La regola del gioco

La regola del gioco


Jean Renoir

Drammatico | Francia
(1939)

“La regola del gioco” è l’ultimo film francese prima della fuga di Jean Renoir negli Stati Uniti; tornerà a girare in Francia nel 1954, “French can can”, dopo la lunga parentesi americana che gli ha fatto firmare film di diseguale valore artistico e di botteghino (ma di cui segnaliamo decisamente “L’uomo del sud”, 1945), il soggiorno in India (da cui lo splendido “The River”, 1950) e l’”italiano” “La carrozza d’oro” (1952) interpretato da Anna Magnani.

“La regola del gioco” funge un po’ da spartiacque: 13 lungometraggi prima, lo stesso numero dopo. Insieme a “La grande illusione”, di cui è praticamente coevo (1937), è non solo il punto medio della sua carriera ma, per molta critica e amatori, anche quello più elevato, i suoi film più belli.

Fortunatamente, quando è questione di personaggi di tal calibro, non è sensato individuare il film “più bello”; artisti come Renoir girano un unico film tutta la vita: “Non è più questione di rappresentare Montecarlo o Parigi, donne perdute o monelli: è il mondo di Stroheim, di Chaplin…” (Jean Renoir, “La mia vita, i miei film”).

Dunque, il mondo di Renoir, il Realismo Interiore di cui si sarebbero ben ricordati i Rossellini e i De Sica prima e i Godard e i Rivette più tardi.

E, molto più modestamente, chi scrive fa le sue acrobazie e non può fare a meno di notare che “La grande illusione” e “La regola del gioco” sono “quasi” lo stesso film i cui due episodi che lo costituiscono sono intercambiabili.

“La grande illusione” è un film sulla guerra (la Prima Mondiale) in cui è soprattutto questione delle frizioni tra le diverse classi sociali e il codice cavalleresco che intercorre tra i pari, pur schierati su fronti avversi e formalmente “nemici”. È questo il senso dello strano triangolo che si instaura tra i nobili ufficiali Von Rauffen (Stroeheim) e De Boldieu e tra questi e Marechal, l’ufficiale-proletario interpretato da Jean Gabin.

Un gioco con delle regole tradizionali, non scritte ma ferree.

“La grande illusione” è in realtà “La regola del gioco”.

Questo, al contrario, evoca una guerra che l’ispirata diplomazia di La Chesnaye non potrà evitare, una “grande illusione” con una sorta di finale lieto (e amarognolo) che cozzerà con le truppe tedesche che sfondano le linee polacche appena qualche mese dopo.

Ecco, potrebbe essere questo un omaggio all’opera di Renoir, astrarre la stretta gabbia del soggetto e del racconto per accedere a quel realismo interiore di cui fu alfiere; in entrambi gli episodi è solo uno il sacrificato, ucciso malamente, il meno colpevole di tutti.

Aeroporto de Le Bourget. L’aviatore Jurieu (Roland Tautain) ha stabilito un record, la traversata dell’Atlantico in 23 ore.

Lo attendono politici, stampa, ammiratori, curiosi ed il fedele amico Octave (Jean Renoir). Ma tutto questo non conta; come detta la legge “cerchez la femme”, è assente l’unica persona di cui gli importa, la bella straniera Christine (Nora Gregor).

Jurieu, che tenta un maldestro suicidio in auto, evocativo come l’albatros di Baudelaire, prova, con l’aiuto di Octave, a tornare alla carica.

È l’invitato d’onore alla pomposa festa nel castello di campagna che il nobile La Chesnaye (Marcel Dalio), marito di Christine, organizza, un po’ per celebrare l’eroe, un po’ per la noia olimpica che lo appesta.

Il dramma si trasforma in balletto, mezza nobiltà parigina si ritrova sulle tracce di Christine, mentre la servetta Lisette (Paulette Dubost, una bella faccia da) è contesa a colpi di spingarda dal vigile ma non urbano marito Schumacher (Gastone Modot) e dal simpatico bracconiere Marceau (Julien Carette).

En abyme, la partita di caccia vera e propria, un’ecatombe di lepri e fagiani uccisi dal “montaggio proibito”, il puntate-mirate-fuoco in piano sequenza, senza possibilità di trucchi.

“La regola del gioco” è girato in uno splendido bianco/nero, netto, altamente contrastato.

Persino il colore dei capelli e della pelle degli stranieri, Schumacher e Christine, rendono l’idea di una profonda e incolmabile distanza tra i personaggi.

La cinepresa volteggia come una commedia di Corneille e il cambio di registro, dal comico al drammatico, avviene spesso nella stessa inquadratura, in un film in cui salta subito all’occhio l’uso massivo dei long-take e della profondità di campo. Tale, per esempio, è l’oggetto di osservazione attraverso il cannocchiale che mostra prima una danza rituale di corteggiamento, di due uccellini, , subito dopo, quella, più goffa, tra due amanti; dalla commozione alla disperazione corre un solo attimo, uno schiaffo di panoramica.

Come succede in tutti i film di Renoir, gli attori imprimono ai loro personaggi quel di più, quell’interiorità che il regista ha sempre preteso e che mai nessuna recitazione ha osato negargli poiché il cinema di Renoir, pur tecnicamente tra i più complessi, ha sempre avuto l’attore al centro della scena, tanto che si ricorre spesso alla classificazione in Scuola Renoir contrapposta a quella Hitchcock, in cui l’attore è schiavo della sua sceneggiature di ferro. Tanto che, in un’intervista, a sir Alfred scappò una volta la frase: “Gli attori sono bestiame…”.

Renoir, per economizzare, indossa i panni di Octave, figura tutt’altro che secondaria.

Anche se non sarà ricordato come un fuoriclasse della recitazione, Renoir/Octave dà un apporto decisivo al film attraverso la sua fisicità, già sulla strada dell’abbondanza un po’ molle, decadente; anche la sua voce, quell’inconfondibile mix alto e profondo e il suo marcato accento parigino inframmezzato dall’argot, offrono quelle marche semantiche che fanno poi la differenza.

È un film ricco, ricco nel modo che fa la gioia degli spettatori, ricco di divagazioni e parentesi apparentemente gratuite ma che formano un nugolo di sottotesti che concorrono a perfezionare il tono e l’intensità della storia, come la rappresentazione de “La danza macabra” in uno dei teatrini serali al castello in cui gli scheletri danzanti raccordano i loro movimenti con le tresche che si stanno giocando, i corteggiatori di Christine, la caccia di Schumacher, la fuga di Octave…

Bando alle ciance, segnalo una buona versione DVD del film: se l’avete già visto è tempo lo rivediate; se non l’avete visto, dovete farlo assolutamente. Soddisfatti o rimborsati.

14/04/2010

Cast e credits

Titolo Originale
La Règle Du Jeu
Distribuzione
Les Grands Film Classiques
Durata
110'
Produzione
Nouvelle Edition Francaise
Sceneggiatura
Jean Renoir – Carl Koch
Fotografia
Jean Bachelet
Scenografie
Eugène Lourié – Max Douy
Montaggio
Marguerite Renoir
Musiche
Roger Desormières
Costumi
Coco Chanel

Trama

Aeroporto de Le Bourget. L’aviatore Jurieu (Roland Tautain) ha stabilito un record, la traversata dell’Atlantico in 23 ore. Lo attendono politici, stampa, ammiratori, curiosi ed il fedele amico Octave...
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale