Let Us Through, Dear Ancestors

Let Us Through, Dear Ancestors


Lav Diaz

Avventura, Drammatico, Storico | Filippine
(2026)

Discutere dei criteri in base ai quali un film viene selezionato per partecipare al concorso di un festival, soprattutto di un festival di grande rilevanza, è sempre impegnativo, col rischio di impelagarsi in scomode discussioni riguardo a equilibri politici, quote, concessioni a grandi realtà produttive o nomi di punta del settore, etc. Per questa ragione non ci si dilungherà sul tema dell’esclusione dell’ultimo film di Lav Diaz dal concorso principale della Mostra del cinema di Venezia, dove avrebbe potuto distinguersi probabilmente come una delle pellicole migliori della competizione. Relegato fuori concorso nella sezione-contenitore Venice Open, “Let Us Through, Dear Ancestors” segna il ritorno al Lido del grande regista filippino a un decennio dalla vittoria del Leone d’oro con il potente “The Woman Who Left”, evento che però pare aver segnato una rottura fra il regista filippino e il comitato selezionatore, visto che anche gli altri film portati nel frattempo al festival sono incappati nel medesimo destino della sua ultima opera.

Pare quasi che la vittoria del 2016 sia stata una sorta di contentino per uno dei più grandi registi contemporanei, e uno dei radicali, una concessione alla sua ambiziosa e impopolare idea di slow cinema per poi tornare a vincitori più incasellabili. Sarebbe facile a questo punto attribuire tale decisione alla natura stessa del cinema di Diaz, la cui coerenza è innegabile, e contestare al cineasta filippino l’incapacità di muoversi al di là dei piani-sequenza statici e del ruvido bianco e nero che sono tipici della sua produzione quanto la durata fluviale delle pellicole. La realtà è però ben diversa. “Makikiraan Po”, per utilizzare il titolo in lingua originale del film, mostra difatti un cinema in pieno rinnovamento che, al netto del ritorno al bianco e nero, sembra aver appreso varie lezioni dall’esperimento internazionale e a colori di “Magellan”, una sorta di reinterpretazione della storia dell’esploratore portoghese Magellano e del genere del dramma epico in costume alla maniera del maestro dello slow cinema. Si è ridotta infatti la durata sia dei singoli quadri sia della pellicola nella sua totalità (entrambe durano circa due ore e mezza), facendo di “Let Us Through, Dear Ancestors” il film più breve di Diaz da 15 anni, mentre il focus narrativo pare essersi spostato dal passato recente delle Filippine a quello ancestrale, alle origini coloniali del paese.

Se infatti la maggior parte delle pellicole del regista di Cotabato si ambienta nei drammatici decenni successivi alla decolonizzazione, specialmente durante la dittatura di Marcos, con alcune che arrivano a lambire il presente, sempre focalizzandosi sui suoi lati più oscuri (come “When the Waves Are Gone”, presentata a Venezia nel 2022, alla fine dell’era Duterte), le ultime due opere di Diaz situano invece le loro vicende nel XVI e XVII secolo. Dopo aver raccontato degli inizi della sottomissione delle Filippine ai poteri coloniali europei con “Magellan” Lav Diaz si sposta in avanti di un secolo, mostrando l’arcipelago sud-est asiatico già nelle grinfie della corona di Spagna, le cui pratiche predatorie mediante il sistema delle enconmienda vengono rappresentate nel dettaglio in “Makikiraan Po”. L’ultimo film del regista filippino dedica i suoi “soli” 151 minuti al resoconto dei tentativi del sacerdote spagnolo padre Enciso di costruire una chiesa in pietra, con tanto di altare in pietra calcarea, nel mezzo della foresta pluviale, ovviamente generando una serie di effetti a cascata che da una singola goccia finiranno per generare un’onda che travolgerà quasi tutti i personaggi coinvolti.

Nel recente ritorno di Diaz alle origini della storia nazionale vi è anche una maggiore libertà compositiva, come se la rappresentazione di un mondo così distante permettesse di optare per una regia meno sorvegliata (per quanto possa esserlo in un cinema d’autore così rigoroso), con inquadrature statiche meno prolungate e più ricche di azione, spezzettando le sequenze in più long take. Pare quasi come se la regia fotografica del regista di “Century of Birthing” (qui sempre in un intenso bianco e nero, comunque) si deformasse quando si trova a rappresentare un mondo pre-fotografico, aprendosi a soluzioni più libere, a composizioni che forse non è del tutto improprio definire pittoriche (similmente ai caldi colori, quasi a olio, della fotografia di Artur Tort in “Magellan”), e a raccontare quindi un mondo di misteriosi briganti dei boschi, che forse esistono o forse no, o che forse sono addirittura degli spiriti, e di lussuriosi frati spagnoli proto-capitalisti (impossibile non notare che le prediche di padre Enciso rassomiglino più i sermoni dei pastori evangelici di marca statunitense che composte omelie cattoliche).

La religione e il suo utilizzo all’interno del progetto coloniale spagnolo per sancire un’egemonia culturale e valoriale prima ancora che economica (come il personaggio del sacerdote afferma esplicitamente) è scopertamente il tema principale di “Let Us Through, Dear Ancestors”, in maniera chiara come quasi mai nel cinema di Diaz. La finalità esplicitamente politica del cattolicesimo nella sottomissione delle Filippine viene d’altronde evidenziata già all’inizio della pellicola, quando alla formulazione del progetto della chiesa da parte di padre Enciso segue l’interruzione violenta del rituale di una guaritrice locale, il cui imprigionamento condurrà a molti degli sviluppi della pellicola. Non è casuale la scelta di giustapporre a questa sequenza che segue l’incipit la distruzione nel pre-finale della cappella di bambù e paglia del frate da parte delle donne locali, prima le più devote seguaci della nuova religione e ora sue acerrime oppositrici, dopo che il suo volto oppressivo è venuto definitivamente alla luce. Giunto a quel momento il racconto, cadenzato come sempre nel cinema di Diaz, accelera furiosamente, mostrando in pochi minuti, e in una manciata di quadri, le conseguenze, sempre distruttive, non importa se totalmente infauste o in parte liberatorie, della violenta opera evangelica e colonialista del sacerdote.

E quando si chiude l’ultimo quadro statico, sulle urla disperate del fratello della guaritrice che cade sotto il peso del corpo di lei trafugato agli aguzzini, fa capolino un intertesto che sa di manifesto programmatico, forse messo alla fine dell’opera per non limitare il libero mind wandering degli spettatori tipico dello slow cinema. La resistenza all’egemonia, a ogni egemonia, e la riappropriazione del proprio patrimonio culturale e materiale (la distruzione della cappella, il “salvataggio” della guaritrice, etc.) sono scopertamente al centro del progetto di Diaz, forse mai come in “Makikiraan Po”. D’altronde, il film fin dal titolo invoca i “cari estinti” della nazione filippina, il passato rimosso del paese che Lav Diaz ambisce a riportare alla luce ora più convintamente che mai, con questa nuova fase del suo cinema. Occhieggiando al folklore popolare e al cinema di genere (“Let Us Through, Dear Ancestors” è nei fatti un film d’avventura, solo slow), e forse anche riducendo il minutaggio, il regista filippino pare stia tracciando una nuova traiettoria per la propria produzione, una traiettoria che in un cinema di durate sempre più esasperate e stilizzazioni sempre più ambigue può fare della chiarezza delle sue immagini in bianco e nero un ulteriore mezzo di resistenza. Lav Diaz ha già tre film in lavorazione, compreso il suo esordio in lingua inglese “An Amazon”: il futuro della sua lotta cinematografica all’egemonia, a ogni egemonia, potrebbe davvero essere dietro l’angolo.

14/09/2026

Cast e credits

Produzione
C’est Lovi Productions OPC, Epicmedia Productions, Sine Olivia Pilipinas
Sceneggiatura
Lav Diaz
Fotografia
Lav Diaz
Scenografie
Lav Diaz
Montaggio
Lav Diaz
Musiche
Sound Design: Corinne de San Jose
Un détour par Diane
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