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recensione di Gabriele Nanni
4.5/10

In tempi odierni, nei quali la riproposizione, molto spesso nostalgica, di vecchi film e miti del passato sembra quasi essere più la regola che non l'eccezione, la Disney decide di confermare questa tendenza, proponendo al grande pubblico il sequel di uno dei film più pixariani che siano mai stati prodotti dallo Studio delle Meraviglie, ovvero "Zootropolis".

L'intreccio di questo secondo capitolo, infatti, prende l'abbrivio poco dopo che sono trascorse circa una/due settimane dalla conclusione degli eventi del primo, e cioè a valle dell'addestramento della volpe Nick nelle forze di polizia per poter far coppia ufficialmente con la sua collega coniglio Judy. È evidente la volontà della Casa di Topolino di porsi in diretta continuità con il suo (prossimo) passato, dal momento che anche la pellicola del 2016 è diretta da Byron Howard, per l'occasione però non più in co-regia con Rich Moore (principalmente noto per aver portato sul grande schermo "Ralph Spaccatutto") bensì con Jared Bush, che con Howard aveva diretto fino ad oggi solo "Encanto". Come si vedrà, di questa pedissequa coerenza con ciò che c'è stato prima, la Disney finisce per pagare lo scotto, rinunciando a mettere in scena un prodotto originale pur di aderire completamente agli schemi che avevano reso grande la prima avventura in quel di Zootropolis.

Apparenti diversità di contenuto

Tema cardine attorno a cui ruota il sessantaquattresimo classico Disney è quello della diversità, declinata attraverso molteplici forme. Eterogenei sono infatti gli habitat che contraddistinguono la città degli animali, a questo giro non più solo mammiferi ma anche rettili, come eterogenee sono le loro necessità di sopravvivenza. Differenti sono anche le "ideologie" alla base delle azioni dei vari personaggi, dalle quali scaturiscono inevitabili divergenze di pensiero che durante la narrazione i nostri eroi cercano di superare arrivando al tanto agognato, e prevedibile, lieto fine.

Purtroppo, fin qui nulla di nuovo: già in "Zootropolis" veniva giostrato uno scontro tra due realtà opposte, che rischiava di mettere a repentaglio il fragile equilibrio su cui si fondava la città e le cui due fazioni erano rappresentate dagli erbivori e dai carnivori. In quel caso, l'efficace inversione dei ruoli di vittima e carnefice rispetto a quelli assegnati dalla natura ai due gruppi, nonché lo sfruttamento della vittimizzazione di una categoria sull'altra, costituivano una potente allegoria del razzismo ai giorni nostri, con tanto di monito alla facilità con cui si possono generare squilibri di potere per una delle due parti a sfavore dell'altra, se non si cerca di perseguire una vera parità per entrambe.

In "Zootropolis 2" le contrapposizioni sono a un livello più generale, venendo messe in competizione due classi animali e non più solo due "diete", ma il risultato finale rimane lo stesso. La pellicola del 2025 non aggiunge sostanzialmente niente a quanto detto dalla precedente, risultandone a tratti quasi una copia. Ciò vale sia in termini di significato – due diversità vengono fatte scontrare – che di risvolti di trama: il colpo di scena del secondo capitolo è pressoché identico a quello del primo, causa un'eccessiva somiglianza di carattere tra i due villain che li portano a compimento. Le affinità (per non dire, appunto, copiature) di una pellicola verso l'altra, poi, non si esauriscono qui: a essere ricalcato fedelmente da "Zootropolis 2" è anche il citazionismo esplicito che aveva reso il film del 2016 quasi un unicum nella produzione disneyiana fino a quel momento distribuita su grande schermo.

Un'assente originalità di idee

Nove anni fa il meccanismo, tutto sommato, funzionava, poiché giocava sull'effetto sorpresa e sulla voglia di giocare con il pubblico rielaborando riferimenti culturali del nostro mondo in ottica pienamente furry. Oggi invece risulta più uno sterile tentativo di affastellare citazioni e auto-citazioni alla rinfusa, senza che in queste vi siano reali esigenze narrative. Segue qualche esempio a sostegno di questa tesi. Prima di tutto, ritorna identica a sé stessa la gag del rivenditore abusivo di copie pirata DVD, i cui titoli in esposizione altro non sono che riproposizioni in chiave animalesco-antropomorfa di passate produzioni Disney. A questo giro, quindi, "The Mandalorian" diventa "The Pandalorian", ma a parte un aggiornamento del catalogo in vendita la battuta non aggiunge alcunché rispetto alla sua prima versione.

Poi, nella speranza forse di far presa sul pubblico adulto giunto in sala come accompagnatore di quello più giovane, ogni occasione sembra buona per citare qualunque film cult sufficientemente famoso da essere immediatamente riconoscibile. Appaiono a schermo quindi il labirinto di "Shining", con inclusa colonna sonora a riprendere il tema della pellicola di Kubrick, oppure anche la gabbia dove è rinchiuso Hannibal Lecter ne "Il silenzio degli innocenti" e nella quale è rinchiusa ora invece l'antagonista pecora di "Zootropolis" (in originale, il titolo della pellicola del ‘91 è "The Silence of the Lambs"). Perfino la miracolosa e proverbiale "iniezione di adrenalina dritto nel cuore" di "Pulp Fiction" non viene risparmiata, effettuata qui non per scongiurare un'overdose bensì per curare da un avvelenamento.

Di nessuno di questi easter egg la pellicola ha davvero bisogno, e il loro apporto all'economia narrativa del film è a dir poco irrisorio, ma dal momento che operazioni di questo genere sono facili da apprezzare e fanno molto parlare di sé da un punto di vista mediatico e di fanservice, Howard e Bush non esitano ad aggiungerne uno in fila all'altro durante tutto il lungometraggio. Persino certi schemi di battute e ruoli comici di alcuni personaggi vengono ripresi identici dal primo "Zootropolis": la scena del tricheco-traghetto, per la prima volta presentata attraverso i trailer di lancio del film, ricorda molto infatti quella del bradipo Flash, per il tipo di ilarità che dovrebbe suscitare nonché per la necessità di un mediatore che introduca e faccia accettare i protagonisti della vicenda ai servigi dell'aiutante di turno.

Considerazioni estetiche

Vale la pena, a questo punto, soffermarsi a spendere qualche parola anche sul registro stilistico adottato da "Zootropolis 2". Per via della presenza di una coppia di poliziotti aventi ognuno le proprie divergenti opinioni, nonché complice l'uso massiccio di una comicità slapstick, l'opera di Howard-Bush è ascrivibile al sottogenere del buddy cop movie. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che a supporto delle scoppiettanti vicende che questa categoria di film richiede, i due registi statunitensi offrono dei ritmi narrativi molto elevati e a cui spesso corrisponde un montaggio confusionario, dove a tratti risulta difficile capire chiaramente cosa stia succedendo a schermo. Di nuovo, più che a un film, si ha l'impressione di assistere a una sequela di episodi mal collegati l'uno all'altro da un umorismo a tratti demenziale e da un citazionismo vuoto.

Non è tutto da buttare, ovviamente, poiché come sempre accade per le opere d'arte, anche la "più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale", come ci ricorda Anton Ego verso la fine di "Ratatouille" (film questo, ça va sans dire, citato anche lui en passant nel corso di "Zootropolis 2"…).

Segue da qui in avanti qualche spoiler di trama

Per esempio, è curiosa la scelta, in ottica di ribaltamento dei ruoli "di specie" – per estensione, "di genere" – tradizionali, che sia proprio la bisnonna serpente di Gary De'Snake ad aver brevettato il complesso sistema di mura che rende possibile la coesistenza di diversi biomi all'interno di Zootropolis. Il serpente infatti, dai tempi del Paradiso Terrestre in avanti, è sempre associato al Peccato Originale che fa cadere in tentazione la Donna (Eva) causando la cacciata sua e dell'Uomo (Adamo) dal Giardino dell'Eden. In "Zootropolis 2", invece, si ha un serpente-donna le cui nobili intenzioni sono sfruttate da una lince-uomo per arricchimento personale.

Poi, è impossibile non notare l'evidente parallelismo che il film traccia tra la contemporaneità della situazione geo-politica attuale, e in particolare il colonialismo in Cisgiordania ben documentato in "No Other Land", e il piano di conquista di nuovi territori che le linci perpetrano ai danni delle popolazioni di rettili. Parallelismo che è anche evidente nella rappresentazione del Marsh Market, terra di confine auto-gestita dai suoi abitanti, tagliata fuori dalla città al momento della sua fondazione ufficiale e che per questo vive di ispirazioni western, genere desertico-liminale per eccellenza. Al suo interno risiedono clandestinamente gli ultimi scampoli della comunità dei rettili, qui rappresentati come cowboys o suonatori di musica country-blues, a voler richiamare le origini coloniali dell'America di oggi nate sul sangue dei soprusi e degli stermini ai danni dei pellerossa.

Considerazioni finali

Lo spunto di riflessione più interessante offerto da "Zootropolis 2" sta però, per chi scrive, nel triangolo di differenti approcci ai temi sociali e di diversità che i due protagonisti formano insieme all'antagonista. La coniglia Judy, come già veniva mostrato all'inizio del primo "Zootropolis", non ha dubbi: vive di forti convinzioni morali che la portano a voler prendere sempre le parti dei più deboli, a volerli difendere a ogni costo nonostante tutte le possibili conseguenze. Di diverso avviso è il suo collega volpe Nick: per lui, parafrasando, "il mondo è quello che è, e un eroe… non sempre è in grado di fare la differenza", quasi a voler accettare passivamente che certe grandi faccende del mondo dipendano da noi solo in infinitesima parte, e che quindi sia dannoso per la nostra persona farcene testardamente carico solo per principio. Ulteriormente sfaccettato è il pensiero della lince Pawbert, che rifugge la sua indole buona nonché le responsabilità dei crimini della sua famiglia semplicemente perché non vuole essere diverso da lei, preferendo alla sua redenzione personale un adeguamento alle dinamiche familiari che possa, finalmente, farlo sentire accettato e benvoluto dai parenti.

Sarebbe stato bello vedere a schermo l'impossibilità di prevalenza di una visione sull'altra, mostrando che sia dalla convivenza di ciascuna di loro tre che gli esseri umani riescono a trovare un equilibrio tra i propri valori morali, quelli che la società li chiama a rappresentare nonché le pressioni provenienti dall'ambiente in cui crescono. Quello a cui invece si assiste in "Zootropolis 2" è la netta vittoria dei primi sugli altri due, sentendo la Disney il bisogno di consegnare sempre allo spettatore una morale positiva per i bambini e condivisibile più o meno da tutti. Di fatto, così si annulla la profondità di riflessione che sarebbe potuta scaturire dalla convivenza dei tre, e a poco serve lo stucchevole confronto-sfogo finale tra Judy e Nick a proposito di ciò che li spinge ad agire in un modo piuttosto che in un altro. Peccato, un'occasione sprecata.


05/12/2025

Cast e credits

cast:
Ginnifer Goodwin, Jason Bateman, Ke Huy Quan, Fortune Feimster, Andy Samberg, David Strathairn, Idris Elba, Shakira


regia:
Byron Howard, Jared Bush


titolo originale:
Zootopia 2


distribuzione:
Walt Disney Studios Motion Pictures


durata:
107'


produzione:
Walt Disney Animation Studios


sceneggiatura:
Jared Bush


fotografia:
Tyler J. Kupferer, Daniel Rice


montaggio:
Jeremy Milton


musiche:
Michael Giacchino


Trama
Dopo aver risolto il più grande caso nella storia di Zootropolis, le neo-reclute poliziotte Judy Hopps e Nick Wilde si ritrovano sul sentiero tortuoso di un grande mistero quando Gary De'Snake entra in scena e mette sottosopra la metropoli animale. Per fare luce sulla faccenda, Judy e Nick devono infiltrarsi sotto copertura all'interno di inaspettate nuove parti della città, dove la loro crescente intesa è messa alla prova come mai prima d'ora.