Il sacrificio del cervo sacro

Il sacrificio del cervo sacro


Yorgos Lanthimos

Horror, Thriller | Irlanda, Regno Unito, Usa
(2017)
Amato o detestato. Alla stessa stregua di Von Trier, si va delineando all’insegna di un’ostentata vena provocatoria la carriera di Yorgos Lanthimos, il più celebre cineasta della nuova onda greca emersa nel circuito festivaliero negli ultimi anni (gli fanno compagnia, fra gli altri, Alexandros Avranas e Athina Rachel Tsangari). Se nei precedenti lavori, compreso “The Lobster” del 2015 (il suo primo film a godere di una produzione internazionale, e con il medesimo attore protagonista di quest’ultima prova, Colin Farrell), il regista manifestava una netta propensione per il racconto allegorico, questa volta l’impostazione cambia leggermente, dal momento che l’elemento fantastico – sia pur privo di spiegazioni razionali – appare maggiormente calato in un contesto realistico.

Invece, mai come in questo “Il sacrificio del cervo sacro” (titolo che si ispira alla figura di Ifigenia, appartenente alla mitologia greca) Lanthimos si era addentrato di fatto nell’horror. Eppure il film è proprio questo: alla larga da etichette di genere, quel che conta sono le modalità e la materia del racconto. E da questo punto di vista siamo dentro a un thriller che sconfina esplicitamente nell’horror, sia pur dalla confezione estremamente raffinata. Appare evidente come Lanthimos abbia temperato il proprio stile. Si tratta forse del suo film esteticamente più ricercato, certamente quello in cui più spiccata è la componente “autoriale” già forte nei film precedenti. Se si vuole, si può anche ritenere fastidiosa la ricerca formale, ma il punto è che tacciarla di supponenza non avrebbe gran senso, poiché temiamo che tale critica possa essere troppo condizionata dal rigetto nei confronti delle provocazioni del regista (o delle sue velleità in tal senso, se si vuole). Tutti gli stilemi messi in campo nella pellicola, in realtà, appaiono funzionali al racconto, il che basta a ritenerli pertinenti. Non ci pare che il registro scelto sia indice di ridondanza o autocompiacimento, laddove ad esempio Lanthimos dilata i tempi per rarefare il racconto e introdurre suspense, oppure ricorre a movimenti di macchina sinuosi per allarmare lo spettatore, o ancora a inquadrature dall’angolazione esasperata (dall’alto o dal basso; c’è anche una plongée che resta particolarmente impressa), che puntano a ingenerare una sensazione di precario equilibrio – come se tutto fosse fuori asse sul punto di precipitare.

 
Ciò per cui il film delude, tuttavia, almeno parzialmente, è la sostanza di fondo. Le premesse sono assai interessanti; a non convincere è il punto d’arrivo. Si tratta di una pecca in cui Lanthimos incorre non per la prima volta: già “The Lobster” era, a parere di chi scrive, un film dal potenziale considerevole, tradito dall’esito involuto della conclusione cui approdava. Nel caso di questa nuova prova, il problema si avverte con fastidio ancora maggiore. Ed è proprio la pochezza delle conclusioni a gettare un’ombra retrospettiva su tutta l’operazione, che presta il fianco agli strali di chi è pronto a condannare Lanthimos per supponenza e velleità. Noi ci limitiamo a restare perplessi di fronte a quello che appare un ennesimo tentativo di épater le bourgeois, non sostenuto da una persuasiva visione morale. La “morale della storia” che si racconta in questo film – dove un chirurgo subisce la vendetta feroce del figlio di un paziente morto colpevolmente durante un suo intervento – gira attorno alla carenza di senso di responsabilità del protagonista, che per esteso vorrebbe allargarsi all’intera classe sociale di appartenenza.
 
Abbiamo menzionato Von Trier. Un altro nome che viene subito in mente di fronte a “Il sacrificio del cervo sacro” è quello di Haneke, e forti sono in particolare le analogie con “Funny Games“. Con entrambi questi autori, Lanthimos condivide la propensione a provocare lo spettatore. Von Trier, a differenza di Haneke, ha sempre diviso molto perché il regista danese – a differenza del collega austriaco – è spesso e volentieri barocco, rischiando di eccedere e di sconfinare nel cattivo gusto. Haneke tutto il contrario: lavora di sottrazione, il suo cinema è ellittico e asciutto. Ma, quantomeno nelle loro prove migliori (non poche nel caso di Haneke), i due autori hanno da tempo dimostrato lo spessore e la complessità della visione sottesa alle loro “aggressioni al pubblico”. Invece, il regista ellenico ci pare non abbia ancora convinto nel dimostrare che la cattiveria e l’acredine del proprio sguardo sia bilanciata da una prospettiva critica altrettanto intensa nei confronti del consesso umano, sociale e familiare che prende di mira.

22/06/2018

Cast e credits

Titolo Originale
The Killing of a Sacred Deer
Distribuzione
Lucky Red
Durata
109'
Produzione
A24, Element Pictures, Film4
Sceneggiatura
Yorgos Lanthimos, Efthymis Filippou
Fotografia
Thimios Bakatakis
Scenografie
Jade Healy
Montaggio
Yorgos Mavropsaridis
Costumi
Nancy Steiner

Trama

Un chirurgo nasconde alla moglie il rapporto che intrattiene con un ragazzo misterioso e dagli atteggiamenti progressivamente sempre più inquietanti, che è il figlio di un paziente morto dopo un intervento. Il ragazzo si insinua a poco a poco nella famiglia del chirurgo, con intenzioni non chiare. Le conseguenze rischieranno di diventare disastrose.
Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica

Romería – Il mare dei ricordi
Romería – Il mare dei ricordi

Al suo terzo lungometraggio, la cineasta spagnola Carla Simón ripropone approccio autobiografico, tematiche e stile all'interno di un film estivo nuvoloso e melanconico che si ibrida con una detection esistenziale

L’amore che rimane
L’amore che rimane

Pálmason si fa cantore della semplicità e mette in scena un'elegia del quotidiano in cui il paesaggio, rispettato e custodito dai personaggi, diventa protagonista e spazio emotivo del racconto