Primetime

Primetime


Lance Oppenheim

Drammatico, Thriller | Usa
(2026)

Fin dai primi istanti “Primetime” dichiara in maniera netta quali siano i suoi principali punti d’interesse e in che modo intenda metterli in scena, utilizzando una sgranata ripresa che sembra provenire da un vecchio televisore a tubo catodico come apripista per una serie di inquadrature realizzate in maniera mimetica, sprazzi di televisione dei primi anni 2000 filmati a metà degli anni 20 del XXI secolo. Frammenti del monologare rapsodico del Chris Hansen di Robert Pattinson, impegnato a ricordare i particolari più scabrosi del suo script, permettono di introdurre invece il protagonista in maniera decisa come un individuo ossessivo e controllante, ma anche insicuro, oltre a introdurre la riflessione sulla recitazione che avrà un ruolo rilevante nell’economia dell’opera. L’incipit dell’esordio al lungometraggio di fiction di Lance Oppenheim, finora apprezzato documentarista, cerca perciò di stupire chi guarda giustapponendo il mimetismo della tecnica e l’espressionismo dell’estetica con risultati sicuramente efficaci, ma che finiscono per rivelare un’altra insicurezza, quella dello stesso regista alla prese per la prima volta con un’opera di finzione, un’opera dai temi impegnativi, e che pertanto opta per travolgere lo spettatore con un eccesso di stimoli (il frequente ricorso allo split screen come immagine di ciò).

Decidere di raccontare la storia dell’ascesa e della caduta del programma televisivo “To Catch a Predator”, spettacolarizzazione del rintracciamento e arresto di vari pedofili in lungo e in largo per gli Stati Uniti, non era d’altronde una scelta facile fin dall’inizio ed è pertanto comprensibile l’ansia del regista. Il primo risultato è d’altro canto un bombardamento sensoriale fra i più intensi della presente Mostra del cinema di Venezia, con le livide luci dei neon che illuminano buona parte delle inquadrature e il montaggio che si fa rapido, a tratti disarticolato, televisivo appunto, per narrare gli Stati Uniti dopo l’11 settembre e il “panico satanico” degli anni 90, un impero della paranoia i cui apparati di sorveglianza vanno oltre quelli già onnipresenti resi possibili dal Patriot Act del 2001 e si estendono anche ai media privati, che con “To Catch a Predator” iniziano a entrare nelle case delle persone per esporre presunti pedofili. Non stupisce a questo punto che Oppenheim abbia tentato di fare ordine in mezzo a questa complessità scegliendo di concentrarsi sull’istrionico protagonista interpretato da Pattinson, la cui convinzione ferrea nella bontà di ciò che sta facendo diviene un modello per il cineasta, con profitto per la prima parte della pellicola.

Per buona parte della sua durata “Primetime” risulta convincente proprio in virtù del ritmo serrato con cui narra i due anni in cui “To Catch a Predator” divenne uno degli show di maggiore successo di NBC, spingendo i dirigenti dell’azienda a trasferirlo addirittura in prima serata (prime time, appunto), alternando la realizzazione di alcuni degli episodi più celebri del programma alle vicende personali di Chris Hansen e dei due co-protagonisti, la frustrata producer dello show Andie e Dan, il giovane ambizioso attore reclutato per interpretare le “esche” con cui i pedofili vengono colti in fallo. Le vicissitudini di quest’ultimo assumono presto maggiore rilevanza nello sviluppo della pellicola, approfondendo i temi del ruolo dell’attore e dell’ibridazione fra realtà e finzione, fondamentale quando si parla di reality, soprattutto di uno così morboso, molto criticato per la spettacolarizzazione di un tema sensibile come la pedofilia e per far ampio ricorso al cosiddetto entrapment. Dan parte dallo sgomento di incontrare senza quasi introduzione un pedofilo pronto a masturbarsi di fronte a lui e arriva alla convinzione che il ruolo sociale delle sue interpretazioni le renda più valide che mai, non importa che in realtà durino pochi istanti, prima di giungere alla drammatica epifania finale.

È nel procedere della narrazione di “Primetime” che la sua estetica sovrabbondante inizia a smettere di essere convincente, mentre l’elemento grottesco, dapprincipio relegato alla rappresentazione di alcuni personaggi secondari e ai comportamenti imprevedibili dello Hansen di Pattinson, si sparge a ogni componente della pellicola, quando la fabula arriva in Texas, nel luogo dove “To Catch a Predator” morirà. Proprio prima che la realtà travolga il reality NBC e il libero racconto di questo compiuto da Oppenheim, il regista rincara la dose, dando alla presunta missione di Hansen una finalità quasi metafisica, la caccia a un “male antico” che ritiene di aver incontrato durante un reportage in India, un “mostro” divoratore di bambini che a suo parere ora opera anche negli Stati Uniti. Viene introdotto a questo punto l’ultimo personaggio rilevante della pellicola, il procuratore distrettuale texano William Conradt, che la sceneggiatura di Ajon Singh cerca di presentare come il doppio oppositivo del personaggio di Pattinson: tanto quest’ultimo è scostante e ossessivo, quanto l’altro è composto e apparentemente irreprensibile, salvo poi rivelare di aver avuto contatti online espliciti con minori, ma anche prima di ciò distante da Hansen nel considerare la pedofilia un fatto scabroso ma del tutto umano, come esplicita in tribunale durante la sua introduzione.

L’andamento di questa recensione avrà probabilmente fatto cogliere ai lettori quale sia il problema principale di “Primetime”, ultima opera della premiata scuderia A24 e forse emblema della tendenza sempre più ombelicale delle loro produzioni recenti: l’accumulo continuo e sbilenco di temi, riferimenti, tecniche, che è al cuore di questa recensione è anche ciò che permette all’opera di Oppenheim di apparire convincente per la maggior parte della sua durata, usando l’iperrealismo del grottesco per rappresentare non solo la realtà alterata dei reality, ma anche per tentare di offrire un ritratto memorabile degli Stati Uniti di inizio secolo. Come il finale mostra, tali ambizioni, così come le ambizioni dei protagonisti, sono destinate al tracollo, portando a un cambio di registro fin troppo repentino, necessario però per il cupo epilogo, anch’esso contrassegnato dal ricorso allo split screen. Nel cercare di raccontare un influente personaggio della cultura pop degli anni 2000 e di mostrare al contempo le contraddizioni del paese nordamericano in quegli anni di trasformazione “Primetime” non può che ricorre per l’ennesima volta a una forma fratta, dal momento che non è stato in grado di ricondurre a un’unità questo mondo dislocato, finendo così per lasciare infrante anche le proprie ambizioni.

08/09/2026

Cast e credits

Distribuzione
I Wonder Pictures
Produzione
A24, Icki Aneo Arlo, Range Media Partners, Square Peg
Sceneggiatura
Ajon Singh
Fotografia
David Bolen
Scenografie
Alex DiGerlando
Montaggio
Daniel Garber
Musiche
Ari Balouzian
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