Aladdin

Aladdin


Guy Ritchie

Fantasy, Musical | Usa
(2019)

Una compagnia con il passato glorioso della Disney meriterebbe un presente migliore. Dopo avere deturpato la saga di Star Wars, si passa all’altalenante filone dei rifacimenti live-action, zeppo di titoli non esattamente memorabili (“Maleficent“, “La bella e la bestia“, “Dumbo“, ecc).

Ma andiamo con ordine. Quando le dimissioni del guru Jeffrey Katzenberg (poi fondatore e supervisore capo di DreamWorks), avviano la “Disney Renaissance” (1989-1999) sul viale del tramonto, nasce proprio nello stesso anno (1994) il primo remake live-action di un classico d’animazione, “Mowgli – Il libro della giungla” (Sommers). Tuttavia il giacimento inizia a essere sfruttato intensamente solo a partire dagli anni ’10 del nuovo millennio. La formula è semplice: prendi un classico, affidalo a un nome importante (Branagh, Burton, Stromberg), gira e incassa. Un’operazione che assomiglia a quelle partite di calcio tra vecchie glorie in cui gli ex-calciatori, desiderosi di rivivere i bei tempi andati, riescono solo a farli rimpiangere. Tuttavia, in alcuni casi (“Alice in Wonderland“) il soggetto originale viene almeno sviluppato e arricchito; in altri viene pedissequamente ricalcato. “Aladdin” di Guy Ritchie appartiene alla seconda categoria.

E ora si potrebbe parlare del film, se non fosse che ben poco rimane da dire. Rimpolpata l’ossatura con una brancata di nuove gag, coreografie, canzoncine e tanta, tanta, tanta computergrafica (spicca il grazioso alterco con il pappagallo gigante), il nuovo (si fa per dire) “Aladdin” duplica il vecchio, riuscendo pure nel difficile compito di insipidire il personaggio più carismatico della saga, il fosco Jafar. L’attore designato, Marwan Kenzari, appare troppo giovane e non troppo portato nei panni dell’intrigante Gran Visir. A dirla tutta, per quanto concerne la recitazione il cast suscita più di una perplessità – eccetto Will Smith, a suo agio nel ruolo eclettico e brioso che fu di Robin Williams (Gigi Proietti nella versione italiana). Comunque si tratta di un musical, genere in cui smorfie da cicisbeo e la dirompente teatralità hanno legittima cittadinanza.

Anche l’apolide regia di Guy Ritchie si muove a fatica nella medina di Agrabah, straripando a balzi e zompi nelle scene d’azione, tra ripidi slow-motion e carrellate vorticose. Più adatti a inseguimenti e sparatorie che a balletti e cortei, i virtuosismi del regista inglese funzionano a mezzo servizio. Imbastito di effettacci digitali, questo “Aladdin” 2.0 è insomma un artificioso esercizio di intrattenimento che ha il difetto di fallire proprio dove riesce l’originale: indurre quel senso di infantile stupore e fiabesca meraviglia, ottenuto attraverso una meticolosa armonia di elementi: il design caricaturale di Al Hirschfeld, ispirato all’alfabeto arabo; la simbologia cromatica, la saturazione degli ambienti, i contrasti luminosi; la vivace ironia dei dialoghi; e ancora la studiatissima e pluripremiata colonna sonora, il taglio anti-tradizionalista dei personaggi, la derivazione pittorica degli scenari, e meglio non dilungarsi. Va bene, il compito era ingrato, ma si poteva far meglio.

Il fatto è che in questa affannata poltiglia di incantesimi e colpi di scena manca la cura amorevole per la storia – e indirettamente, per il pubblico a cui è destinata – ovvero l’ingrediente segreto dei capolavori animati Disney, che questi esanimi remake si sforzano invano di scimmiottare.

26/05/2019

Cast e credits

Titolo Originale
Aladdin
Distribuzione
Walt Disney Studios Motion Pictures
Durata
128'
Produzione
Marc Platt Productions, Rideback, Walt Disney Pictures
Sceneggiatura
John August Guy Ritchie
Fotografia
Alan Stewart
Scenografie
Gemma Jackson
Montaggio
James Herbert
Musiche
Alan Menken
Costumi
Michael Wilkinson

Trama

Il ladruncolo Aladdin, innamorato della principessa Jasmine, trova una lampada magica in grado di esaudire tutti i suoi desideri. Basterà?
Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica

Romería – Il mare dei ricordi
Romería – Il mare dei ricordi

Al suo terzo lungometraggio, la cineasta spagnola Carla Simón ripropone approccio autobiografico, tematiche e stile all'interno di un film estivo nuvoloso e melanconico che si ibrida con una detection esistenziale

L’amore che rimane
L’amore che rimane

Pálmason si fa cantore della semplicità e mette in scena un'elegia del quotidiano in cui il paesaggio, rispettato e custodito dai personaggi, diventa protagonista e spazio emotivo del racconto

The Sea
The Sea

Premiato ai locali Ophir Awards, il candidato israeliano al Premio Oscar per il miglior film internazionale "The Sea" di Shai Carmeli-Pollak narra il viaggio clandestino di un giovane palestinese attraverso Israele secondo i canoni del road movie e del coming of age più classici, che si condivide più di quanto si apprezzi