Star Wars: The Mandalorian and Grogu

Star Wars: The Mandalorian and Grogu


Jon Favreau

Avventura, Fantascienza | Usa
(2026)

Dopo l’acquisizione della Lucasfilm nel 2012, la Walt Disney Studios ha investito nello sviluppo di prodotti a tutto campo – continuando nel merchandising e i fumetti, dalle serie animate ai romanzi – e, in particolare, producendo serie televisive per il canale di intrattenimento streaming Disney+. Oltre alla nuova trilogia curata da J.J. Abrams, si era pensato di far uscire un film all’anno di spin off dall’universo di “Star Wars” creato da George Lucas. Ma dopo “Rogue One: A Star Wars Story” (2016), che fu un successo, il seguente “Solo: A Star Wars Story” (2017) si rivelò un flop al botteghino, non riuscendo a rientrare dei costi di produzione e spingendo gli studios a concentrarsi sulle produzioni seriali televisive.

Quindi, a distanza di dieci anni, per “The Mandalorian and Grogu” risulta improprio definirlo come terzo spin off della saga, ma è più corretto dire che è il primo lungometraggio derivante dalla serie “The Mandalorian”, giunta alla terza stagione, e con in programma una quarta, momentaneamente ferma proprio per l’uscita del film. Certo, siamo sempre e comunque, parlando dell’universo espanso di una vastissima produzione narrativa, industriale e commerciale, un immaginario collettivo che ci accompagna, con alti e bassi, dal 1977, quando vide la luce sugli schermi cinematografici la fonte primeva di questo mondo fuoriuscito dall’immaginazione di George Lucas.

Le vicende di Din Djarin, cacciatore di taglie mandaloriano, sono raccontate nelle stagioni televisive sopradette, all’indomani della caduta dell’Impero Galattico, quindi, cronologicamente parlando, dopo la prima trilogia storica. Il suo rapporto con Grogu è al centro della narrazione: all’inizio come oggetto da consegnare, preda ambita per i poteri appartenenti allo stesso maestro Yoda, Grogu, piano piano, prima diventa soggetto da proteggere da predatori, spietati malviventi, clan e residui dell’Impero per poi creare istinti paterni nel mandaloriano e, infine, trasformarlo nel suo apprendista.

“The Mandalorian and Grogu”, come tutti i film della saga, ha il limite della comprensione totale delle implicazioni narrative per cui bisogna conoscere un po’ l’universo di “Star Wars”. In questo senso, l’aspetto più interessante è vedere come  Jon Favreau sia riuscito a creare una nuova mitopoiesi della figura del Mandaloriano che nella prima trilogia era rappresentato da Boba Fett, cacciatore di taglie a caccia di Han Solo per conto di Jabba The Hutt. Un semplice personaggio secondario, dalla parte dei cattivi, la maschera di Boba Fett è trasformata in quella di Din Djarin che diventa il simbolo della complessa cultura marziale Mandaloriana (raccontata anche attraverso romanzi, fumetti e serie animate), della loro società feudale e gerarchica suddivisa in clan e del loro credo guerriero della “Via” che ricorda quello dei samurai giapponesi, ma anche i Klingon dell’altro universo-mondo di “Star Trek”.

Al mandaloriano dà voce Pedro Pascal (e poco volto e corpo, visto che nelle scene di azione ci sono due stunt men che lo sostituiscono), nascosto dietro il casco della divisa, già protagonista della serie televisiva. Del resto, vista la grande profusione dell’immagine digitale e di esseri fantastici, la recitazione non è certamente un pregio della pellicola, a parte le voci di Jeremy Allen White (protagonista di “The Bear“), interprete di Rotta The Hutt, figlio di quel Jabba della trilogia originale, e di Martin Scorsese, che presta la voce a Hugo Durant, cuoco di street food sul pianeta Shakari, con cui il mandaloriano e Grogu interagiscono per avere informazioni su Rotta, in un segmento in cui i rimandi scenografici e profilmici a “Blade Runner” di Ridley Scott sono parecchi. Cosicché, rimane solo Sigourney Weaver a far “vivere” il colonnello Ward, un ufficiale comandante della Nuova Repubblica e referente di Djarin per le sue missioni, cugina di Ripley di “Alien” proveniente da un’altra galassia.

Come si può intuire, Favreau è bravo a ispirarsi a una cinematografia di fantascienza (e non) di questi ultimi decenni che vanno al di là di “Star Wars”, innestando stilemi e ibridando la struttura narrativa all’interno di una macchina industriale e spettacolare ben organizzata. Favreau esplicitamente aveva consigliato a Pascal di vedere i film di Kurosawa e i western di Clint Eastwood. In questo senso, soprattutto nella serie televisiva, il mandaloriano ricorda molto i ronin de “I sette samurai” oppure il Sanjuro di “La sfida del samurai” così come le atmosfere, lo spazio scenico, i duelli, il profilmico e la colonna sonora compongono una struttura dei western, in particolare, quelli italiani di Sergio Leone, Sergio Corbucci e Sergio Sollima.

Un altro elemento apprezzabile è la colonna sonora di Ludwig Göransson, musicista svedese pluripremiato, autore delle musiche, tra le tante, dei film di Christopher Nolan (“Tenet”, “Oppenheimer”) e di Ryan Coogler (“Black Panther”, “I peccatori”), che ribalta completamente la dinamica strumentale originale di “Star Wars”: se John Williams utilizzava gli archi per una musica sinfonica ariosa e movimentata nel tema principale, Göransson sfrutta gli strumenti a fiato – trombe, tromboni, corni, flauti – su una base elettronica, ricamando un tessuto sonoro all’intero film che ne potenzia la visione. Significativo è l’incipit in un segmento di una serie di sequenze di azioni che mostrano il mandaloriano combattere per catturare un signore della guerra imperiale: sorta di presentazione del personaggio e sineddoche dell’intera saga, sorretta e spinta dalla musica emotivamente coinvolgente dell’artista svedese che vale l’intera pellicola.

Alla fine, al di là di limiti intrinsechi, “The Mandalorian and Grogu” è uno spettacolo emozionante senza altre pretese che non siano quelle di divertire un pubblico di ogni età. 

24/05/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Star Wars: The Mandalorian and Grogu
Distribuzione
Walt Disney Studios Motion Pictures
Durata
132'
Produzione
Fairview Entertainment, Lucasfilm
Sceneggiatura
Jon Favreau, Dave Filoni, Noah Kloor
Fotografia
David Klein
Scenografie
Doug Chiang
Montaggio
Rachel Goodlett Katz, Dylan Firshein
Musiche
Ludwig Göransson
Costumi
Mary Zophres

Trama

Favreau è bravo a ispirarsi a una cinematografia di fantascienza (e non) di questi ultimi decenni che vanno al di là di “Star Wars”, innestando stilemi e ibridando la struttura narrativa all’interno di una macchina industriale e spettacolare ben organizzata
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.