La città incantata

La città incantata


Hayao Miyazaki

Animazione, Fantastico | Giappone
(2001)
… anche un bambino può avere nostalgia…” 
(Miyazaki, parlando de “La città incantata”)

A un certo punto della crescita si fa per la prima volta l’esperienza della perdita. Si avverte per la prima volta una frattura nel tempo: c’è stato un cambiamento in negativo, e non si può tornare indietro. Nel cinema (da “La storia infinita” a “Super 8” passando per “Il Labirinto del Fauno“) questo momento critico viene spesso affrontato con la fuga del protagonista in un mondo fantastico che lo mette alla prova: superando le difficoltà magiche il protagonista cresce ed è quindi in grado di affrontare la perdita nel mondo reale. Miyazaki è il maestro assoluto nella narrazione della magia dell’infanzia, e a partire da questo spunto classico ha disegnato “La città incantata”, il suo capolavoro.

Ci vuole tutta una vita per disegnare come un bambino

 

L’autore appare per la prima volta in Italia in televisione, con alcune serie anime: “Lupin III”, “Il fiuto di Sherlock Holmes” e soprattutto “Conan il ragazzo del futuro”. Tutte le serie sono di qualità eccezionale ma la terza si distingue per via della giovane età dei protagonisti, dodicenni, e per la potenza dell’ambientazione, un mondo post-nucleare in cui i responsabili della catastrofe cercano di riprodurre il modello di sottomissione del pianeta e dell’uomo alla produzione che ha portato alla catastrofe, mentre i nostri eroi cercano di ritrovare un equilibrio basato sull’amicizia e l’armonia con la natura. Una natura essenzialmente acquatica: il mondo di Conan è composto da piccole isole in un mare sconfinato che ha seppellito la civiltà precedente. Tra i momenti più incredibili di questa serie ci sono proprio le nuotate in cui Conan esplora le città sommerse dell’epoca che fu. Abbiamo quindi già molti dei tasselli che compongono l’opera di Miyazaki: i ragazzini, l’ecologismo, il pacifismo, il mare, la nostalgia. Nel successivo lungometraggio, “Nausicaa nella valle del vento” li ritroviamo tutti con una ulteriore evoluzione: la protagonista è una ragazza, come accadrà quasi sempre d’ora in poi nei film dell’autore: gli adulti, di norma uomini, hanno reso il mondo quello che è e lo dominano e solo l’innocenza della giovinezza e la determinazione delle donne possono cambiarlo. Il successo dell’opera è tale che Miyazaki fonda lo Studio Ghibli, fucina di capolavori dell’animazione giapponese. L’evoluzione dell’autore si completa con “Il mio vicino Totoro“. Non solo le note malinconiche vengono messe in primo piano (la storia inizia con il trasloco di due sorelline in campagna per stare vicino al ricovero della madre malata) ma tutta la vicenda è vista con l’ottica magica dell’infanzia. Il film segue la logica stupefacente della fantasia, di chi non ha ancora appreso le leggi della natura né introiettato quelle della società: perché non prendere un gatto-bus, perché non passare la notte a guardare gli alberi che crescono? Con questa opera Miyazaki completa la creazione del suo mondo.

 

Lo spirito del ravanello

 

“La città incantata” è la summa del pensiero di Miyazaki: presenta tutti i temi ricorrenti della sua filmografia, trattati con un tocco ancora più delicato e con una armonia ineguagliata. La protagonista è Chihiro, una ragazzina che sta traslocando con i suoi genitori. A causa di una deviazione e dell’ingordigia dei genitori Chihiro si ritrova sola in un mondo magico di cui non conosce le regole (una stazione termale per gli spiriti della tradizione giapponese), e deve cercare di cavarsela e di riottenere i propri genitori. La prima crudele regola del mondo degli adulti la si impara subito: devi lavorare o scomparirai. Il lucido rifiuto della crescita economica che distrugge la natura e schiavizza gli uomini è in questo film condensato in pochi simboli leggeri ed efficaci: il mostro che divora tutto ma che tutti (tranne Chihiro) adorano perché produce oro, la firma del contratto lavorativo che ti ruba il nome e vuole rubarti l’anima, i fiumi che scompaiono seppelliti dall’immondizia o dal cemento. L’acqua svolge come al solito un ruolo centrale: un fiume divide i mondi e c’è anche una inondazione (non uno tsunami come in “Conan il ragazzo del futuro” e “Ponyo sulla scogliera“), che non porta distruzione ma bellezza. L’acqua non è più quindi solo un elemento dell’ambientazione (come in “Il castello nel cielo” e “Porco rosso“), ma si fa veramente personaggio, anzi si mostra nei suoi vari aspetti attraverso più voci. Infine, vediamo come ogni difficoltà sia superata non con una prova di forza o astuzia , ma con i due valori chiave del mondo Miyazaki – bontà e coraggio – e soprattutto con una nuova amicizia. Ad ogni passaggio della storia corrisponde infatti un nuovo personaggio (sempre narrativamente straordinario) con cui Chihiro riesce a legare. Quando l’avventura si compie l’amicizia si è fatta così vasta da includere tutti i personaggi.

Un ingrediente nuovo per Miyazaki, e fondamentale per la riuscita del film, è quello della paura infantile. Subito all’inizio della storia Chihiro, come in un incubo, assiste a una metamorfosi mostruosa dei genitori, e si ritrova sola in un luogo dove, al calar della notte, le strade si popolano di ombre, di una sarabanda di mostri che acquista realtà (un momento visivamente stupendo) mentre Chihiro scomparire progressivamente. A differenza di Disney e Pixar lo studio Ghibli di Miyazaki sa che i bambini, più ancora degli adulti, sono affascinati dalla paura, e che le difficoltà devono sembrare inizialmente terribili perché sia significativo superarle.

 

Sensei

 

Miyazaki ha dichiarato di non avere mai una sceneggiatura pronta quando inizia a girare un film, ma di improvvisare via via e farsi trascinare dalla storia e dal proprio inconscio. Questo ha portato a volte a finali in cui l’invenzione grafica prendeva il sopravvento sulla trama (“Principessa Monoke“, “Il castello errante di Howl”), una imperfezione in realtà diffusa nel cinema di animazione giapponese (“Akira” e “Steamboy” di Otomo, “Paprika” di Kon) che lascia un po’ perplessi noi spettatori occidentali. Questo non accade ne “La città incantata”. La sceneggiatura è completamente magica e allo stesso tempo dotata di una sua logica e di una incredibile armonia: ci sono più fantasia e vita in un singolo lavoratore o spirito visitatore delle terme che in tutta Hogwarts. Lo script, insieme alla usuale perfezione tecnica, porta lo spettatore sia a un senso di meraviglia continuo – si vorrebbe che Chihiro passeggiasse per le terme più a lungo solo per vedere gli incredibili mostri sullo sfondo – sia a una identificazione profonda con la protagonista, come nella scena del treno, in cui è facile rivivere l’emozione mista di paura, sorpresa, desiderio di essere all’altezza, delle prime esperienze del mondo fatte senza la guida dei genitori.

L’impatto di quest’opera nell’immaginario e nella produzione cinematografica è stato potente. Dopo “La città incantata” non si può più scrivere nelle recensioni “…nonostante sia un film per bambini…” o “…nonostante sia un film di animazione…” perché è stato dimostrato che le due categorie non hanno limiti intrinseci. Il film ha anche segnato il momento della accettazione compiuta dell’animazione giapponese in occidente: alcuni anime di alto livello come “Akira” o “Ghost in the shell” avevano tentato in precedenza l’operazione ottenendo solo un seguito di cultori. Adesso è normale vedere nelle strade cartelloni pubblicitari di “Arrietty” (prodotto dallo Studio Ghibli) o che i genitori (cresciuti con “Conan”) facciano vedere ai propri bambini “Kiki consegne a domicilio” invece de “ll re leone“. Ma soprattutto questo film segna il vertice di una poetica raffinatissima, di uno sguardo unico.

 

“La città incantata” è ancora oggi dopo 10 anni il più grande incasso di tutti i tempi in Giappone, ha vinto tutto, dall’Orso d’oro all’Oscar per miglior animazione, e ha reso Miyazaki universalmente noto come maestro (vedi il Leone d’oro alla carriera del 2005). Grazie alla sua semplicità, per una volta un’opera eccezionale è stata immediatamente riconosciuta da tutti come tale.

18/09/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Sen to Chihiro no kamikakushi
Distribuzione
Universal Pictures Italia
Durata
125'
Produzione
Studio Ghibli
Sceneggiatura
Hayao Miyazaki
Fotografia
Atsushi Okui
Montaggio
Takeshi Seyama
Musiche
Joe Hisaishi, Youmi Kimura

Trama

Durante il loro trasferimento in periferia, Chihiro e i suoi genitori prendono una scorciatoia che li porta in un paese abbandonato che di notte si popola di spettri, streghe e mostri.
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