Blue Sky Bones

Blue Sky Bones


Jian Cui

Drammatico | Cina
(2013)

Il nome di Jian Cui a noi dice poco, ma in Cina è una delle personalità artistiche più amate. Attivo dal 1986, è considerato il “padre del rock cinese” ed è stato uno dei leader delle proteste di piazza Tienanmen, sia con la sua presenza che con i suoi brani (la sua “Nothing to My Name” era uno degli inni degli studenti in rivolta); dopo anni di basso profilo e di ostracismo, a partire dagli anni 2000 il regime si è progressivamente aperto nei confronti della musica rock ed è avvenuta la riabilitazione politica che ha concesso al musicista dissidente più ampi spazi di manovra: “Blue Sky Bones” è l’esordio nel lungometraggio che sancisce l’interesse di Cui per un’altra forma d’arte.

Zhong Hua è un giovane che vive a Pechino con il sogno di fare il musicista: nel frattempo si diletta come hacker immettendo nella rete un pericoloso virus. Il padre si scopre malato terminale, ma Zhong Hua sceglie di non vederlo per non infastidirlo, sebbene voglia trovare un modo per sostenerlo economicamente. Nel frattempo il padre decide di raccontare al figlio tutta la storia su sua madre, da cui si è allontanato quando lei aveva scoperto che l’uomo era in realtà una spia. La narrazione di “Blue Sky Bones” non segue una linea temporale coerente: facendo uso ricorrente di flashback e flashforward e di alcune scene reiterate più volte, compie un viaggio nella memoria raccontando le storie di tre vite mentre sullo sfondo si stagliano due momenti storici differenti della Cina. Evidente l’interesse di Jian Cui per questa prospettiva critica, sottolineata da una differente impostazione formale: il passato dei genitori è raccontato coi tempi e i modi compassati del melodramma storico, con una regia pulita e dal montaggio essenziale, mentre il presente di Zhong Hua punta sul nervosismo delle inquadrature con zoomate da videoclip e una continua frammentazione narrativa. Il tentativo è di raccontare la nuova era della libertà del Web che liquefà le coordinate spazio-temporali, senza dimenticare le contraddizione di un passato ancora prossimo: a coadiuvare il regista c’è la fotografia di Christopher Doyle, perfetta nell’assemblare un materiale così eterogeneo, aggiungendo inserti da arte visiva che sembrano usciti dal cinema No Wave di Amos Poe. Si tratta di un’opera prima interessante e anomala, soprattutto per il contesto produttivo tutto cinese: certa libertà narrativa è più vicina al cinema di Hong Kong e il risultato finale fa di “Blue Sky Bones” una sorta di “indie movie” in salsa cinese – un interessante parallelismo lo si potrebbe porre con “I gatti persiani” di Ghobadi che, però , proseguiva coerente su un piano estetico ben definito.

Dove il film pecca, è sicuramente nella tenuta e nella coerenza drammaturgica. Nell’accumulo di cose da dire, Jian Cui finisce per alternare momenti ispirati ad altri fiacchi e posticci. Funzionano le performance come la scena in cui viene presentata “La stagione perduta” (e successivamente censurata, provocando l’espulsione dei ragazzi) o quella parallela del concerto-videoclip di Zhong Hua trasmesso live su internet in maniera clandestina. Ma in certe scene si insiste eccessivamente sulla deriva melò, in altre si pecca di una retorica un po’ naif. Le sequenze di mise en abyme sono così gratuite da risultare didascaliche: non c’è bisogno di farci vedere Zhong Hua che sta assistendo alla “proiezione” su grande schermo del racconto dei suoi genitori, per farci capire che la Storia irrompe nelle vite di tutti, soprattutto considerando che non vi è alcun impianto metacinematografico a sostenere tale idea.

Il pastiche formale realizzato da Jian Cui e da Doyle rischia di essere un più semplice pasticcio, ma la sincerità del regista, che ha dedicato il film ai giovani, alla ribellione, alla libertà, lo salva sicuramente dall’anonimato, portando “Blue Sky Bones” ad essere una curiosa anomalia nel cinema della Cina Mainland. Infatti, per essere un’opera che ha superato il visto censura del regime, non v’è alcuna apologia della Rivoluzione Culturale. Anzi, il personaggio che si fa carico di quegli anni, il padre di Zhong, è un animale morente che viaggia attraverso villaggi isolati dalle antiche tradizioni con cui vorrebbe rientrare in contatto anche per riappacificarsi col proprio passato. Mentre il regista si identifica con la madre, segreta amante del rock che perde la memoria delle sue disavventure per rifarsi una vita e un’identità nella mitica America.

18/11/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Lanse gutou
Durata
101'
Sceneggiatura
Jian Cui
Fotografia
Christopher Doyle
Scenografie
Liu Qing
Montaggio
Zhou Xinxia
Musiche
Jian Cui

Trama

Pechino, sono i giorni della Rivoluzione culturale. Condannata ai lavori in campagna per aver scritto una canzone giudicata sovversiva, una giovane si innamora di un uomo da cui ha un figlio, Zhong Hua. Dopo aver fortunosamente scoperto che il proprio compagno è in realtà una spia, l'uomo si allontana portando con sé il bambino. Soltanto da grande, Zhong Hua, diventato un musicista e un hacker, conoscerà la verità sui propri genitori... 
L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica