In un panorama cinematografico in cui la durata delle opere si è fatta sempre più estesa i 76 minuti di minutaggio di “A New Dawn” sembrano quasi una dichiarazione d’intenti (se non di guerra) nei confronti di un’industria che pare fin trpoppo avvezza alla dilatazione e all’esasperazione delle storie che racconta, degli universi che costruisce, dei formati utilizzati. Il fatto che venga da un esordio al lungometraggio, quello dell’eclettico artista visuale giapponese Shinomiya Yoshitoshi, che ha potuto contare sulla presentazione nella prestigiosa cornice del concorso della Berlinale testimonia comunque il riconoscimento che questa idea di cinema alternativa (anche rispetto all’industria tradizionale degli anime) ha ricevuto. Questo per dire che, nonostante il titolo palingenetico, “A New Dawn” non appare come un fulmine a ciel sereno, ma si presenta come un tassello in un processo di ripensamento delle forme del cinema d’animazione contemporaneo che curiosamente quest’anno è già stato ben rappresentato da un’altra opera prima a cavallo fra Giappone e Francia, il letterario “La piccola Amélie” di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han.
La relativa estraneità all’animazione tradizionale giapponese del regista, che pur ha collaborato con Shinkai Makoto alla realizzazione dei fondali di “Viaggio verso Agartha”, “Il giardino delle parole” e “Your Name.”, si può intravedere anche nel parziale rifiuto delle formule tipiche del coming of age animato nipponico. Shinomiya infatti opta per un’asciuttezza narrativa a tratti quasi respingente, che si limita a tratteggiare il contesto in cui si muovono i personaggi principali (tra l’altro sorprendentemente più dal punto di vista sociale e legale che da quello relazionale) e focalizzandosi sul trio di protagonisti, con solo il padre dei fratelli Tatewaki ad avere un rilievo superiore a quello di una mera comparsa. Il minutaggio ridotto si presta perciò con efficacia a un film la cui fabula si svolge in meno di 48 ore (a eccezione del prologo e dell’epilogo) e la cui trama si potrebbe scrivere in poche righe, contribuendo a fare dell’emersione rivelatrice di informazioni del passato il vero nucleo della pellicola, nella forma di numerosi flashback e del già citato prologo, fondamentale per fornire almeno le coordinate narrative a chi guarda, prima di immergerlo in un flusso di dettagli quotidiani e memorie del passato.
Tali ricordi fanno quasi sempre capolino senza alcuna anticipazione, scaturendo da una parola o da un’immagine grazie ad attacchi sul movimento che negano a livello del montaggio la separazione netta fra passato e presente, ribadendo così l’interconnessione fra i due. Ciò avviene nonostante tutti i tre personaggi principali, la risoluta Kaoru, il sognatore Keitarō e il pragmatico Sentarō, siano in qualche modo caratterizzati da un rapporto conflittuale col passato, con l’evento traumatico che ha generato le loro insicurezze, ovvero la chiusura della storica fabbrica di fuochi d’artificio posseduta dal padre dei ragazzi. Laddove Kaoru (d’altronde non facente parte della famiglia, pur essendole legatissima) vive nel diniego della sua adolescenziale passione per la pirotecnica e delle sue origini provinciali, quanto meno fino a che non viene forzata nuovamente a interfacciarsi con quel mondo, Keitarō al contrario pare rivolto alla preservazione di quei trascorsi, mantenendo la casa-fabbrica quasi come fosse un museo e rifiutandosi stolidamente di andarsene. In mezzo si trova Sentarō, costretto a interfacciarsi col passato rappresentato dal fratello, ma determinato soprattutto a garantire a questi un futuro, all’interno di un mondo che sembra ormai irriconoscibile.
Compiendo un’operazione non banale Shinomiya colloca difatti il prologo nel presente (inteso come 2026) e sposta il presente narrativo nel prossimo futuro, in un 2030 caratterizzato dal caldo soffocante e dallo stravolgimento dell’ambiente che è impossibile non vedere come un’esasperazione della nostra attualità. Tale scelta aiuta a evidenziare ulteriormente i tratti peculiari dell’esordio alla regia dell’artista giapponese, la cui attenzione al contesto sociale e pure a quello legale che circonda le vicende racconta di un’esigenza che va ben oltre quella strettamente affabulatoria ed emotiva tipica degli anime mainstream. Enfatizzando tematiche come il cambiamento climatico, la gentrificazione, lo spopolamento del Giappone rurale e l’approccio legalistico dei funzionari pubblici giapponesi (che non li rende meno corrompibili, anzi) Shinomiya Yoshitoshi si allontana dal magistero fortemente intimista di Shinkai (a cui pure è debitore per l’enfasi sulla luce e l’uso iperrealistico del colore) e trova una via personale, in un certo qual modo forse già autoriale, all’interno di uno dei filoni più floridi, ma anche più conformisti, dell’animazione nipponica.
Tale attenzione al milieu in cui si muovono i giovani protagonisti di “A New Dawn” si riflette nella resa realistica, estremamente dettagliata, del mondo materiale, laddove il character design dei personaggi pare semplice, quasi scarno, espressivo quanto basta a rappresentarne gli elementari eppure intensi crucci, così come i brevi e lacunosi scorci nel passato bastano a intuire ciò che li spinge ad agire in un certo modo. Impossibile non menzionare a questo punto la raffigurazione del mondo naturale e del panorama, d’altronde l’ambito di maggiore competenza del neo-regista. Iperrealistica quando a essere raffigurati sono elementi ormai sottoposti all’influenza umana (vegetali, piante in serra, acqua in contenitori, etc.) la natura assume tratto quasi impressionisti quando trasfigura l’immensità verde che circonda la casa-fabbrica, scossa da un costante vento che ne altera le figure, rendendola un fluire di colori, così come avviene coi cieli che esplodono di colori e forme, soprattutto di notte, sottolineando comunque l’innegabile influenza di Shinkai Makoto. Altri riferimenti sono forse meno evidenti, ma non per questo meno rilevanti, come quello a Yuasa Masaaki, alla cui mescolanza di stili e tipi di animazione l’esordio di Shinomiya è debitore.
Se la sequenza della sbornia di Sentarō realizzata in stop motion ha indubbiamente un ché della fantasmagoria irridente di “Mind Game” il dinamismo dei movimenti dei personaggi, insieme alle costanti esplosioni che espandono enormemente la palette di colori di base piuttosto ridotta, mostrano l’influenza della produzione di Imaishi Hiroyuki sull’opera di Shinomiya, la cui casa di produzione d’altronde si chiama Studio Outrigger. L’omaggio allo Studio Trigger di Imaishi che ha realizzato serie influenti come “Kill la Kill” e “Cyberpunk: Edgerunners” non si limita peraltro all’aspetto visivo, ma può essere rintracciato anche nella quête bigger than life, eppure verosimile nel suo mondo narrativo, che i protagonisti decidono di perseguire a tutti i costi, con una devozione quasi sacrale. Non importa poi che gli obiettivi siano conseguito solo in parte e che dal punto di vista pratico, materiale, il trio si ritrovi alla fine in condizioni peggiori che all’inizio. Quel che è importante è che siano riusciti a ritrovare nel passato lo slancio necessario a muoversi nel futuro, a prescindere da quale sia. Non appare casuale la scelta di far coesistere nel finale i protagonisti adulti con le loro controparti adolescenti, seppur solo per un istante, a riprova della forza di questa commistione di tempi e mondi, e stili e linguaggi, che “A New Dawn” ha perseguito fin dall’inizio col suo torrente di flashback.
02/08/2026