La famiglia Savage

La famiglia Savage


Tamara Jenkins

Drammatico | Usa
(2007)

Tamara Jenkins ci offre una pellicola intrisa di triste amarezza, un’amarezza acuta e pungente (come la cruda ironia che strappa dolorose risate); eppure trova uno spiraglio di consolazione (in ogni caso aspra) nel finale, senza scivolare (tuttavia) nel melodrammatico e nel patetico (e già questo basta a promuovere una storia, che per le sue caratteristiche, corre proprio il rischio d’impantanarsi nel voler toccare forzatamente le corde emotive dello spettatore).

Solitudine e distanze (fisiche e sentimentali), ma anche vera e propria alienazione (intesa come fuga artificiale dalla realtà che ci circonda: le tre fondamentali scene nelle quali i Savages si estraniano dal mondo all’interno di autovetture – si può considerare artificiale anche il modo in cui Lenny non vuole più sentire/ascoltare, azzerando il volume del suo apparecchio acustico, poiché sfrutta comunque un mezzo per assentarsi) – costituiscono l’essenza di un film sul quale aleggiano (insinuandosi in modo quasi opprimente) lo spettro della morte e la paura di fronte alla fine di un’esistenza sconfortante e insoddisfacente.

Wendy e John (degli strepitosi Laura Linney e Philip Seymour Hoffman), costretti a rievocare un passato traumatico caratterizzato da un’infanzia difficile (e fortunatamente non sappiamo nello specifico di cosa si tratti), si ritrovano a incrociare le proprie strade (strade che si avviavano ad essere sempre più separate) per stringersi accanto a un padre malato (un altrettanto bravo Philip Bosco), che fa emergere esasperazione, rimorsi e sensi di colpa (la sequenza del cuscino porpora), e un bilancio delle proprie esistenze (il dialogo tra Wendy e Harry nella stanza del motel, la relazione sentimentale di John).

La vita come il teatro dell’assurdo, una messinscena paradossale che ingabbia e costringe all’isolamento: emblematica, in tal senso, la scena in cui Wendy è a letto con Harry e – impassibile, mentre fanno l’amore – cerca lo sguardo e la zampa del cane Marley (non a caso si dice “soli come un cane”, per cui il cane è l’unico essere col quale la donna può condividere il proprio stato emotivo – del resto il cane è anche “il migliore amico dell’uomo”).

La fotografia è prevalentemente scura, capace di essere fredda e rarefatta (a seconda delle esigenze): il bianco, il blu e il nero sono in linea con il livore e il rigore invernale di Buffalo (in netto contrasto con la brillante – ma asettica – solarità iniziale che si denota a Sun City); il giallo rimanda, invece, a qualcosa di polveroso e accantonato, di triste abbandono.

La regia è connotata soprattutto da lenti movimenti di macchina a sottolineare un senso di ineluttabilità e di futilità rispetto allo stile di vita imposto dalla società odierna. Wendy, che fa aerobica ogni mattina, seguendo lezioni impartite da programmi televisivi, si accinge a diventare (lentamente) come gli anziani protagonisti della singolare (quanto azzeccata) sequenza iniziale costruita su carrelli rallentati e flemmatiche panoramiche orizzontali?

29/04/2008

Cast e credits

Titolo Originale
The Savages
Distribuzione
Fox Searchlight Pictures
Durata
114'
Produzione
Anthony Bregman, Jim Burke
Sceneggiatura
Tamara Jenkins
Fotografia
Mott Hupfel

Trama

Wendy e Jon Savage sono costretti ad un periodo di forzata vicinanza quando il padre Lenny, improvvisamente vedovo per la seconda volta ed inaspettatamente senile, necessita delle loro cure e attenzioni.
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