“L’avrei fatto ancora, ne avessi avuto il potere”.
Dal film
Risulta difficile non cogliere i punti di contatto fra l’opera che diede inizio alla parabola di Laika e il film che ne rappresenta il punto d’arrivo, quanto meno temporaneo. “Coraline” e “Wildwood” condividono molto, nonostante i 17 anni che li separano, a partire dal punto di partenza, un aspirante classico della lettura per ragazzi (un romanzo breve nel caso di “Coraline” di Neil Gaiman, un testo piuttosto lungo invece il “Wildwood” di Colin Meloy e Carson Ellis), fino al genere, un fantasy arricchito di tinte horror e surreali, seppur in proporzioni molto diverse fra le due pellicole. Ovviamente a essere condiviso è anche lo spunto narrativo: una preadolescente che si ritrova in una realtà altra (che si trova in un già liminale e fantasioso Oregon), con le cui regole e particolarità deve imparare a confrontarsi, prima di poter tornare nel “mondo normale”, seppur cambiata, dopo aver salvato la propria famiglia. Una trama, anzi due, da coming of age quintessenziale, coerente con uno studio che ha concentrato quasi tutta la sua produzione (vanno menzionati almeno anche “ParaNorman” e “Kubo e la spada magica”) sulla crescita e la maturazione in contesti imprevedibili, imparando a venire a patti con la propria specificità e inserendola in un orizzonte più ampio.
Il raffronto con il film di Henry Selick permette però anche di evidenziare le differenze fra “Coraline” e “Wildwood”, e rimarcare così quanto sia mutato il modus operandi di Laika in questi 17 anni. Già la diversità delle due opere fonte si può dire abbia contribuito a dare forma a due opere ben distinte, con la brevità del romanzo di Gaiman che permetteva a Selick di sbizzarrirsi nella rappresentazione dell’Altro mondo ed espandere la durata della quasi videoludica parte finale (la ricerca degli occhi degli altri bambini smarriti), laddove le circa 500 pagine del libro di Meloy ed Ellis rendono necessario il passo spedito di “Wildwood”, nonostante il minutaggio record per un film d’animazione stop motion. I mezzi tecnici più limitati del film del 2009, in cui il contributo della CGI nella realizzazione dell’animazione era marginale, si rivelavano funzionali alla rappresentazione di una realtà opprimente (“Coraline” è d’altronde un film quasi solo d’interni), sia per quanto riguarda la routine da cui la protagonista si sentiva oppressa sia quando si tratta dell’oscura dimensione altra in cui finisce prigioniera. La pellicola di Knight è invece un colorato e sfaccettato tour di un mondo fantastico e della sua enorme diversità interna, in cui il contributo dell’animazione digitale è fondamentale per portare sullo schermo tutte le sfumature di questa realtà a dir poco variegata.
Non sarebbe infatti inappropriato definire “Wildwood” non solo il più lungo film del suo filone di sempre (131 minuti), ma anche il più grande, un kolossal d’animazione che, nonostante abbia un budget inferiore a qualsiasi produzione animata Disney degli ultimi 15 anni (100 milioni di dollari contro circa 150 milioni di media), persegue un’ampiezza di respiro che ha pochi eguali nel contesto dell’animazione statunitense contemporanea. La moltiplicazione di ambientazioni, personaggi e snodi narrativi non è solo una conseguenza della ricca materia di partenza, ma la modalità privilegiata con cui rendere visibile l’impegno produttivo di Laika, d’altronde esibito in maniera plateale nella sequenza di making of al termine dei titoli di coda. Costato cinque anni di lavoro e passato attraverso la realizzazione di 136 set e 231 manichini, “Wildwood” ambisce a rappresentare una vera e propria dimostrazione delle potenzialità creative dell’animazione stop motion contemporanea, soprattutto nella versione ibrida perfezionata da Laika, a differenza di quella ancora oggi più marcatamente artigianale dell’altro principale studio del settore, Aardman.
L’ambizione della quarta regia di Travis Knight (ma solo la seconda d’animazione) spinge a fare di “Wildwood” quasi una sorta di contenitore di tutti i generi e i setting prediletti dell’animazione contemporanea, ma anche delle tecniche, dato che oltre alla commistione di stop motion e animazione digitale anche l’animazione tradizionale fa capolino nella pellicola, seppur limitata quasi interamente ai titoli di coda. D’altronde, non si può che sottolineare che il coming of age fantasy al femminile sia un canovaccio narrativo molto frequentato nell’animazione odierna, passando dagli esempi disneyani fino a produzioni anime, ma ciò ben si sposa con le aspirazioni catalogiche della pellicola, in cui ha un ruolo rilevante il worldbuilding del mondo della Foresta impenetrabile alle soglie di Portland in cui la maggior parte del racconto si svolge. Passando da ameni borghi ottocenteschi a cupe fortezze sotterranee e rovine ciclopiche di antiche civiltà “Wildwood” giustappone i numerosi set della produzione in un flusso che scorre senza soluzione di continuità grazie all’incedere rapido della protagonista Prue, e in secondo luogo del co-protagonista Curtis. Nonostante i 131 minuti del film non bastino a garantire un adattamento pedissequo delle circa 500 pagine del romanzo, la pellicola riesce comunque a rendere la vastità dell’opera fonte e innervarla nel mito statunitense della wilderness e della sua (in)conquistabilità, rovesciando le brame di dominio della principale antagonista, la Governatrice vedova Alexandra, in una parabola quasi miyazakiana sui rischi della convinzione di poter padroneggiare la natura.
Sebbene il film di Knight non raggiunga la complessità di un’opera come “Principessa Mononoke” e al riguardo proprio la differenza fra i personaggi di Alexandra e di Lady Eboshi possa essere rivelatoria è difficile negare il magistero del regista giapponese sul più giovane animatore statunitense, già evidente in “Kubo”, ma che qui è maturato verso più rielaborative e intriganti vette. La capacità di saldare il tema miyazakiano dell’impossibilità di controllare la natura con quello tipicamente statunitense di una frontiera da padroneggiare si scorge anche nello modalità con cui questo scontro di prospettive alimenta le motivazioni dei personaggi principali. Dai Mistici vicini alla natura ma che paiono incapaci di ascoltarla nel momento del bisogno si passa ai briganti del Nord che hanno rigettato la civiltà dopo che i tentativi dei loro antenati di controllare gli elementi (rappresentati dall’Edera) hanno portato alla catastrofe fino alle milizie di Alexandra, la quale ambisce a usare la tecnica e il militarismo per instradare gli elementi più distruttivi della natura verso i propri fini, così come cerca di fare col potere magico dell’Edera. Similmente al capolavoro di Miyazaki Hayao “Wildwood” riesce a mettere a confronto le prospettive dei suoi protagonisti senza che esse paiano solamente oppositive, ma poste in una continua dialettica in cui non vi sono risposte semplici alle domande che Prue, come ogni (pre)adolescente, non può che porsi costantemente.
Il primo confronto fra Alexandra e Prue, quando le ambizioni distruttive della prima non sono ancora divenute palesi, esemplifica chiaramente questa dialettica, come mostra la citazione della Governatrice vedova riportata in esergo, il desiderio di recuperare il corpo del figlio per cercare di riportarlo in vita che si fa un assoluto da perseguire a ogni costo, con la mancanza dei propri mezzi come unico limite, esempio di hybris squisitamente statunitense. Ciò si riverbera nel dialogo fra Prue e il padre a chiusura della pellicola, quando la determinazione della ragazza nel salvare il fratellino Mac rapito da Alexandra viene confrontata con quella della donna nel cercare di riavere il figlio, senza che le due traiettorie siano necessariamente in contrasto, parendo una più giusta dell’altra. La medesima determinazione può d’altronde essere attribuita a Travis Knight e al suo instancabile team, che un fotogramma alla volta ha trasposto il colorato e variegato mondo del romanzo di Meloy ed Ellis in due ore e dieci di azione, colpi di scena, confronti dialettici, scene di massa e panorami mozzafiato. Se la narrazione di “Wildwood” può rivelarsi a tratti frettolosa, rendendo certi passaggi meccanici (come i movimenti dei personaggi in stop motion, verrebbe da dire), lo è per la sua ambizione smisurata, per la bulimia di mettere in pellicola interi mondi e le loro dinamiche, per una grandeur che al netto dei budget immensi pare ora piuttosto rara nell’animazione statunitense, a differenza dei corrispettivi nipponici. Se non bastasse questo sforzo titanico a rendere apprezzabile il film di Laika non resta per il sottoscritto che smettere di scrivere e lasciare che siano le sue magnifiche immagini a convincervi.
24/10/2026