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recensione di Laura Savarino
6.5/10

Hlynur Pálmason è un nome noto ai frequentatori della Croisette. Approda per la prima volta a Cannes nel 2019 con "A White, White Day", suo primo lungometraggio in lingua islandese, thriller glaciale con cui si aggiudica il Rising Star Award; la seconda apparizione è nel 2022 quando è ammesso alla sezione Un certain regard con lo storico "Godland", che l’Islanda sceglie come film di rappresentanza per gli Oscar 2024. Pálmason non fa mai un film uguale all’altro, sperimenta coi generi, le trame e le epoche, e a tre anni di distanza da "Godland" torna a Cannes e spariglia ancora le carte: "L’amore che rimane" non ha la tensione febbrile del thriller né il respiro politico del film storico, è piuttosto il racconto intimo e domestico di una coppia alle prese con la separazione.

Pálmason mette in scena la slice of life di una famiglia che fa i conti col divorzio e cerca di abitare una nuova realtà. Ed è difficile identificare una trama, riportare con pochi cenni la vicenda, perché la vita di questa famiglia è una vita sussurrata in cui in effetti accade pochissimo. Nessun inizio, sviluppo o fine, solo una coordinata temporale: la messa in scena episodica, rapsodica, di tutto quel che accade in un anno, con il fluire delle quattro stagioni.

Anna e Magnus, insieme fin dai tempi del liceo, vivono su in’isola e sono la coppia che si separa: lei lavora la terra, lui è un pescatore. Anna è anche un’artista visuale, realizza grandi tele giocando con elementi naturali e minerali, lascia la stoffa e il ferro in balia di vento, caldo e pioggia e affida il risultato alla ruggine che si deposita nel tempo. La sua è un’arte materica, un omaggio alla potenza dell’ambiente, in questo vicinissima alla poetica del regista: anche Pálmason è un’artista visuale, le sue opere sono molto simili a quelle di Anna e l’intera sua cinematografia è innervata da un profondo rispetto per il paesaggio naturale.

Se Anna è la terra, Magnus è l’acqua: la pesca delle aringhe è la sua principale fonte di guadagno e lo porta spesso lontano da casa. Anna e Magnus hanno tre figli, la maggiore Ída e i gemelli Grímur e Porgils, interpretati dai tre figli del regista, bambini tranquilli e relativamente felici, che aiutano in casa e giocano sempre all’aperto in compagnia di Panda (delizioso pastore islandese e rivelazione del film, vincitore della Palm Dog 2025). La separazione di Anna e Magnus è un processo graduale che la coppia porta avanti trascorrendo ancora del tempo insieme ai figli, tra escursioni e cene a casa, senza drammi o litigi. Insieme trovano nuovi codici per ridefinire il proprio rapporto, che si evolve in maniera armoniosa e priva di rancore.

Quasi nulla accade, si diceva. E in effetti "L’amore che rimane" pare quasi un documentario, perché Pálmason spesso fissa la macchina da presa in un punto preciso, la tiene lì a lungo e lascia che i personaggi si muovano nell’orbita dell’inquadratura, con i loro tempi. A volte le inquadrature si ripetono ma a cambiare sono la luce e il cielo perché nel frattempo le stagioni scorrono, l’autunno cede il posto all’inverno. Pálmason si fa cantore della semplicità, la sua è un’elegia del quotidiano messa in scena con delicatezza ma anche con passione: il personaggio che emerge più compiutamente è proprio il paesaggio, un’Islanda che non è solo geografia ma vero e proprio spazio emotivo, osservatore benevolo e testimone silenzioso. Il paesaggio e i suoi abitanti, animali di ogni tipo, accolgono la famiglia come parte di sé e si ribellano contro chi non li rispetta, come il gallerista svedese, che ruba un uovo di oca e subisce le conseguenze del vento.

"L’amore che rimane" è il film meno spettacolare del regista ma è certamente il più intimo e personale, una lucida riflessione sullo scorrere del tempo e la fine delle relazioni. Ha una struttura a frammenti che raccontano gesti minimi ma non si preclude una certa dose di divertimento, inserendo con misura battute umoristiche e sequenze oniriche spassose. E se di rimanenze si parla, rimarrà sicuramente a lungo nello sguardo dello spettatore.


31/05/2026

Cast e credits

cast:
Saga Garðarsdóttir, Sverrir Gudnason, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Grímur Hlynsson, Þorgils Hlynsson


regia:
Hlynur Pálmason


titolo originale:
Ástin sem eftir er


distribuzione:
Movies Inspired


durata:
109'


produzione:
Arte France Cinéma, Film i Väst, Hobab, Maneki Films, Snowglobe, Still Vivid


sceneggiatura:
Hlynur Pálmason


fotografia:
Hlynur Pálmason


montaggio:
Julius Krebs Damsbo


costumi:
Nina Grønlund


musiche:
Harry Hunt


Trama
Anna e Magnus, insieme dai tempi del liceo, decidono di separarsi. La separazione è un processo graduale che avviene lentamente e si declina tra lavoro, figli e momenti condivisi.