CAST & CREDITS

cast:
Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage, John Hawkes, Abbie Cornish, Caleb Landry Jones, Lucas Hedges

regia:
Martin McDonagh

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
110'

produzione:
Fox Searchlight Pictures, Film4 Productions, Blueprint Pictures, Cutting Edge Group

sceneggiatura:
Martin McDonagh

fotografia:
Ben Davis

scenografie:
Merissa Lombardo, Inbal Weinberg

montaggio:
Jon Gregory

costumi:
Melissa Toth

musiche:
Carter Burwell

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri | Recensione | Ondacinema

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

di Martin McDonagh

drammatico, commedia, Usa/Gran Bretagna (2017)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0

 

Bastano i primi minuti a "Tre cartelloni a Ebbing, Missouri" per far intravedere in filigrana l'evocazione di un paesaggio coeniano: la fascinazione diviene inevitabile se nell'incipit, sulla musica di Carter Burwell, si vede Frances McDormand guidare da sola in macchina, soffermandosi a osservare dei cartelloni pubblicitari ormai scrostati dal tempo che danno il benvenuto a Ebbing, Missouri. Era capitato anche per "Suburbicon" ma in quel caso, considerando la provenienza della sceneggiatura originale, non si poteva non contestualizzare la pellicola all'interno dell'universo-Fargo. Così, anche il terzo lungometraggio di Martin McDonagh sembra ripartire dallo scenario cristallizzato del tranquillo paese di provincia sconquassato da una violenza inaudita: si comprende presto, però, che vi è una sostanziale differenza, ossia che l'orrore si è già compiuto travolgendo la vita del personaggio interpretato dalla McDormand. Mildred Hayes è una donna divorziata, madre di due ragazzi e sette mesi prima ha perso la figlia adolescente il cui cadavere carbonizzato era stato ritrovato proprio sotto quei cartelloni; rivelando, a seguito dell'autopsia, di essere stata violentata prima di essere uccisa e bruciata.

Mildred affitta i cartelloni per affiggervi dei manifesti polemici: su sfondo rosso sangue vi fa inscrivere domande rivolte alla polizia e, in particolare, allo sceriffo Willoughby i quali hanno abbandonato le indagini dopo non essere riusciti a trovare alcuna pista da seguire. Il linguaggio arrabbiato ed esplicito riguardo all'omicidio ("stuprata mentre moriva" scrive la madre) sconvolge la cittadina, creando malumore ai colleghi dello sceriffo abituati a essere sempre rispettati e mai contraddetti. Inoltre, Willoughby si mostra una persona gentile, equilibrata e molto benvoluta dalla comunità; ancor di più  poiché sta morendo a causa di un cancro, segreto di Pulcinella che l'intera cittadina conosce ma di fronte al quale la donna non si ferma. E tutti provano a ostacolare la crociata di Mildred: da Willoughby che vorrebbe trascorrere gli ultimi mesi che gli rimangono in tranquillità, al dentista che prova invano a minacciarla, fino al prete che si presenta a casa per farle la predica ma si ritrova davanti all'incrollabile forza di volontà della donna che gli vomita addosso il suo odio per i preti pedofili. In questa galleria di personaggi che arricchiscono la narrazione, evidente l'importanza via via crescente giocata dall'agente Dixon: testa calda razzista, infantile e mammone, il poliziotto avrà l'arco narrativo più ampio fino a diventare personaggio umanissimo e a tutto tondo; tra l'altro, è lui a essere il protagonista di alcuni dei migliori siparietti comici del film. McDonagh affida alla penna un umorismo nero e caustico che non lascia scampo a nessuna delle sacre istituzioni americane: la chiesa, la politica, la polizia, ciascuna affronta la vis comica dell'autore - anche se il bersaglio prediletto rimangono le forze dell'ordine. Da antologia il momento in cui Dixon corregge chi lo accusa di essere un poliziotto brutale che tortura i neri, asserendo che non si può usare la parola "nigger" perché razzista e che avrebbe dovuto dire che "torturava le persone di colore": l'ipocrisia linguistica che cerca di mascherare la realtà dei fatti.

Durante la conferenza stampa per "Suburbicon", George Clooney aveva detto di non ricordarsi di un'America così arrabbiata: ed è esattamente il modo in cui l'inglese McDonagh dipinge il paese. L'autore di "In Bruges" e "7 psicopatici" rischia di rimanere scottato di fronte alla messe di temi e materiali incandescenti che si affastellano nella narrazione, ma grazie a una scrittura dei caratteri precisa e a dialoghi brillanti porta avanti la narrazione costruendola sempre rilanciando al rialzo le possibilità offerte dalle situazioni, in precario equilibrio tra paradosso e teorema. Prende di petto molte questioni care all'America di ieri e di oggi perché, se è palese come questo lavoro guardi a certo cinema neohollywoodiano degli anni settanta, la crociata di Mildred, seppur giusta e motivata da un dolore insopprimibile, diviene l'epitome di un inconscio collettivo covante odio sotto svariate forme (non l'ultima l'intolleranza razziale a cui più volte si fa riferimento). La sua non è una ricerca di giustizia ma di vendetta, di riscatto e il suo comportamento gradualmente più aggressivo e imprevedibile ne dimostra l'aspetto più inquietante di ossessione monomaniacale. L'indagine al centro di "Tre manifesti a Ebbing, Missour" è per il regista l'innesco per riflettere su un tema caro alla coppia Schrader-Scorsese, cioè la dialettica tra senso di colpa e redenzione; e il personaggio di Willoughby sembra indicare la via per diventare persone migliori, il miraggio a cui cercano di aggrapparsi per non scivolare in una spirale di follia e cieca violenza. Ma si può essere veramente persone migliori quando il mondo smette di funzionare? È questo il dramma che vive Mildred e in parte anche gli altri personaggi, Dixon compreso, tutti tesi come sono alla ricerca di un colpevole o perlomeno di un capro espiatorio su cui sfogare la propria rabbia.  

McDonagh si discosta quindi sia dalla rappresentazione della provincia americana dei fratelli Coen sia dal Quentin Tarantino al quale è sempre stato paragonato per via del talento nei dialoghi, andando per la propria strada in un affresco diretto con uno stile registico asciutto e preciso. Il mélange di registro in bilico tra black comedy e tragedia greca non blocca la creatività visiva dell'autore che sviluppa il proprio lavoro puntando sì sulla bravura degli interpreti ma anche sulla gestione degli spazi e dei paesaggi su cui aleggiano suggestioni western. "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" mostra il lato sconsolato ma ancora vivo di un mondo in cui né Dio né Patria riescono a rimettere la realtà sui giusti binari, spostando la catarsi al di là dei titoli di coda quando lo spazio della cittadina si allarga virtualmente in un on the road che potrebbe coinvolgere tutta l'America.

L'autore che, come il fratello John Michael viene dal teatro, si conferma un ottimo direttore di attori: se la prova della McDormand avrebbe meritato la Coppa Volpi al 74° festival dei Venezia, non sono da meno le interpretazioni di Woody Harrelson, raramente così asciutto, e di un eccellente Sam Rockwell che riesce a dare spessore e umanità al poliziotto-bullo Dixon. Tra i titoli più applauditi della Mostra, ha vinto meritatamente l'osella alla miglior sceneggiatura.