Allora. Per prima cosa facciamo un recap di come siamo arrivati fino a qui.
Il primo capitolo della saga di “Scary Movie” esce nel 2000 sotto la supervisione creativa dei fratelli Wayans: il film, infatti, è diretto da Keenen Ivory Wayans, sceneggiato da Shawn e Marlon (che ne sono anche interpreti), prodotto dalla Dimension Films dei fratelli Weinstein e, in generale, rappresenta un distillato della comicità targata Wayans, una comicità becera, sciatta, del tutto irriverente ed irrispettosa. Le protagoniste principali (oltre ai Wayans), qui e in (quasi) tutti gli altri capitoli, sono Anna Faris, che interpreta Cindy, e Regina Hall, che interpreta Brenda. “Scary Movie 2”, visto il successo commerciale del primo, esce immediatamente l’anno dopo, nel 2001, con la stessa squadra al comando. La saga prosegue poi nel 2003 con “Scary Movie 3 – Una risata vi seppellirà”, che vede vari cambiamenti all’interno del team tecnico-creativo: se a produrlo rimangono i Weinstein, al contrario i Wayans, visto anche il flop del secondo capitolo al botteghino a fronte di un budget decisamente superiore rispetto al capostipite, vengono gentilmente scaricati al molo e al loro posto arrivano Craig Mazin e Pat Proft alla sceneggiatura e David Zucker, già autore, tra gli altri, di “L’aereo più pazzo del mondo” (1980) e “Una pallottola spuntata” (1988), alla regia. Il capitolo è il più apprezzato dell’intera saga, perciò squadra che vince non si cambia anche in “Scary Movie 4”, con l’aggiunta di Jim Abrahams alla sceneggiatura. Il quarto film, tuttavia, fa un bel buco nell’acqua, e allora per “Scary Movie V” cambia più o meno tutto: Zucker lascia la regia per scrivere la sceneggiatura con Proft, mentre a dirigerlo arriva Malcolm D. Lee, poi autore di “Space Jam: New Legends”, il che è tutto dire. Ma la vera novità sconvolgente, e parte in causa dell’insuccesso dell’operazione, è l’assenza dal cast principale delle due protagoniste storiche, Faris e Hall: il film floppa abbastanza male e questa sembra essere la pietra tombale sulla saga. Fino al 2026.
Nonostante i vari avvicendamenti al timone creativo, la comicità e gli intenti di “Scary Movie” sono sempre rimasti pressocché invariati: se i primi due film avevano una struttura molto più da spoof movie, ovvero i film parodici costruiti per sketch infilati uno dietro l’altro, il sopraggiungere di Zucker nel terzo capitolo ha sicuramente corretto la traiettoria, conferendo ai due lavori da lui diretti una struttura più puntuale e un’elaborazione narrativa tale da produrre senso e concetto; il quinto film fa un po’ caso a sé, in quanto riciclaggio svogliato di situazioni preesistenti che riporta la saga all’episodicità dei primi capitoli ma senza la sua furia pseudo-iconoclasta. Ma ciò che è rimasto sempre costante nei vari episodi è il tono parodico e, di conseguenza, lo stile comico: battute sboccate, triviali e nonsense, irriverenza (se non proprio sfacciata mancanza di rispetto) verso tutto e tutti, continue allusioni al sesso e alla droga, situazioni che sfondano ampiamente il limite del kitsch, ecc. In fondo, cos’è che, oltre alla trovata di parodiare i più in voga film horror del momento, ha fatto la fortuna di questa saga? La sua sregolatezza fuori controllo da film-spegni-cervello. E, com’era prevedibile, le cose non sono cambiate con il nuovo capitolo, omonimo al primo, “Scary Movie” (Michael Tiddes, 2026).
Ancora un paio di questioni produttive prima di entrare nel merito. L’operazione hype in vista dell’uscita di quest’ultimo film è stata in gran parte incentrata sul fatto che, per la prima volta da “Scary Movie 2”, sarebbero tornati alla direzione creativa i fratelli Wayans e che anche le due protagoniste storiche avrebbero fatto ritorno. La notizia è stata accolta con grande entusiasmo dai fan della serie, e i risultati non si sono fatti attendere: il film ha fatto buoni incassi, raggiungendo traguardi che non si vedevano dal terzo capitolo. Per il resto “Scary Movie” ripropone in pieno i toni e lo stile dei primi due capitoli, a partire dal titolo. Il film, infatti, copiando quanto fatto con la saga di “Scream“, che vedeva intitolato il suo quinto capitolo esattamente come il primo (“Scream“, appunto), si intitola “Scary Movie”, il che non costituisce una mera questione che potremmo definire “onomastica”: il nuovo film dei Wayans ripresenta una trama pressocché identica a quella del primo “Scary Movie”, esattamente come accaduto con “Scream” (Tyler Gillett e Matt Bettinelli-Olpin, 2022), il quale, proprio per questo motivo, è stato definito un requel (crasi tra reboot e sequel); mentre qui, scherzosamente, il sesto capitolo della saga è definito un rebooquel – con quell’allusione al “boo” spettrale che non fa mai male. Per il resto “Scary Movie” (2026) non aggiunge né cambia nulla rispetto ai capitoli precedenti, anzi, se possibile spinge ancora di più sul pedale dell’irriverenza: si sprecano battute sulla cultura woke, sulla disforia di genere, sulla comunità black e, ovviamente, sull’orientamento sessuale dei personaggi.
È interessante dunque, piuttosto che analizzare il film in sé, porlo in rapporto alla ricezione critica cui è andato incontro. Le recensioni sul film sono state impietose, senza una singola voce che abbia speso parole anche solo vagamente clementi. Intendiamoci, “Scary Movie” (2026) è un filmaccio, un prodotto che, cinematograficamente parlando, non ha ragione di esistere: non ha struttura, non ha corpo, non ha un’idea di regia che sia una, niente. Come tutti (ad eccezione del terzo e, in misura minore, del quarto) gli altri film della serie. Perché siamo improvvisamente tutti così scandalizzati? Sembra che realizzare un prodotto di questo tipo oggi corrisponda a un crimine, ma cos’è cambiato rispetto al passato? In molti risponderanno la sensibilità. Ma la sostanza rimane: se hai apprezzato “Scary Movie” ieri probabilmente apprezzerai “Scary Movie” (2026) oggi, in caso contrario…avete capito. Un’altra critica che ha investito l’opera è il fatto che non faccia ridere e che sia sostanzialmente un’operazione parassitaria. Ma “Scary Movie” ha sempre ripreso opere preesistenti per prenderle in giro in maniera totalmente fine a sé stessa e ha sempre avuto una comicità che può essere indigesta a molti. Lo ripetiamo per l’ennesima volta: nulla è cambiato e anzi, la saga probabilmente non è mai stata in grado di aggiornare il suo “umorismo”, ma se non altro in questo capitolo è stata capace di sintonizzarsi con l’attualità.
Quest’ultima affermazione può sembrare ardita, ma è stato sorprendente notare quanto “Scary Movie” (2026) sia capace di offrire un commento – di nuovo: stupido, ignorante, insignificante – sui nostri tempi. Esemplare da questo punto di vista è il finale, anch’esso, come la stragrande maggioranza delle idee “strutturali” del film, copiato da “Scream” (2022) seppur con una decisiva variazione. Nel finale appunto vediamo i protagonisti storici della saga (Cindy, Brenda, Shorty e Ray) uccidere senza pietà i nuovi personaggi introdotti in questo capitolo. La dichiarazione di intenti è palese e, se non fosse abbastanza chiaro, ribadita a voce dai personaggi: questa saga è nostra, non c’è spazio per voi. Molti hanno interpretato questa chiusa (e molte altre parti del film) come una presa di posizione reazionaria e conservatrice, quando in realtà assume una valenza teorica molto precisa, pur, probabilmente, in maniera involontaria: la situazione descrive perfettamente lo stato delle cose a Hollywood, presso un’industria che da ormai un decennio pare aver esaurito le idee creative riuscendo a portare a casa la pagnotta solo riciclando, riattualizzando, creando sequel, remake, reboot e quant’altro di storie preesistenti, che raramente lasciano spazio a nuove voci emergenti – le eccezioni esistono, vedi i due recenti casi di “Obsession” (Curry Barker, 2026) e “Backrooms” (Kane Parsons, 2026) – promuovendo un conservatorismo di struttura che diventa quanto di più rigido possa esistere.
Sembra inutile e lapalissiano ribadire, nel 2026, che il cinema è anche – e anzi nasce come – intrattenimento. L’intera saga di “Scary Movie” ne è il risultato più sciatto e a costo zero, ma ciò non significa che film come questi non dovrebbero esistere o, follia ancor più irrealistica, che non abbiano un pubblico, anzi. Perché, giusto per citare un esempio, un film come “Idiocracy” (Mike Judge, 2006), a sua volta cinematograficamente sciatto, banale e con un’ironia di basso livello, è considerato un film-che-fa-ridere-ma-fa-anche-riflettere, mentre per “Scary Movie” (2026) non può valere lo stesso discorso? Non serve perdersi in moralismi autoreferenziali o ancora peggio ergersi in discorsoni in difesa dell’integrità e purezza dell’arte cinematografica; il film dei Wayans non ha pretese – ma neanche ambizioni – di questo tipo e fa esattamente ciò che dovrebbe fare: fa ridere. La responsabilità del nostro svuotamento intellettuale – come fosse compito del cinema educare: a cosa poi? – è demandata all’autoconsapevolezza individuale.
22/06/2026