CAST & CREDITS

cast:
Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Michael Pena, Jon Bernthal, Alicia von Rittberg

regia:
David Ayer

distribuzione:
Lucky Red, Leone Film Group

durata:
134'

produzione:
Le Grisbi Productions; QED International; LStar Capital; Crave Films

sceneggiatura:
David Ayer

fotografia:
Roman Vasyanov

scenografie:
Andrew Menzies

montaggio:
Jay Cassidy, Dody Dorn

costumi:
Maja Meschede; Anna B. Sheppard

musiche:
Steven Price

Fury | Recensione | Ondacinema

Fury

di David Ayer

guerra, Usa (2014)

di Giuseppe Gangi

Voto: 6.5
"Ideals are peaceful, history is violent"


David Ayer si è costruito una solida carriera come sceneggiatore a partire dai suoi primi lavori, "U-571" di Jonathan Mostow e "Training Day" di Antoine Fuqua. Da regista ha realizzato una manciata di pellicole dall'alterna fortuna, di cui vale la pena citare "End Of Watch - Tolleranza zero", passato inosservato da queste parti pur essendo stato in patria un piccolo fenomeno incensato da Roger Ebert come uno dei migliori polizieschi del decennio. "Fury" è in parte un allargamento della prospettiva di "End Of Watch": i prodi poliziotti che combattono contro il crimine nei bassifondi losangelini (il motto era "God loves cops") si trasformano nei soldati dentro il tank nella Germania della Seconda guerra mondiale.
Ayer si pone in continuità con il cinema bellico americano più arrabbiato e mette in scena i nazisti come il Male da cancellare dalla faccia della Terra, per potersi concentrare sul manipolo di protagonisti, tagliati con l'accetta a partire dagli stereotipi del genere: Don "Warddaddy" Collier (Brad Pitt) è il sergente violento e indurito dalla guerra, ma leale e umano con i suoi uomini; Boyd "Bible" (Shia La Boeuf) è il predicatore che imbraccia le armi per una "giusta causa"; Grady "Coon-Ass" (Jon Beranthal) il soldato cinico e animalesco; Trini "Gordo" (Michael Peña) una volta sarebbe stato "the black guy", mentre è stato convertito in messicano così da mostrare la forza della multietnicità americana; infine, Norman Ellison (Logan Lerman) è il novellino appena arrivato che deve compiere il proprio apprendistato alla violenza.

La sequenza d'apertura è suggestiva: in un cimitero di carrarmati, la macchina da presa segue e carrella accompagnando un ufficiale tedesco sul suo bianco destriero. Da un tank salta fuori Wardaddy che disarciona il nemico e lo pugnala senza pietà al volto: lui e i suoi uomini sono gli unici superstiti della battaglia che non abbiamo visto. Ma vedremo le successive, cioè la presa di una città, lo scontro con l'indistruttibile (o quasi) Tiger tedesco e la pericolosa missione di difendere un incrocio per agevolare lo strategico passaggio delle truppe alleate.
"Fury" trova la sua ragion d'essere nell'organizzare scene d'azione ben congegnate, scontri western nei quali i nazisti giocano il ruolo degli infidi indiani e il Don "Wardaddy" di Pitt (in una buona prova, volutamente sottotono) dell'ossessionato Ethan di "Sentieri selvaggi" o - come è stato fatto notare da qualcuno - quale capitano Ahab alla caccia di una balena bianca rappresentata da un'intera nazione.

Non mancano i dettagli crudeli, come i bambini e i civili non arruolatisi impiccati dai nazisti ("che si ammazzino tra loro", commenterà Gordo), oppure le teste che saltano in battaglia. Ayer è determinato a proseguire nel solco di un cinema machista e agguerrito, ma non manca l'appuntamento con una parentesi romance dove una signora e sua nipote sono costrette ad accogliere il sergente e il giovane Norman, facendoli sedere a tavola e giacere nel loro letto: pausa che si interrompe non con la ripresa delle ostilità ma con l'entrata del resto dell'unità di Collier, ormai incapace di godersi un momento tranquillo senza essere animaleschi e distruttivi.
Proponendosi di dimostrare "quello che un uomo è capace di fare a un altro uomo" (come annuncia Boyd al neo-arrivato),"Fury" incorre in diverse ripetizioni che danno a tratti una sensazione di prolissità. Al regista interessa l'azione estrema e l'accettazione di un comune destino di sacrificio ma, per giustificarlo, condisce i dialoghi di citazioni e passi biblici imparati a memoria, incappando in una retorica spicciola e pedante, senza peraltro aggiungere niente alle grezze psicologie dei protagonisti. Ayer è più bravo a far sparare i carrarmati [1] che a snocciolare discorsi e sono da segnalare per lo meno la prima scena di scontro in campo aperto contro un plotone nazista e la lunghissima sequenza finale che omaggia platealmente Sam Peckinpah.

"Fury" ha ottenuto un ottimo incasso worldwide (circa 208 milioni di dollari) e ha anticipato, in tal senso, l'inaspettato e clamoroso successo di "American Sniper"; entrambi film di guerra, entrambi portatori della visione del mondo yankee ma con una notabile differenza d'impostazione: pur nella unilateralità di sguardo, Ayer mette in chiaro che la guerra è uno sporco affare ma i protagonisti non possono smettere di combattere, essendoci dentro fino al collo devono portare a termine il lavoro, missione dopo missione. Difatti, si parla quasi sempre di "job/work/business", in un'estraneazione macchinica che combacia perfettamente con l'idea di barricarsi nella casa-carrarmato, parte di un processo perverso fatto di orrore e di morte; così, la rozza ideologia di "Fury" è molto più onesta di quella del cecchino eastwoodiano, simbolico corpo di una nazione votata all'eroismo nella guerra santa contro il Male.
Tornando agli incassi, mentre la pellicola di Eastwood sta raggiungendo cifre da blockbuster anche in Italia, il film di Ayer non uscirà nelle nostre sale poiché la Moviemax, che doveva distribuirlo, è stata dichiarata fallita il 10 gennaio scorso [2]. Un caso manuale dei limiti distributivi italiani e del progressivo allontanamento dalla sala, quale mezzo per la fruizione cinematografica.

[1] Bocciati i pacchiani effetti di post-produzioni che appiccicano dei "raggi laser" ai colpi esplosi in battaglia da tank e mitragliatrici.  
[2] Grazie all'accordo tra Lucky Red e Leone Film Group, i diritti per la distribuzione sono stati co-acquisiti e il film è uscito nelle sale italiane il 2 giugno 2015.