Ondacinema

recensione di Ilaria Di Santo
5.0/10

C'è un momento, all'inizio di "Una di famiglia – The Housemaid", in cui la promessa del film sembra limpida: l'ingresso di Millie in una casa che non le appartiene, lo scarto immediato tra una vita in rovina e un ordine borghese apparentemente impeccabile, la sensazione che quell'eleganza levigata nasconda qualcosa di irrimediabilmente malato. Paul Feig costruisce questo primo momento come un invito seducente, quasi ipnotico, affidandosi alla geometria degli interni, alla ritualità dei gesti domestici, alla perfezione asettica di uno spazio che non ammette sbavature. È una promessa che il film, però, fatica a mantenere fino in fondo.

Tratto dal romanzo di Freida McFadden, "Una di famiglia" mette in scena un immaginario ormai ampiamente codificato: la giovane donna dal passato opaco che entra in un microcosmo di privilegio, l'alta società come luogo di controllo e violenza simbolica, la casa come dispositivo di potere prima ancora che come spazio narrativo. Nulla di realmente nuovo, dunque, ma Feig sembra inizialmente consapevole di questo limite e prova a lavorare per scarti e slittamenti, giocando sui punti di vista, sulle omissioni, su una tensione che si alimenta più di sospetti che di azioni.

Il problema emerge quando il film, anziché complicare questa dinamica, decide di iper-dichiararla. La scrittura insiste, sottolinea, anticipa. I personaggi si muovono all'interno di traiettorie psicologiche fin troppo leggibili, come se il racconto avesse costantemente paura di perdere lo spettatore, rinunciando così a ogni reale ambiguità. La casa dei Winchester diventa presto una metafora fin troppo esplicita, un teatro di ruoli sociali rigidamente assegnati, in cui la tensione non nasce dall'imprevedibilità ma dall'attesa di un disvelamento annunciato.

Feig conferma qui un limite già emerso in altri suoi lavori thriller: la difficoltà a sostenere una vera opacità narrativa. In "Un piccolo favore" (2018), per esempio, il gioco delle identità e dei segreti si regge su un continuo rilancio d'informazioni che, anziché complicare il quadro, finiscono per chiarirlo eccessivamente, affidando ai colpi di scena il compito di sostituire l'ambiguità. Anche nel recente "Un altro piccolo favore" (2025), la proliferazione di colpi di scena e spiegazioni retrospettive riduce la tensione a un meccanismo di sorpresa programmata, in cui il non detto viene sistematicamente ricondotto a una soluzione narrativa ordinata. In "Una di famiglia" questa tendenza si accentua: l'iniziale scarsa trasparenza dei rapporti viene progressivamente erosa da una scrittura che preferisce esplicitare piuttosto che lasciare sedimentare, trasformando il mistero in un problema da risolvere più che in una condizione da abitare.

Il film funziona meglio quando osserva, quando registra le micro-gestualità, i silenzi, le posture dei corpi nello spazio domestico; perde invece forza nel momento in cui affida al dialogo e alla didascalia il compito di chiarire ciò che il cinema avrebbe potuto suggerire. Il ricorso massiccio a flashback e voice over nella seconda metà non apre nuovi significati, ma chiude il racconto in una struttura meccanica, riducendo la suspense a una semplice conferma.

Anche sul piano attoriale, "Una di famiglia" procede per contrasti più che per stratificazioni. Sydney Sweeney incarna una vulnerabilità esposta, coerente con il suo personaggio, ma spesso sacrificata a una funzione narrativa che la vuole più simbolo che individuo. Amanda Seyfried, al contrario, lavora per eccessi controllati, oscillando tra isteria e freddezza, con un risultato volutamente sopra le righe che finisce però per rendere il personaggio meno perturbante di quanto vorrebbe. Brandon Sklenar completa il quadro con una maschera di perfezione maschile così levigata da risultare immediatamente sospetta, svuotando di tensione il gioco delle apparenze.

Il nodo tematico della violenza di genere, del privilegio come strumento di dominio e della dipendenza affettiva viene continuamente evocato ma raramente interrogato. Il film preferisce accumulare segnali piuttosto che esplorarne le conseguenze, restando ancorato a una grammatica young-adult che semplifica dinamiche complesse e ne neutralizza la portata disturbante. Anche la colonna sonora, fortemente connotata, contribuisce a questa estetizzazione emotiva che smorza la crudeltà del racconto invece di amplificarla.

Quando il film arriva al suo epilogo, la sensazione è quella di un'occasione mancata. "Una di famiglia – The Housemaid" intrattiene, sa dosare i tempi del racconto, ma non riesce mai davvero a scardinare l'immaginario da cui proviene. Più che mettere in crisi il modello narrativo che utilizza, lo conferma, affidandosi a ribaltoni prevedibili e a una costruzione che preferisce la spiegazione alla messa in scena del non detto. Un thriller funzionale, ma privo di quella necessaria ambiguità che avrebbe potuto trasformarlo in qualcosa di più incisivo e duraturo.


09/01/2026

Cast e credits

cast:
Sydney Sweeney, Amanda Seyfried, Brandon Sklena, Michele Morrone


regia:
Paul Feig


titolo originale:
The Housemaid


distribuzione:
01 Distribution


durata:
131'


produzione:
Feigco Entertainment, Hidden Pictures


sceneggiatura:
Rebecca Sonnenshine


fotografia:
John Schwartzman


montaggio:
Brent White


musiche:
Theodore Shapiro


Trama
Millie, una giovane donna in fuga dal proprio passato, accetta un lavoro come domestica nella sfarzosa villa della famiglia Winchester. Quello che sembra un nuovo inizio si trasforma rapidamente in un gioco di segreti, seduzione e manipolazione: dietro l’apparenza di perfezione borghese, ogni gesto e ogni relazione nascondono tensioni e ombre che mettono alla prova la sua vulnerabilità, in un crescendo di interrogativi e scoperta.