Cane mangia cane

Cane mangia cane


Paul Schrader

Drammatico, Thriller | Francia, Usa
(2016)

Presentato alla “Quinzaine des Realisateurs” al Festival di Cannes 2016, “Cane mangia cane” getta lo spettatore, fin dall’affascinante incipit, in un profluvio di immagini, suoni e colori che lo accompagna in un viaggio psichedelico, dove violenza e assenza di morale sono le uniche motivazioni che spingono i protagonisti a (soprav)vivere per avere una ragione di essere.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore (ex carcerato) Edward Bunker – ispiratore de “Le iene” di Quentin Tarantino e uno dei personaggi di quel film – lo sceneggiatore e regista Paul Schrader ritorna al cinema dopo poco più di un anno dal disastroso “Il nemico invisibile“, pubblicamente disconosciuto dall’autore per i pesanti interventi della produzione, con un’opera dove ottiene la massima libertà espressiva e di messa in scena.

La storia di tre piccoli delinquenti senza arte né parte in una Los Angeles notturna e composta da locali equivoci dalle luci soffuse, dove si muove un sottobosco di mafiosi messicani, drogati, prostitute, e regna la violenza spicciola e gratuita, si sviluppa per strappi di montaggio, inserti onirici (in party in cui droga e alcol sono il pasto principale), accelerazioni e ralenti. Il tutto intervallato da lunghe sequenze dialogate e scoppi di violenza, in una messa in serie sincopata e con inserti all’interno dell’inquadratura che sono un’interpretazione originale di split screen (immagini tv, dettagli, inquadrature extradiegetiche) e da split sound (sonoro in primo piano, voci provenienti da fonti sonore esterne all’inquadratura che si sovrappongono al soliloquio dei personaggi).

La cifra stilistica del film è ben rappresentata dal prologo violento e caleidoscopico dove è presentato il primo personaggio del trio Mad Dog (Willem Dafoe, bravo nelle varie sfumature psicologiche) un assassino psicopatico; il secondo è Diesel (Christopher Matthew Cook che recita sfruttando la propria fisicità) picchiatore professionista; il terzo è Troy (Nicolas Cage che ritorna a lavorare con Schrader), ex- colletto bianco, di una famiglia ricca caduta in disgrazia, l’unico che in qualche modo sembra il più consapevole della situazione che stanno vivendo tutti e capo di questo improbabile a raffazzonato “mucchio selvaggio” che resta unito per una solidarietà nata in carcere e maturata per la sopravvivenza comune. Ma se il carcere. in qualche modo. li ha uniti, la vita fuori non prospetta una possibile redenzione, ma solo la reiterazione della violenza appresa, cani randagi e rabbiosi, pronti a ringhiare e sbranare chiunque si ponga sullo loro strada.

Del resto, la loro assoluta incapacità di relazionarsi è ben descritta nella vacanza che si prendono dopo il primo colpo che compiono con successo: vanno un fine settimana in un grande albergo a divertirsi e, in un montaggio parallelo, assistiamo all’approccio differente (ma dai risultati simili) alla compagnia femminile. Mad Dog non riesce ad avere un rapporto sessuale con una prostituta e rabbiosamente la minaccia e la manda via dalla stanza; Diesel incontra una ragazza al bar e, nel momento che sembra riesca a instaurare un dialogo, ha uno scoppio di violenza perché crede che lo stia prendendo in giro per essere un galeotto, equivocando la situazione e scambiandola per una prostituta; Troy paga una prostituta, pensando di poterla far innamorare con il denaro, offrendole la prospettiva di una vita in Costa Azzurra e regali di gioielli, nel fantasioso e velleitario desiderio di una diversa opportunità esistenziale (per poi scoprire, affranto, il giorno dopo, che la donna ha messo in vendita su E-bay il gioiello ricevuto in regalo).

Senza scampo, senza speranza, tutta la parte finale di “Cane mangia cane” racconta il fallito tentativo di rapimento di un bambino per conto della mafia messicana. E del resto ne sono consci tutti e tre e, in modo esplicito, decidono che con quel colpo o si mettono a posto per cambiare vita oppure morire, piuttosto che continuare a condurre un’esistenza alla deriva che li porterà prima o dopo a rientrare in carcere.

Fornitore dei lavori è un vecchio boss, “il Greco”, che ha stima di Troy e cerca di aiutarlo secondo le sue possibilità e conoscenze. È interessante che questo personaggio sia interpretato dallo stesso Paul Schrader, ricoprendo la figura di “regista” intradiegetico, di autore delle azioni dei tre personaggi, di scrittore delle vite altrui, in una metaforica rappresentazione dell’autore che però non ha il controllo fino in fondo della materia che vorrebbe trattare. Tutti gli incontri tra il Greco e Troy sembrano la messa in scena di colloqui di lavoro, discussioni dei ruoli da interpretare, di accordi di come la storia deve essere girata: il lavoro del cinema è fatto di scontri, sconfitte e compromessi per ottenere guadagni. E la telefonata tra Troy e il Greco, dopo che il rapimento è andato male, assomiglia anche a una telefonata tra un attore e il suo agente per una parte sfumata, tra un regista e il suo interprete principale per comunicargli il licenziamento perché il produttore è insoddisfatto di come ha recitato. Il cinema costruisce la realtà e la distrugge, in una visione nichilista che porta a una strada buia immersa nella nebbia del nulla in un the end inevitabile.

Schrader attua un’operazione citazionistica all’ennesima potenza: dal cinema della New Hollywood fino alla violenza tarantiniana; dalle sequenze in albergo che ricordano “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam e a un finale a “Strade perdute” di David Lynch; ai mucchi selvaggi di Sam Peckinpah e al noir degli anni 40; arrivando ad autocitare il suo cinema, in particolare l’utilizzo della luce flou e i colori saturi che virano al bruno, di “Affliction”, “Cortesie per gli ospiti”, “Mishima: una vita in quattro capitoli”, “Il bacio della pantera”, “Hardcore”. Anche la voce over di Troy, che accompagna lo svolgersi di alcune sequenze, sembra un richiamo al William Holden di “Viale del tramonto” di Billy Wilder.

Alla fine, un film summa che lo rende in parte interessante e divertente, così come le interpretazioni degli attori sono degne di nota. Ma questo citazionismo estremo è anche il limite di “Cane mangia cane”, dove a volte appare fine a se stesso, cerebrale, e più che il punto di vista di un autore, appare un saggio intellettuale per immagini di un critico militante (come è stato Schrader prima di darsi completamente al cinema). E così il film diventa anche un bell’esercizio di stile sul cinema degli ultimi quarant’anni che lascia però l’impressione di un dejà vu al di fuori del tempo.

21/06/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Dog Eat Dog
Distribuzione
Altre storie
Durata
95'
Produzione
Blue Budgie Films Limited, Pure Dopamine
Sceneggiatura
Matthew Wilder
Fotografia
Alexander Dynan
Scenografie
Carmen Navis
Montaggio
Ben Rodriguez Jr.
Costumi
Olga Mill

Trama

Mad Dog, Diesel e Troy sono tre ex-galeotti che vivono di violenza e piccole rapine, psicopatici, asociali e solitari l’unico linguaggio che conoscono è quello della violenza. Il rapimento di un bambino per conto di un boss della mafia messicana, fallito per la loro incompetenza e violenza li porterà verso una strada di (auto)distruzione inevitabile.

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