The Ugly Stepsister

The Ugly Stepsister


Emilie Blichfeldt

Horror | Danimarca, Norvegia, Polonia, Svezia
(2025)

Prima di riconfigurarsi in un racconto di riscatto e lieto fine, la fiaba di Cenerentola era una storia di retribuzione e martirio domestico. Al pari di molte delle fiabe popolari classiche, la Cenerentola dell’Ottocento era brutale, catartica, un racconto di punizione morale coerente con la realtà dei tempi, più cruda e più violenta, in cui le storie raccontate ai giovani rispondevano alla necessità di reprimere, non di intrattenere. Nella rivisitazione dei fratelli Grimm, le preghiere di Cenerentola non sono rivolte alla fata madrina, ma a un albero cresciuto sulla tomba della madre; i colombi che le vengono più volte in soccorso ne festeggiano il matrimonio cavando gli occhi alle sue sorelle. Nella stessa versione, le sorellastre si mutilano i piedi, amputano dita e talloni, pur di entrare nella scarpetta che può calzare solo la damigella destinata al principe. Una parabola progressivamente ripulita, e infine resa eterna dalla versione disneyana del 1950, levigata di ogni asprezza e trasformata in un sogno d’amore. In “The Ugly Stepsister”, debutto della regista norvegese Emilie Blichfeldt, a sorprendere è il ritorno della fiaba alla sua origine più sinistra e perturbante, non un sogno per bambini, ma un ammonimento per adulti.

Fin dalle prime immagini, Blichfeldt costruisce, con una meticolosità sorprendente per un debutto, una dimensione sospesa tra il conosciuto e lo sbagliato, una sorta di valle dello straniamento in cui tutto è riconoscibile ma nulla è esattamente al posto in cui dovrebbe essere. Se le scenografie dapprima appaiono tratte da un libro illustrato – castelli sperduti nel bosco, tavoloni imbanditi di cibo e gioielli, specchi antichi e stoffe ricamate – si impregnano immediatamente di un’immobilità funerea, come se la fiaba stessa stesse lentamente marcendo. Le immagini si trasformano in nature morte, splendide e decadenti. L’effetto di straniamento si accompagna inoltre alla scelta di un sonoro che partecipa a questo doppio movimento, in cui melodie fiabesche, quasi infantili, si incrinano in dissonanze sottili, deformandosi nel ritmo alienante di un carillon difettato.

È in questo scenario incantato e corrotto che si muove Elvira (un’ottima interpretazione della giovane attrice Lea Myren), la maggiore delle sorellastre, la più fragile, protagonista in un ribaltamento narrativo radicale. Non più l’antagonista di una buona e pura Cenerentola – qui Agnes – ma nuovo cuore della narrazione; non il monito del trionfo del bene sul male ma il simbolo della fatica di esistere accanto alla perfezione. Sempre un passo indietro, sempre troppo poco, Elvira è debole, malleabile, docile. Nel mondo della fiaba – e in un riflessione esplicita delle pressioni sociali contemporanee imposte al femminile – Elvira è inadeguata perché anonima e sgraziata, carente di tutte le doti, in primis bellezza e grazia, che in Cenerentola sono così evidenti.

L’annuncio del ballo in cui il principe sceglierà moglie diventa la lente attraverso cui la regista esplora la femminilità del presente: temi quali la dipendenza dallo sguardo altrui, la brutalità dei modelli di perfezione, l’equiparazione sociale tra valore personale ed estetico. Per emulare lo standard ideale settato da Agnes, Elvira si sottopone a una serie di interventi penosi e grotteschi: tagli, applicazioni, cuciture, ingestione di sostanze sconosciute. Non una metamorfosi favolistica, e neppure magica; Blichfeldt inscena un processo lento e viscerale, da cui la componente di body horror della pellicola. Le influenze più evidenti sono il cinema di Cronenberg, quanto il recente “The Substance” di Coralie Fargeat, di cui è eco non solo il processo di progressiva deformazione e manipolazione corporea, ma anche l’idea di società esterna come causa di violenza interiorizzata e annullamento del sé. Quindi, se in “The Substance” l’Elisabeth Sparkle di Demi Moore si trasforma progressivamente nell’antitesi dell’ideale del femminile, in “The Ugly Stepsister” Elvira si trasforma invece in un ideale puramente maschile, la donna perfetta come sottomessa, compiacente, e adattabile. Secondo la prospettiva dell’autrice, a quanto di più simile al cane. Così, laddove la fiaba tradizionale premiava la virtù e puniva la vanità, qui la vanità è la sola forma possibile di sopravvivenza: un meccanismo di adattamento degradante, svilente e, in prospettiva, instabile.

Globalmente, Emilie Blichfeldt dimostra una grande maturità per una regista al debutto. Ogni scelta visiva rivela una consapevolezza precisa, un controllo della composizione affine alla meticolosità estetica di Sofia Coppola — soprattutto a “Marie Antoinette“, nella relazione tra immagine e artificio — come al gusto per il grottesco di Harmony Korine, in cui l’eleganza si contamina con lo squallore. Il risultato è un film che, pur partendo da un immaginario arcinoto, riesce a renderlo nuovamente inedito. Di contro, è ancora difficile inquadrare una chiara identità registica laddove distinta dalle sue influenze. Si tratta, in ogni caso, di un esordio che promette molto, non tanto per la sua originalità, quanto per la capacità di riconfigurare materiali preesistenti in un linguaggio visivo personale, sospeso tra orrore e fascinazione: un’estetica della decomposizione che interroga il mito della trasformazione femminile, riportandolo dal territorio del desiderio a quello della disgregazione.

07/10/2025

Cast e credits

Titolo Originale
Den Stygge Stesøsteren
Distribuzione
I Wonder Pictures
Durata
105'
Produzione
Lava Films, Mer Film, Motor, Zentropa
Sceneggiatura
Emilie Blichfeldt
Fotografia
Marcel Zyskind
Scenografie
Sabine Hviid, Klaudia Klimka-Bartczak
Montaggio
Olivia Neergaard-Holm
Musiche
John Erik Kaada, Vilde Tuv
Costumi
Manon Rasmussen

Trama

In una rilettura horror di Cenerentola, Elvira, giovane donna ossessionata dalla bellezza, si sottopone a trattamenti estremi nel tentativo di trasformarsi e conquistare l’amore ideale. Il desiderio di perfezione si trasforma in un incubo di ossessione, violenza e autodistruzione.
Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia