Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma


Gore Verbinski

Avventura, Azione, Commedia, Fantastico | Usa
(2006)
Prima della produzione massiva di opere legate al Marvel Cinematic Universe e dell’ennesima resurrezione del mondo di “Star Wars” la gallina dalle uova d’oro della Disney, non ancora del tutto uscita dalla crisi successiva alla morte del fondatore, fu la saga piratesca iniziata da Gore Verbinski. Difatti il successo del primo capitolo permise alla “casa del Topo” di creare un (relativamente) primo esemplare di serie transmediale e di sperimentare con esso tutte le strategie produttive che l’avrebbero portata ad affermarsi come più grande Major degli anni 10, contribuendo alla definizione dello standard estetico del blockbuster contemporaneo concepito come giocoso e citazionista prodotto di puro divertimento rivolto al maggior numero di pubblici possibili (maree di riferimenti e registi, così come attori e sceneggiatori, quotati devono pur servire a qualcosa).

E l’immagine della marea, con la sua ricorsività e omogeneità, può facilmente rappresentare questo genere di produzioni sempre più uguali a se stesse ma ancor più la relazione vigente fra questo secondo “Pirati dei Caraibi” e il predecessore, da cui vengono ripresi gag e spunti, nonché certe somiglianze del pretesto narrativo. Ma se ne “La maledizione della prima luna” questo era appunto una giustificazione per la labirintica sequela di tradimenti, duelli e ridicolaggini orchestrata da Verbinski, nel film in question finisce per ricevere un’eccessiva considerazione dato il genere d’opera, sfociando così in una grandeur narrativa che appare difficilmente motivata, tanto meno ben controllata. E infatti tra flirt non precisamente giustificati, ricorrenti inseguimenti, agnizioni e resurrezioni (non credo si possa parlare di spoiler data l’età del film) la sceneggiatura di Ted Elliot e Terry Rossio (scrittori fino al quarto capitolo, solo l’ultimo soggettista anche del venturo “La vendetta di Salazar”) persegue il modello della molteplice regia, finendo però per limitare la ricchezza di questa e ridurre la sezione narrativa della pellicola ad una sfilza di avvenimenti legati da fili logici sempre più opinabili. Una marea, insomma.

Da ciò si deduce che dove “La maledizione del forziere fantasma” (titolo spassoso, c’è da dire) mostra il suo lato migliore è nelle sequenze di pura azione, durante le quali la mdp di Verbinski può sbizzarrirsi con notevole dinamismo, culminando nella lunghissima sezione prefinale ambientata nell’Isla Cruces, nella quale tra duelli incrociati e corse sulla ruota di un mulino la capacità del regista si sviluppa al meglio. Non si pensi però a questo punto che il sequel de “La maledizione della prima luna” sia una mediocre opera notevolmente inferiore al prototipo e con la sola regia ad alzare ogni tanto l’asticella della qualità. Difatti si tratta di una grande produzione nella media e pertanto può contare sull’eccellente lavoro scenografico (ma la CGI copre la patina retrò del capitolo precedente), sulle sempre efficaci (e piuttosto monotone, ça va sans dire) composizioni di Hans Zimmer e sugli effetti speciali (davvero ottimi, considerando l’anno) della solita Industrial Light & Magic. D’altro canto, mentre i protagonisti si rivelano sempre più inadeguati (Bloom) o gigioni (Depp, ovviamente), alcune new entries si rivelano soddisfacentemente carismatiche e ben interpretate, come il Davy Jones di Bill Nighy o il Bill Turner di Stellan Skarsgaard.

Girato pressoché contemporaneamente al seguito per lunghi mesi tra 2005 e 2006 il film qui presente soffre anche del fatto di essere poco più che un’introduzione a quello, funzionale alla presentazione dei nuovi comprimari e di un mondo narrativo piuttosto diverso (la troppo ricercata aderenza tra geografie e mitologie totalmente fantasy ed elementi storici perseguita da questa saga è indubbiamente uno dei suoi punti di debolezza maggiori), cui seguiranno i quanto mai confusi sviluppi dell’intricatissimo terzo capitolo, le cui avvisaglie sono presenti già nella poco convincente conclusione di “Dead Man’s Chest”. Non risulterebbe così balzano supporre che la scrittura bulimica del film sia dovuta alla necessità di riempire il vuoto narrativo attorno al quale quello è stato realizzato. Anche questa è una storia che si ripete.

04/05/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest
Distribuzione
Walt Disney Pictures
Durata
150'
Produzione
Jerry Bruckheimer Films, Walt Disney Pictures
Sceneggiatura
Terry Rossio, Ted Elliot
Fotografia
Dariusz Wolski
Scenografie
John Dexter
Montaggio
Craig Wood, Stephen E. Rivkin
Musiche
Hans Zimmer
Costumi
Penny Rose

Trama

Arrestati il giorno delle loro nozze da parte del nuovo Lord della Comapgnia delle Indie Orientali Beckett, Will ed Elizabeth riescono ambedue a trovare un modo per barattare la loro libertà con l'ottenimento della bussola di Jack Sparrow, capace di indicare dove si trova ciò che il possessore più desidera. Ma i loro incontri separati col pirata li allontanano ulteriormente (non solo fisicamente), mentre il temutissimo Davy Jones giunge per reclamare l'anima di Sparrow, cui concesse la Perla Nera 13 anni or sono. 
Hokum
Hokum

Terza pellicola dello specialista dell'horror irlandese Damian McCarthy la suggestiva "Hokum" cerca di espandere i confini volutamente angusti del suo cinema ad altri immaginari e sottogeneri, mostrando la versatilità del suo regista al netto di alcuni limiti di scrittura

Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte
Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte

"Camp Miasma" di Jane Schoenbrun è un meta-slasher queer, così concettuale che se vi interessano tre su tre di questi concetti non potete perderlo, e se ve ne interessano uno o due potrebbe piacervi perché è girato molto bene

Il Cileno
Il Cileno

LOCARNO 79 - Fra i più attesi film della kermesse svizzera "Il Cileno" di Sergio Castro-San Martín è un film storico che gioca coi canoni del thriller, interessante sulla carta ma irrealizzato nella forma

La fine di Oak Street
La fine di Oak Street

Ritorno di David Robert Mitchell dopo una lunga pausa e suo approdo al cinema ad alto budget "La fine di Oak Street" è un dramma suburbano che si evolve in un survival film coi dinosauri, tanto curato nella forma quanto irresoluto nello sviluppo, al netto dei molti spunti di riflessione

Congo Boy
Congo Boy

LOCARNO 79 - Esordio registico molto promettente in bilico fra romanzo di formazione autobiografico e film musicale d'evasione

Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.