La valle dei sorrisi

La valle dei sorrisi


Paolo Strippoli

Drammatico, Thriller | Italia, Slovenia
(2025)

C’è qualcosa di inquietante, persino perturbante, nell’aprirsi di “La valle dei sorrisi”: un paesaggio alpino limpido, un borgo sospeso nel tempo e volti che sorridono sempre, in ogni circostanza, come se il dolore fosse stato bandito per decreto. È un mondo che a prima vista rassicura ma che, proprio per quell’eccesso di felicità, nasconde un segreto oscuro. Paolo Strippoli costruisce un film che gioca su quest’ambivalenza: un orrore che non urla, che non mostra subito i suoi artigli, ma che cresce lentamente, insinuandosi nei dettagli, nei gesti, nei sorrisi troppo forzati per non celare un abisso.

In questo scenario arriva Sergio, ex judoka, uomo segnato da un passato che ancora lo scuote. È lui lo straniero che entra in una comunità troppo perfetta, l’occhio esterno che intuisce da subito che qualcosa non torna. L’incontro con Matteo, il ragazzo che assorbe il dolore degli altri e lo restituisce come pace collettiva, diventa la chiave del film. Matteo è fragile e forte insieme: corpo minuto che porta su di sé un fardello immenso, quasi religioso. È un adolescente trasformato in santo laico, vittima sacrificale di un paese che delega a lui l’orrore di vivere.

Il rapporto tra Sergio e Matteo è il cuore pulsante della narrazione. Non si tratta semplicemente di un adulto che protegge un giovane: c’è un legame che assume i contorni di una paternità alternativa, di una seconda possibilità per entrambi. Matteo trova in Sergio una figura che lo vede come individuo e non come simbolo; Sergio trova in lui un figlio possibile, qualcuno a cui trasmettere non regole ma la semplice possibilità di essere sé stesso. È un rapporto fatto di silenzi, di sguardi rubati, di gesti minimi e di confessioni che valgono più delle parole. In questo incontro, l’horror diventa quasi dramma intimo, una riflessione sul bisogno reciproco di riconoscimento.

“La valle dei sorrisi” è un film che mette in scena il lato oscuro della comunità. La felicità ostentata, i sorrisi continui e l’armonia apparente sono maschere dietro cui si consuma un rituale inquietante. Ogni settimana, la comunità si affida al sacrificio di Matteo, lasciandogli il proprio dolore come fosse un fardello da scaricare, un debito da estinguere. È un meccanismo di rimozione collettiva, un modo di fingere che la vita non faccia male, che la sofferenza possa essere delegata. Ma se l’orrore nasce dal sangue e dalla violenza, qui nasce dal sorriso stesso, dall’assenza di conflitto, dalla patina di serenità che diventa la più crudele delle prigioni.

L’atmosfera è costruita con cura: le montagne che si ergono come barriere, i volti sempre illuminati da una luce troppo bianca, il silenzio ovattato che avvolge il paese. C’è una calma irreale che trasforma ogni scena in un quadro sospeso, dove nulla accade ma tutto minaccia di accadere. L’eccesso di felicità diventa così strumento di controllo sociale: chi non sorride, chi non si adegua, tradisce la collettività. È il ribaltamento più disturbante del film: la gioia, anziché liberare, diventa catena.

Matteo, in questo senso, non è soltanto il capro espiatorio di un rito ancestrale: è anche simbolo della fragilità adolescenziale, del peso insopportabile che spesso viene imposto ai giovani. Sopportare il dolore degli altri significa rinunciare al proprio, cancellare la possibilità stessa di crescere. Il suo corpo esile diventa una metafora della condizione di chi non ha voce, di chi si piega al volere collettivo fino a spegnersi.

E Sergio, accanto a lui, rappresenta l’occasione di un’altra strada. Il loro legame è fatto di riconoscimento reciproco: un padre che scopre un figlio inatteso, un ragazzo che scopre che la vita può essere altro rispetto al sacrificio. È un rapporto che mette in discussione il tempo stesso: Sergio, uomo che si credeva già consumato, scopre di avere ancora una possibilità; Matteo, adolescente ridotto a funzione rituale, scopre che la sua esistenza può avere valore in sé.

Eppure, se i temi sono potenti, la messa in scena non sempre riesce a sostenerli fino in fondo. Dopo l’inizio perturbante, il film cede a volte al prevedibile, scivola in soluzioni narrative che appiattiscono la tensione e spezzano l’incanto. L’idea forte del dolore delegato, della felicità forzata, avrebbe meritato un trattamento più radicale, più ossessivo; invece, si affievolisce in passaggi che cercano lo shock ma finiscono per smorzare il senso allegorico. È il limite di un film che ha buone intuizioni ma non sempre trova la forma giusta per mantenerle vive.

È qui che entra in gioco la riflessione sullo stato dell’horror italiano. Negli anni 60 e 70, il genere era diventato il linguaggio cinematografico per eccellenza di un Paese che sapeva trasformare le proprie paure in visioni universali. Mario Bava con i suoi colori acidi e i suoi fantasmi barocchi, Dario Argento con i movimenti di macchina vertiginosi e le architetture impossibili, Lucio Fulci con la carne che si dissolve e la morte che si fa spettacolo: erano autori che, pur diversissimi, condividevano la capacità di spingersi oltre, di fare dell’orrore una forma di arte visiva e sensoriale. L’horror italiano era carne e sogno, sangue e mito, allegoria e delirio.

Oggi il panorama è ben diverso. L’industria è fragile, i budget ridotti, e il genere sembra oscillare fra tentativi di revival e desiderio di rinnovamento. Strippoli appartiene a questa nuova generazione che cerca una strada: il suo è un horror che non rinuncia al contesto sociale, che usa la paura come lente per leggere i meccanismi collettivi, che tenta di radicarsi nel presente. Ma allo stesso tempo si percepisce una certa timidezza, la difficoltà a osare davvero, a sporcarsi le mani come facevano i maestri. “La valle dei sorrisi” si colloca a metà: non è puro intrattenimento, ma non è nemmeno quella visione radicale e d’impatto che avrebbe potuto rilanciare il genere.

La mano di Paolo Strippoli si riconosce: regista giovane, già emerso con “A Classic Horror Story“, che continua a interrogare il genere non solo come macchina di spavento ma come strumento di riflessione collettiva. La sua regia in “La valle dei sorrisi” sceglie la via della sottrazione, costruendo un orrore rarefatto, più insinuato che gridato. I movimenti di macchina sono calibrati, trattenuti, e privilegiano lo sguardo sui volti piuttosto che l’esibizione del sangue. È un approccio che produce momenti suggestivi – soprattutto nella cura con cui viene resa la luce del borgo alpino, quasi irreale nella sua purezza – ma che a tratti rischia di uniformare il ritmo, di togliere al film quella tensione crescente che il soggetto avrebbe meritato. Sembra diviso tra il desiderio di fare un horror sociale e la necessità di rispettare i codici del genere: una tensione che arricchisce il film ma che, in alcuni passaggi, lo frena.

Alla fine, ciò che rimane impresso non è tanto il sangue o i rituali, quanto quella inquietante ostinazione a sorridere, quel volto collettivo che rifiuta di piangere. Il film ci dice che non si può cancellare il dolore, che affidarlo a un altro significa condannarlo, e che la vera liberazione sta nel guardarlo in faccia, nel viverlo insieme. È un film che sfiora momenti intensi ma si perde in altri, che poteva osare di più, ma che lascia comunque un segno: il ricordo di un ragazzo che porta addosso la sofferenza del mondo e di un uomo che, vedendolo, riscopre cosa significa sentirsi padre.

E forse è proprio qui la lezione nascosta del film: che la vita non può essere ridotta a un sorriso imposto, che il dolore fa parte della nostra umanità e che accoglierlo significa concedersi la possibilità di amare davvero. Però, nonostante questo, non si esce pienamente soddisfatti dalla sala, anzi, forse, nemmeno minimamente.

22/09/2025

Cast e credits

Titolo Originale
La valle dei sorrisi
Distribuzione
Vision Distribution
Durata
122'
Produzione
Fandango, Nightswim, Spok Films
Sceneggiatura
Paolo Strippoli, Milo Tissone, Jacopo Del Giudice
Fotografia
Cristiano Di Nicola
Scenografie
Marcello Di Carlo
Montaggio
Federico Palmerini
Musiche
Federico Bisozzi, Davide Tomat
Costumi
Susanna Mastroianni

Trama

Un insegnante di educazione fisica, Sergio Rossetti, viene trasferito a Remis, un paese isolato tra le montagne. Lì gli abitanti sono inspiegabilmente felici: ogni settimana partecipano a un rituale inquietante, abbracciando uno ad uno Matteo Corbin, un adolescente capace di assorbire il dolore degli altri. Quando Sergio cerca di proteggere il ragazzo, scopre che quella serenità nasconde ombre profonde.
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