Kotoko

Kotoko


Shinya Tsukamoto

Drammatico, Horror | Giappone
(2011)

Cocco, nome d’arte di Satoko Makishi, è una cantautrice giapponese che esordì nel 1996, a meno di vent’anni, divenendo in breve tempo una celebrità in patria, fino al ritiro improvviso nel 2001: in realtà Cocco continuò a lavorare, pubblicando libri d’arte e collaborando con altri artisti fino al ritorno come solista nel 2006. In questo intervallo conobbe Shinya Tsukamoto il quale le fece leggere la sceneggiatura di “Vital” (2004): Cocco apprezzò così tanto da inviare al regista la sua interpretazione di “Blue Bird”, il brano posto sui titoli di coda del film (e, a quanto pare, il personaggio-cardine di Ryoko fu rimodellato su di lei). Da questa casuale collaborazione nacque l’idea di Tsukamoto di realizzare un’opera che ruotasse interamente intorno alla figura della cantautrice. La personalità di Cocco, fragile e schizoide, suscettibile a pulsioni autolesioniste (scioccante un set fotografico che apparve su una rivista nel 2009, dopo una sua ricaduta, in cui mostrava il fisico, già minuto, debilitato dall’anoressia e numerose ferite sulle braccia), si amalgama perfettamente alla poetica estrema di Tsukamoto e la sceneggiatura è stata costruita a partire da una serie di interviste fatte alla cantante dal regista: Cocco, di volta in volta, ha letto e corretto lo script, mantenendo il carattere della protagonista aderente a se stessa.

Kotoko è una giovane madre affetta da un disturbo allucinatorio che le fa vedere il doppio di ogni persona che incontra e che, solitamente, si manifesta in maniera violenta e ostile nei suoi confronti – sebbene non sappia distinguere quale sia la parte reale e quale quella immaginaria. La donna, in aggiunta ai suoi problemi che prevedono anche tagli ai polsi auto-inferti quotidianamente (col fine di far sgocciolare il sangue, segno fisico vitale in una mente che sta cadendo a pezzi), sviluppa la sua schizofrenia paranoide in relazione al proprio neonato che vede costantemente sotto attacco. Teme anche che in un momento di distrazione sia lei stessa la causa della sua morte, immaginando di lasciarlo cadere dal tetto del palazzo dove abita, per poi rendersi conto che il bambino si trova al sicuro nell’appartamento. Gli assistenti sociali finiscono per toglierle il piccolo che va in affidamento alla famiglia della sorella, la quale vive a Okinawa. È in questo periodo che un celebre scrittore inizia a corteggiarla, donandole anche un nuovo, temporaneo equilibrio.

Dopo quasi un decennio in cui questo regista di culto, esploso nel circuito underground nipponico alla fine degli anni Ottanta, veniva dato per spacciato, ecco che torna prepotentemente alle vette delle sue opere migliori. Nonostante la parziale disamina della trama possa far apparire “Kotoko” come l’ennesimo film sulla follia, declinato nel paranoide rapporto madre-figlio esperito dalla protagonista, ciò che non passa inosservato è come l’autore abbia dato forma alla storia co-scritta insieme a Cocco senza cannibalizzarla con la sua maniera; l’orizzonte dell’opera si pone, infatti, sia come inusuale punto d’equilibrio tra le due identità che hanno collaborato, sia come summa e superamento dell’arte tsukamotiana. Da sempre interessato agli stati mentali deviati dalla normalità e ai modi per renderli tramite una messa in scena originale, il regista squaderna una resa visiva dai colori liquidi con la macchina digitale mobilissima e isterica. Basti pensare all’incipit con la ragazzina che danza sulla riva dell’oceano, figura nera su sfondo blu, che si muove al ritmo di una musica etnica che si interrompe bruscamente: l’inquadratura, traballante, riprende solo la riva e si ode un urlo spaventato; quale sia il motivo di quel grido rimane però incomprensibile, come, del resto, diviene inestricabile il confine tra realtà e allucinazione, poiché siamo immediatamente sbalzati nella soggettiva di Kotoko. Cocco, corpo/anima dell’operazione, si lancia in un’immedesimazione che azzera il distacco tra personaggio e interprete, (ri)vivendo quelle visioni e quelle fobie con cui ha dovuto lottare per tanti anni. Entrando in contatto con i disturbi di Kotoko, Tsukamoto ci fa sprofondare in uno stato di tensione perpetua e, ampliando la gamma delle mutazioni a cui è sottoposto il suo stile, realizza un’opera schizofrenica che vaga tra bucoliche sequenze di quiete e la più consueta (per lui) nevrosi urbana. Il regista erge il pianosequenza a luogo narrativo dove immortalare la calma psichica della protagonista, associata alle canzoni che Cocco interpreta con sofferta intensità; ma questi non sono che brevi parentesi nelle visioni che affliggono la donna durante la sua giornata. Tsukamoto frantuma quindi le scene con riprese tremolanti, continui zoom in/out, cambi di fuoco, stacchi sull’asse che vanno all’assalto della normale percezione dell’immagine e ci calano nell’oscurità che assedia la mente di Kotoko, la quale materializza davanti a sé i recessi più malati del suo animo.

L’autore di “Tetsuo” sembra poi fare il punto sul suo cinema attraverso il proprio corpo attoriale: entrando in scena nel ruolo dello scrittore (il suo romanzo più famoso si intitola “Bullet Ballet”, come la pellicola del 1998) sembra portare un po’ di felicità nella vita della donna. Innamoratosi di lei e della sua voce, instaura con Kotoko un rapporto masochista i cui risultati ricordano le deformazioni facciali impresse al suo volto in “Tokyo Fist” (1995). Infine, la sua sparizione adombra il dubbio della sua reale esistenza, e Kotoko, trovandosi nuovamente sola col suo bambino, entra in una nuova fase di paranoia che l’aliena definitivamente dalla realtà: la pace dei sensi sulle rive dell’oceano che trovavano anche i personaggi di “Vital” sono ormai irraggiungibili, e Tsukamoto sconquassa lo schermo con una serie di feroci allucinazioni, dove occhio della videocamera, montaggio e sonoro stridente collaborano alla creazione di un terremoto audiovisivo che scuote le viscere. Kotoko, convinta che la vita di suo figlio sia assediata, fa trasbordare le morbose notizie televisive dentro casa (d’altra parte, l’atmosfera generale dell’opera non può che aver risentito del disastro di Fukushima), dove vede aggirarsi un violento e implacabile assassino. Il cortocircuito è compiuto: la mente di Kotoko si nasconde in una candida inconsapevolezza e il suo racconto, dislocato nel tempo e nello spazio in maniera non lineare, si conclude nella catatonia, in pareti di cartapesta (ideate da Cocco) che ricordano le invenzioni di Michel Gondry, poiché possiedono lo stesso senso di malinconico simulacro di un reale ormai invivibile.

Shinya Tsukamoto continua a non darsi pace e a non dare pace ai propri personaggi e di questa coerenza bisogna ringraziarlo. Ma tale aspetto si completa con la ricchezza di idee e di visioni che “Kotoko” esprime, mostrandoci un autore che ha ancora la voglia di rinnovarsi, geniale nell’alternare poesia per immagini ad alcune tra le scene più terrorizzanti degli ultimi anni.

22/08/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Kotoko
Durata
91'
Produzione
Keiko Kusakabe, Shinya Tsukamoto
Sceneggiatura
Shinya Tsukamoto, Cocco
Fotografia
Shinya Tsukamoto, Satoshi Hayashi
Scenografie
Shinya Tsukamoto, Cocco
Montaggio
Shinya Tsukamoto
Musiche
Cocco

Trama

Kotoko è una madre afflitta da una forma di visione doppia, allucinazione che non si manifesta quando canta. Trova una sorta di conforto nel tagliarsi, facendo in modo che il sangue grondi liberamente per sentirsi viva. Prendersi cura del suo neonato si trasforma in un incubo quando la donna diventa paranoica e vede crollare la propria realtà...
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