Tulpa – Perdizioni mortali

Tulpa – Perdizioni mortali


Federico Zampaglione

Thriller | Italia
(2012)

La protagonista, Lisa Boeri (Claudia Gerini), è una donna-manager forte sul lavoro ma che deve ravvivare una spenta vita privata frequentando assiduamente il Tulpa, un particolare club privè sul quale vigila il sacerdote Kiran (Nuot Arquint). Secondo la filosofia di quest’ultimo, il club serve a uomini e donne come tempio dove poter liberare il proprio tulpa, realizzando liberamente (e nella tranquillità dell’anonimato) ogni fantasia erotica. Mentre il capo della donna (Michele Placido) viene indagato a causa di una fuga di notizia e la situazione lavorativa si fa incandescente, Lisa scopre quello che lo spettatore già sapeva: un serial killer si aggira per la città uccidendo in maniera efferata donne e uomini il cui legame è riconosciuto solo dalla protagonista, l’essere membri del Tulpa.

“Tulpa – Perdizioni mortali” è il terzo lungometraggio di Federico Zampaglione che, qualche anno fa, era stato salutato come il legittimo erede del cinema di genere made in Italy, dopo aver superato la prova nell’horror con “Shadow – L’ombra“. Chi scrive era però rimasto piuttosto perplesso da tale accoglienza, attendendo con curiosità la prova successiva dell’ex-leader dei Tiromancino per capire quale sarebbe stata la sua traiettoria dietro la macchina da presa. “Tulpa” è il proseguimento di un cammino coraggioso a livello produttivo, ma non sostenuto da un valore equivalente sotto il profilo realizzativo.

Zampaglione si mostra incapace di trattare il thriller se non appoggiandosi a schemi risaputi, senza nemmeno l’abilità visionaria dei suoi maestri. Il terzo film del regista romano segnala addirittura un’involuzione, poiché se c’era un aspetto che avevamo apprezzato di “Shadow” era certamente quello visivo: capacità non banale nella messa in quadro e nell’uso del profilmico, fotografia cupa e la suggestione degli spazi (contrasti buio/luce, interno/esterno) erano saldi punti di partenza per un rispettabile film-maker di horror. In “Tulpa” invece ci si ritrova ad aggirarsi entro una scenografia urbana deprivata della sua potenzialità, le architetture romane dell’Eur non infondono nemmeno il minimo sindacale di inquietudine metafisica e la regia si piega a una grammatica più elementare, dividendosi tra primi piani e campi medi, un abbondante quanto superfluo uso di macchina a mano per dare dinamicità agli inseguimenti e la prevedibile soggettiva del killer; esteticamente non bastano delle luci rosse per costruire l’atmosfera misteriosa ed erotica del club privé e anche le scene osé non si spostano di un millimetro dai referenti degli anni 70. Piuttosto che i pregi, pare che il sincero omaggio di Zampaglione abbia fornito il campionario dei limiti di quel cinema: scrittura approssimativa, recitazione sopra le righe peggiorata dal doppiaggio (si recita in inglese) e finali inverosimili (in questo caso si giunge a una gratuita deriva irrazionale messa in scena senza paura del ridicolo involontario).

Concludiamo mettendo in evidenza come anche il piano metaforico del lavoro di Zampaglione si vada sgretolando, sebbene questo fosse un difetto già emerso nel precedente “Shadow”.

Tulpa è un concetto appartenente al misticismo tibetano: nel film leggiamo insieme a una sospirante Claudia Gerini che un essere può essere creato attraverso tale disciplina spirituale, una materializzazione fisica del nostro materiale psichico. In retorica diremmo che questa è una didascalia: non potendo spiegare direttamente il significato del termine intorno a cui ruota l’intera vicenda, il regista interpola una scena così da darcene un’infarinatura generale. È però una scelta diversa dal “pulp” spiegato con la definizione del vocabolario nell’incipit di “Pulp Fiction“, perché così facendo il regista sta indirizzando lo spettatore verso una precisa interpretazione della narrazione che si sta svolgendo. Zampaglione ci concede quindi di leggere gli omicidi che si susseguono sullo schermo come la possibile proiezione psichica del tulpa fuori controllo di Lisa (il libro dice proprio questo). Non si comprende, però, perché una motivazione simile non sia stata supportata anche in chiave formale ma lanciata in mezzo al film come un boomerang, che si ritorce infine contro l’autore. L’ambiguità onirica ha la sua estetica e i suoi codici, e se è facile giocare con cliché collaudati quarant’anni fa, più difficile diviene cercare una chiave visiva che attualizzi una tipologia di cinema forse oggi superata. D’altra parte era difficile aspettarsi qualcosa di innovativo se il soggettista del film si chiama Dardano Sacchetti, una delle gloriose firme di quel cinema. Non c’è molta differenza tra un regista che continua cocciutamente a esprimersi con gli stessi mezzi linguistici sfoderati quando aveva iniziato (come Dario Argento) o un giovane regista che sfrutta i medesimi stilemi, abbracciando il manierismo più consunto e devitalizzato. For fans only.

23/06/2013

Cast e credits

Distribuzione
Bolero Film
Durata
82'
Produzione
Italian dreams Factory
Sceneggiatura
Federico Zampaglione, Giacomo Gensini
Fotografia
Giuseppe Maio
Scenografie
Maria Luigia Battani
Montaggio
Marco Spoletini
Musiche
Federico Zampaglione, Andrea Moscianese, Francesco Zampaglione
Costumi
Ginevra Polverelli

Trama

Lisa Boeri, ricca donna manager tutta dedita alla carriera, ha un'impensabile doppia vita. La donna è infatti assidua frequentatrice del club privato "Tulpa", un posto molto esclusivo in cui i soci realizzano le loro fantasie erotiche. Quando i suoi amanti iniziano a morire uno dopo l'altro, tra orribili supplizi, per evitare uno scandalo la donna comincia a indagare in prima persona. Le conseguenze andranno oltre ogni immaginazione.
L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt