CAST & CREDITS

cast:
Ali Suliman, Elia Suleiman, Saleh Bakri, Avi Kleinberger

regia:
Elia Suleiman

distribuzione:
Bim Distribuzione

durata:
109'

produzione:
Film, The

sceneggiatura:
Elia Suleiman

fotografia:
Marc-André Batigne

scenografie:
Sharif Waked

montaggio:
Véronique Lange

costumi:
Judy Shrewsbury

musiche:
Matthieu Sibony

Il tempo che ci rimane | Recensione | Ondacinema

Il tempo che ci rimane

di Elia Suleiman

drammatico, UK/Italia/Belgio/Francia (2009)

di Claudio Zito

Voto: 8.5
Possiamo cominciare a chiamarlo "Suleiman il Magnifico", adesso che il regista, attore e sceneggiatore nazareno ha tracciato questa straordinaria parabola di rara perfezione geometrica, al confronto della quale gli sprazzi di talento disseminati nel precedente "Intervento divino" appaiono come disordinate prove tecniche di trasmissione.
Non è certo la prima volta che un cineasta del sud del mondo narra l'epopea del suo paese e in parallelo quella della sua famiglia, ma se da un lato la prospettiva storica del dramma nazionale forse mancava alla causa palestinese, dall'altro è il linguaggio di Elia Suleiman, qui nella sua forma più compiuta e al livello dei più grandi autori del cinema, a costituire un unicum nella settima arte.

Non mancano i punti di contatto col lavoro di un Haile Gerima, se è vero che entrambi apprendono la tecnica registica negli Stati Uniti, la calano coi debiti adattamenti nel contesto della loro terra (in questo caso si tratta di una coproduzione internazionale, ma l'opera appare a tutti gli effetti palestinese), la impiegano per denunciare il colonialismo/imperialismo dell'Occidente, Usa in testa (critiche che nella pseudo-democratica Israele non si possono pronunciare, ci dice il piccolo Elia); entrambi sono di fede cristiana, non maggioritaria nella rispettiva area geografica (nel Medio Oriente insanguinato, dove è anzi residuale, ci si chiede se la Madonna riesca a vedere ciò che accade o se abbia bisogno di un paio di occhiali: è una delle tante sequenze memorabili...); soprattutto entrambi, l'africano l'anno scorso e l'arabo quest'anno, ci mostrano capolavori autobiografici in grado di oscurare gran parte dei film delle cinematografie considerate più evolute.
Un grazie dunque alla Bim, che dà la possibilità di gustare in sala questa preziosa opera d'arte, anche se distribuirla a giugno significa comprometterne inevitabilmente l'esito commerciale, e anche se è stato un errore non sottotitolare le canzoni, che parrebbero semanticamente pregnanti e non un mero sottofondo sonoro.

"Il tempo che ci rimane" è folgorante fin dall'incipit, un claustrofobico viaggio in taxi nella Terra Santa odierna sotto un diluvio biblico e nell'accecante oscurità della notte, con il protagonista che fa capolino, sfocato come un fantasma sul sedile posteriore, mentre il conducente ebreo testimonia (anche) il proprio disorientamento nei confronti di un paese divenuto irriconoscibile.
La pellicola si riavvolge poi nel tempo, soffermandosi su quattro date dal 1948 ad oggi cui corrispondono quattro episodi significativi della vita pubblica dei Territori e privata dei personaggi. Ma sono in particolare due i periodi che restano impressi, segnati da altrettante figure che si stagliano a mo' di icone nell'ambiente storico-geografico che le circonda.
Nella prima parte, a Nazaret, la maschera del costruttore d'armi che diverrà il padre di Elia (un Saleh Bakri che ricorda in maniera impressionante Laurent Terzieff) è il volto della dignità, della resistenza all'aggressione sionista, la schiena dritta che non si piega neanche con le bastonate, che è pronta ad affrontare la Nakba a testa alta.
Nell'ultima parte, ancora a Nazaret e poi a Ramallah, è la sagoma inerte di Elia adulto (che pare quella del Nosferatu di Murnau) tornato in patria, a rappresentare la sconfitta, l'incredulità, la rassegnazione innanzi a un muro invalicabile (se non con l'asta dell'atletica) e a un'occupazione sempre più invasiva e demenziale.
In mezzo c'è la morte del padre, ma anche del leader panarabo Nasser (ancora micro e macrostoria...) e l'esilio del figlio adolescente in seguito a una denuncia.

Per tutto il film, c'è il coraggio di una partigianeria schietta, che ancor più dei grandi crimini dello Stato ebraico ne stigmatizza le piccole, continue provocazioni quotidiane che logorano i palestinesi fino a indurli alla follia o al pensiero del suicidio. Non (più) nella forma dell'attentato esplosivo contro i civili israeliani, più banalmente nel darsi fuoco col cherosene e un fiammifero, o nel semplice, impotente gesto del togliersi dal naso i tubi per respirare.
Ma, anche tra le fila amiche, la netta presa di posizione non risparmia collaborazionisti, opportunisti, codardi di sorta, né coloro i quali dirigono la frustrazione verso i canali della delinquenza comune, dello scontro tra bande, della criminalità organizzata. E non è altresì tenera con gli stati arabi confinanti, formalmente moderati, nella sostanza ostili.

La più grande dote di Suleiman è però il saper trovare una razionalità di fondo in una serie di situazioni irrazionali, mirabilmente sintetizzate nel personaggio matto quanto profondamente umano del vicino di casa (che il padre di Elia chiama semplicemente "vicino"), nelle sue teorie strampalate, nei suoi gesti inconsulti.
E' come se la realtà si adattasse allo stile dell'autore e non viceversa; alle inquadrature multiprospettiche di una messa in scena antinaturalistica al limite del teatrale; alla sottile comicità (ma c'è ben poco da ridere...) che, quando vediamo i soldati che annunciano il coprifuoco a tempo di musica ai ragazzi in discoteca (il contrario dello stereotipo del palestinese invasato o depresso e lamentoso) o il carro armato che continua a mirare un uomo che getta la spazzatura e chiacchiera al telefonino, si è ormai trasformata apertamente in satira. Uno stile che non ha bisogno di una recitazione calcata, ma nemmeno dei dialoghi: poche brevi battute senza risposta sono sufficienti. La Storia, del resto, è espressiva da sé. A noi, basta solo togliere i paraocchi.