche il suo boss e gli è costato sette anni di galera per non averlo tradito; il buono è invece Kirby (William H. Macy, l’incredibile pasticcione di “Fargo“, capolavoro dei fratelli Coen), lo sponsor della sua vita nova, la figura tutrice che gli fa da garante presso la polizia e le devastanti sedute degli Alcolisti Anonimi cui, peraltro, John partecipa con profitto. Completano il quadretto la pre-pubere figlioletta che fa le cavolate tipiche della sua età e una banda di latini alla moda, tutti costruiti su quel proficuo stampino che fu Danny Trejo: muscolosi ma non scolpiti sicché già il corpo mette in evidenza una cattiveria che sovrasta la nevrosi palestrata, e variamente tatuati di una accozzaglia di disegni infernali e proclami che sono essi stessi una dichiarazione di guerra al mondo intero.

La cinepresa segue essenzialmente Link, prima nella roulotte che lo fa sembrare un leone in gabbia, sazio prima, affamato poi; poi alla guida della sua scassatissima Dodge per cui metterla in moto è già un miracolo superiore all’uscire illesi da un fuoco incrociato; infine in sella alla sua vecchia moto, l’oggetto-cardine della sua antica ribellione, a guida della quale incrocia un duello che molto ricorda il finale di “Easy Rider” (Dennis Hopper, 1969).

E il viaggio senza sosta e in debito di tempo di un uomo che deve riscoprire se stesso in poche ore è scandito dalla velocità e dagli intoppi che i mezzi di traslazione riescono a imprimere nel loro fine più palese, il movimento, nel mentre si sta giocando una partita molto più grossa. L’ambientazione meridionale della storia carica la palette cromatica di una saturazione tipica del sole desertico che arriva fino allo spappolamento dell’immagine, in un quadro che esprime appieno il senso di oppressione e quello di immanenza entro cui, da sempre, si trovano a loro agio i pazzi e i santi.

Non secondario, nello sviluppo della storia, è l’impianto pedagogico di un uomo che ritrova la figlia e il cui primo e unico terrore è di perderla nuovamente e stavolta per sempre. Così, messa da parte la tentazione di una solenne sculacciata che sarebbe stato l’argomento definitivo sulla sostanziale innocenza di una ragazzina agli occhi di Dio e del Codice Penale, Link deve dosare e mescolare i registri, farsi dare fiducia invece di comandare, dare l’esempio invece di giudicare, sorridere come se la stesse proteggendo e proteggerla come stessero giocando. Sicché, in una storia a forte rischio di un moralismo frusto e paternalista, John Link conquista il cuore della figlia col solo ausilio dell’amore e del dovere che l’amore comporta. Per quanto un coltello, una pistola, qualche bomba e una moto potente faranno sempre comodo.

17/07/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Blood Father
Distribuzione
Wild Bunch
Durata
88'
Produzione
Why Not Productions - Wild Bunch
Sceneggiatura
Peter Craig, Andrea Berloff
Fotografia
Robert Gantz
Scenografie
Susan Magestro, Penelope Rene Stames
Montaggio
Steven Rosenblum
Musiche
Sven Faulconer
Costumi
Lisa Norcia, Terry Anderson

Trama

Jonh Link ritrova la figlia che pensava di aver perduto per sempre. La giovane però si è trascinata dietro una gang di trafficanti sanguinari e che la vogliono morta e suo padre è l'unica speranza di uscirsene viva.
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