Dietro i candelabri

Dietro i candelabri


Steven Soderbergh

Biografico, Commedia, Drammatico | Usa
(2013)

L’eclettismo di Steven Soderbergh questa volta lo porta a raccontare la vera storia di Liberace, ricco, eccentrico e celebre pianista/showman degli anni settanta, e la sua storia d’amore con il giovane Scott Thorson, autore del libro di memorie su cui si basa il film. Il regista americano continua la sua personale esplorazione del corpo e della mente, questa volta in un contesto omosessuale, chirurgico, sentimentale, in un involucro pacchiano e kitsch di musiche, colori e luccichii, luci, palcoscenici e candelabri dietro i quali si nascondono la solitudine, la frustrazione, l’amore inappagato, l’inutilità del denaro. E quel palcoscenico di Las Vegas così carico di colori, di costumi artificiosi e appariscenti che somiglia alla villa di Liberace svela inevitabilmente il vuoto di esistenze inconsolabili.

Signori Soderbergh, noi pensiamo che vostro figlio sia molto in gamba, ma riteniamo che se si concentrasse su un progetto unico invece che rincorrerne così tanti uno dopo l’altro, potrebbe ottenere dei risultati più soddisfacenti per tutti. Invece che rimbalzare da un contesto all’altro, da una storia a un’altra, quasi con una certa fretta, con un atteggiamento non di sufficienza, ma quasi. Certo “Behind the Candelabra” è un progetto coraggioso, cercato e voluto, e realizzato soltanto come film per la tv grazie a HBO, visto che a Hollywood il soggetto sembrava troppo esplicito.

Un biopic che parte come commedia, senza però trovare i tempi comici giusti, e si trasforma per gradi in melodramma, senza davvero approfondire e commuovere. Che poteva diventare viscerale e sofferto, ma resta superficiale e patinato, ibrido sospeso e informe nelle mani di un regista che evidentemente si trova più a proprio agio quando può muovere la macchina da presa, azzardare, rischiare e giocare. I due protagonisti si prestano coraggiosi e volenterosi, dietro trucchi, ritocchi e parrucche, un gradino sotto il diventare macchiette, troppi esperti per esagerare. In particolare Michael Douglas, in ottima forma, che costruisce la fragilità del suo personaggio controllando espressioni e tono di voce, incarnandone l’incapacità di costruire rapporti veri. Nel cast anche Dan Aykroyd, irriconoscibile finché non mostra la sua smorfia tipica.

In un film perfettamente inserito in una tradizione di percorsi di formazione, plagio e distruzione, si può giocare a trovare un bel po’ di richiami cinematografici a 360 gradi: da quell’ossessione per la chirurgia dettata dalla voglia di plasmare l’altro che fa pensare ad esempio all’Almodovar di “La pelle che abito“; a quella sequenza mistica in bianco e nero che formalmente ricorda “L’uomo che non c’era“; dal contesto bizzarro e ironico di “Piume di struzzo” di Mike Nichols (pare che inizialmente Robin Williams fosse in corsa per interpretare Libeace), al racconto nel contesto omosessuale di interdipendenza e di plagio de “Il diritto del più forte”, senza però le conseguenze e la connotazione politica che ne dava Fassbinder nel suo capolavoro. Il mondo omosessuale, in Sodergergh, rischia di concentrarsi maggiormente sull’ostentazione di abiti, smorfie e accessori, e solo dopo sulla carnalità e il sentimento.

Non sono dunque i corpi in vendita, martoriati dai virus o atletici dei suoi ultimi film. Non sono nemmeno le menti pericolose del recente “Effetti collaterali“. Eppure sono entrambe le cose: esseri fragili, dipendenti dal sesso, dalla droga e dagli altri, nascosti dietro gioielli, pellicce e omertà. Volti sfregiati dal bisturi, coperti di abiti appariscenti e pacchiani, disinvolti nell’intimità, tormentati dall’amore e inappagati dalla vita.

Cosa manca dunque questa volta? Come detto, la commedia non brilla particolarmente, il dramma non colpisce fino in fondo e la storia d’amore non seduce. Tra vari cali di ritmo, tutto è solo sfiorato, appena scalfito. Lì dove i personaggi dovevano emergere, rimangono appiattiti e inghiottiti dentro quelle scenografie colorate, luccicanti e barocche; nel momento in cui Soderbergh potrebbe affondare il bisturi ritrae invece la mano e non riserva nessuna sorpresa.

Signori Soderbergh, secondo noi vostro figlio padroneggia decisamente meglio quelle storie corali e chiassose, perché sa farlo senza andare mai sopra le righe risultando sempre divertente; certo, il suo recenti “Effetti collaterali” era ben calibrato, ma allo stesso tempo sembra mancare lo smalto dei tempi migliori. Il risultato, ci spiace dirlo, è piuttosto tiepido.

Trascurabile nota a margine: il barboncino Baby Boy ha vinto il Palm Dog Award a Cannes, premio assegnato al miglior cane dei film in competizione.

11/06/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Behind the Candelabra
Durata
118'
Produzione
HBO Films
Sceneggiatura
Richard LaGravenese
Fotografia
Steven Soderbergh (as Peter Andrews)
Scenografie
Patrick M. Sullivan Jr.
Montaggio
Steven Soderbergh (as Mary Ann Bernard)
Musiche
Marvin Hamlisch
Costumi
Ellen Mirojnick

Trama

La vera storia d'amore tra l'eccentrico pianista e showman Liberace e il giovane Scott Thorson alla fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta.
Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi