Mary and Max

Mary and Max


Adam Elliot

Animazione | Australia
(2009)

“Mary and Max”, primo brillante lungometraggio per l’australiano Adam Elliot (già Oscar nel 2004 come miglior corto di animazione per “Harvie Krumpet”), è un film sulla solitudine. In particolare su due solitudini apparentemente diverse, distanti nello spazio e nel tempo (anagrafico), ma in qualche modo esattamente uguali e speculari. Mary è una bambina di otto anni che vive in un sobborgo di Melbourne (Australia), con due genitori completamente assenti: il padre infelice, un lavoro in fabbrica ad attaccare le cordicelle alle bustine di the, e la madre cleptomane, dedita all’alcool e al cricket, che racconta alla figlia che i bambini nascono nei boccali di birra. Tutto quello che vorrebbe Mary è un vero amico, oltre al solo che ha, un pollo. Così un giorno strappa una pagina da un elenco telefonico newyorkese trovato all’ufficio postale, e scrive una lettera al primo indirizzo che le capita per chiedere se anche negli Stati Uniti i bambini nascano nei boccali di birra. Il destino – ovvio – ci si mette di mezzo. La lettera giunge a Max, quarantenne ebreo, obeso, comunista, solo, in analisi, una vita di lavori saltuari, un guardaroba fatto di tute da ginnastica, incapace di comprendere la gente, perenne perdente alla lotteria, e malato di una particolare forma di depressione, ma con lo stesso problema di Mary: avere un amico vero, che non sia un uomo invisibile seduto su uno sgabello a leggere classici, o un pesce rosso. Così, inizialmente scosso dall’evento inatteso di ricevere una lettera simile, com’è scosso da qualunque cosa nuova e inconsueta, Max – la voce originale è quella del sempre perfetto Philip Seymour Hoffman – risponde a Mary – Toni Collette nella Mary adulta – e i due diventano una coppia (solo all’apparenza male assortita) di amici di penna.

Ovviamente nella storia, che si sviluppa nell’arco di vent’anni, non mancano le incomprensioni, i “rumori” della comunicazione epistolare, i fraintendimenti e i ritardi, le crisi, che per Max nascono nel momento in cui Mary fa domande al di fuori della sua portata (l’amore, soprattutto). Con uno stile di animazione che può ricordare “Wallace e Gromit” e la serie tv “Creature Comforts” – attenzione, solo nelle forma esteriore -, e il Tim Burton di “Nightmare Before Christmas” e “La sposa cadavere” – in alcuni episodi dark – , Elliot coinvolge lo spettatore con un umorismo sottile, inatteso, a volte tagliente, amaro, leggermente caustico, ma intriso di un’atmosfera sempre candida e innocente, perché con candore e innocenza i due protagonisti osservano e cercano (inutilmente) di capire i loro rispettivi mondi: Mary, in quanto bambina di otto anni, con le sue domande ingenue sui problemi di essere presi in giro a scuola o sull’esprimere l’amore, e Max, in quanto incapace di comunicare con chiunque, che usa un tono decisamente fuori dalla portata di una bambina, parlandole di filosofia, preservativi, psicanalisi, ateismo – ma i due si comprendono lo stesso. Un’ironia, quindi, che strizza l’occhio alla tradizione yiddish – inevitabilmente a Woody Allen e in alcuni momenti a Groucho Marx -, con riferimenti alla comicità classica (la gag-citazione di Jerry Lewis della macchina da scrivere), alla parodia del carteggio, che smonta stereotipi, e alterna momenti decisamente comici a toccanti situazioni poetiche, fino a veri e propri drammi (morti, crisi depressive, ecc.), con un attento controllo della drammaturgia, una struttura “epistolare”, e l’azzardo di due protagonisti – verosimili e costruiti a trecentosessanta gradi, vivi oltre la plastilina nella loro quotidianità fatta di piccole cose – che non si vedono e non interagiscono mai in modo diretto.

I colori sono l’ocra, giallo e arancione dell’estate australiana, contrapposti al grigio e al nero dell’inverno newyorkese, il silenzio e l’assenza di persone della periferia australiana diventano paradossalmente simili al rumore e al traffico della grande città. Ci si consola con la televisione; si collezionano i pupazzetti dei cartoni animati e, se non si hanno soldi per acquistarli, si costruiscono con carta e nastro adesivo; ci si inventa qualcosa, qualunque cosa, per farsi compagnia; si usano dei piccoli libri per comprendere le espressioni dei volti delle persone (sorriso uguale felicità, ad esempio); ci si chiede come fare a comunicare un sentimento, e quale grande responsabilità sia dare una risposta su un tema come l’amore quando l’amore non lo si conosce affatto; ci si scambiano lettere, dolci e ricette (l’hot dog di cioccolato inventato da Max); ci si chiede come trovare un amico vero; si ammette di non avere mai pianto e allora si ricevono delle vere e proprie lacrime in una bottiglietta che arriva dall’altra parte del mondo.

Una delle migliori produzioni australiane degli ultimi anni, film d’apertura al Sundance festival di quest’anno, e una delle opere d’animazione più interessanti e coraggiose nel parlare con intelligenza di (mancanza di) amicizia e amore, e anche di morte, nevrosi, fobie, differenze sessuali e religiose, incomprensioni, ma soprattutto solitudine, senza ammiccamenti, senza ruffianerie o luoghi comuni. Tutto questo in un cartone animato? Tutto questo in un cartone animato. La solitudine, quindi, come l’amicizia, come l’amore, è un “sentimento” universale, che non conosce spazio, che non fa differenze di sesso, che non considera l’età; si è tanto soli a New York come uomini di quarant’anni senza futuro, come lo si è nella periferia di Melbourne, come bambine di otto anni con una vita ancora da vivere. Si hanno le stesse domande, gli stessi problemi da risolvere, e a volte una piccola cosa la lettera di un perfetto sconosciuto può cambiarti la vita, e puoi trovare quello che hai sempre cercato.

10/05/2009

Cast e credits

Titolo Originale
Mary and Max
Durata
80'
Sceneggiatura
Adam Elliot
Fotografia
Gerald Thompson
Montaggio
Bill Murphy
Musiche
Dale Cornelius

Trama

La storia di un'amicizia di penna tra Mary, una bambina di otto anni che vive alla periferia di Melbourne, e Max, quarantaquattrenne newyorkese nevrotico. Due persone all'apparenza diverse, ma legate dallo stesso bisogno di amicizia
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