Sirat

Sirat


Óliver Laxe

Drammatico, Road Movie | Francia, Spagna
(2025)

Dopo la scomparsa di Mar, suo padre Luis (Sergi Lopez) e suo fratello piccolo Esteban (Bruno Núñez Arjona) si recano, in compagnia del cagnolino Pipa, nel Marocco del sud alla sua disperata ricerca. L’ultima destinazione conosciuta della giovane ragazza spagnola sono infatti i rave clandestini tra i massicci desertici del Jbel Saghro. A ricerca fattasi ormai frustrante e quasi priva di speranza, i tre si aggregano a Stef, Jade, Tonin, Bigui e Josh, cinque habitué della scena (tutti interpretati da autentici membri del mondo rave locale), nel miraggio che Mar si trovi al rave cui questi sono diretti.

Dopo un principio di viaggio segnato dalla diffidenza reciproca, per poter continuare i due gruppi fanno di necessità virtù e finiscono col familiarizzare. Tra fughe dai militari locali e scorribande alla ricerca di carburante, il legame tra protagonisti di “Sirāt” si fa sempre più forte e sincero. L’atmosfera finanche dolce, o perlomeno agrodolce.

È qui che la quarta pellicola del galiziano (di stanza in Marocco e musulmano convertito) Oliver Laxe inizia davvero. Con un coup de théâtre crudele, forse addirittura sadico, l’autore spezza in due l’equilibrio faticosamente costruito dai suoi personaggi e li fa precipitare verticalmente nel dramma. Scritta da Óliver Laxe insieme a Santiago Fillol, la sceneggiatura sferra svolte sferzanti con ferocia e noncuranza, al punto da rischiare di risultare sensazionalista.

Minaccioso e impervio, il deserto marocchino viene trasformato da Laxe e dalla pellicola Super-16mm nello scenario metafisico di una ricerca impossible. Quasi un protagonista aggiunto, quantomeno un’inarrestabile forza agente che con le sue insidie, naturali quanto innestate dall’uomo, segna il viaggio dei protagonisti – quasi come se dietro la cinepresa ci fosse una versione pop di Bela Tarr. La lente granulosa e opaca del direttore della fotografia Mauro Herce compie movimenti minimi, stacca di rado, intrappola dettagli pulsanti dei woofer, incrocia le linee stradali stinte dal lavorio della polvere, indugia sui corpi mutilati dei raver, generando una visione instabile e cangiante. 

Insieme alla colonna sonora tonitruante di Kangding Ray, genietto elettronico della rinomata scuderia tetutonica Raster Noton, la fotografia fa di “Sirāt” un ipnotico oggetto psichedelico. Il musicista e architetto di stanza a Berlino si muove con totale dimestichezza tra scorci ambient che approfittano del vento del deserto, bordate noise che accentuano il patimento metafisico dei personaggi e, ovviamente, inserti techno bombaroli. Musica e immagini vanno perennemente a braccetto, rendendo il film un ordigno tecnico eccezionale, che trova il suo zenith nella sfolgorante scena del rave improvvisato nel campo minato.

Approfittando anche della produzione di Pedro Almodovar, ben sbandierata in sede di marketing, “Sirāt” in patria ha superato i tre milioni di euro di incassi, un numero piuttosto ragguardevole per siffatta produzione indipendente, ma soprattutto per un’opera a suo modo estrema, certamente provocatoria. Del resto le reazioni del pubblico sono state enormemente disunite, divise tra applausi scroscianti e uscite anticipate dalla sala con l’accusa di gratuità ad alcuni contenuti.

Non è stata più compatta la critica. Pur contando su numerosi premi, come quello assegnatogli a Cannes dalla giuria presieduta da Juliette Binoche, “Sirāt” è stato sovente definito come ideologicamente confuso e irrisolto. Certo, gli eventi che succedono ai protagonisti rimandano a temi post-coloniali e afferenti la spiritualità, a partire sin dal titolo del film (nel Corano Sirāt è il ponte che separa inferno e paradiso nel giorno del giudizio), e nessuno di questi trova invero una compiuta risoluzione. Ma col suo spettacolo audiovisivo tecnicamente perfetto e la scrittura audace e dal forte impatto emotivo, il quarto lavoro di Oliver Laxe sopravvive egregiamente a queste indefinitezze.

Dopo un film così programmaticamente divisivo, che smarca il suo autore dal solo circuito festivaliero unendo al suo sguardo altrove bressoniano (si recuperi a tal proposito almeno “O que arde”) ritmo e confezione accattivanti, sarà estremamente interessante osservare i prossimi passi di Oliver Laxe.

12/01/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Sirat
Distribuzione
MUBI
Durata
115'
Produzione
Los desertores
Sceneggiatura
Óliver Laxe, Santiago Filloles
Fotografia
Mauro Herce
Scenografie
Laia Ateca
Montaggio
Cristobal Fernadez
Musiche
Kangding Ray
Costumi
Nadia Acimi

Trama

Dopo la scomparsa di Mar, suo padre Luis (Sergi Lopez) e suo fratello piccolo Esteban (Bruno Núñez Arjona) si recano, in compagnia del cagnolino Pipa, nel Marocco del sud alla sua disperata ricerca. L’ultima destinazione conosciuta della giovane ragazza spagnola sono infatti i rave clandestini tra i massicci desertici del Jbel Saghro. A ricerca fattasi ormai frustrante e quasi priva di speranza, i tre si aggregano a Stef, Jade, Tonin, Bigui e Josh, cinque habitue della scena (tutti interpretati da autentici membri del mondo rave locale), nel miraggio che Mar si trovi al rave cui questi sono diretti.
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