Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore

Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore


Wes Anderson

Commedia | Usa
(2012)

“Moonrise Kingdom” inizia con una dichiarazione di intenti – una dichiarazione di poetica scriverebbe qualcun altro in vena dei soliti parallelismi letterari: la variazione sul tema, derivata dalla “Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell” di Benjamin Britten, ascoltata dai tre compiti fratelli minori di Suzy, ci apre le porte del settimo lungometraggio di Wes Anderson. Quasi a prevenire le solite critiche nel confronti del suo stilismo e dei meccanismi di scrittura ormai consolidati nella sua filmografia, Anderson sembra mettere le mani avanti affermando che è vero, gli autori fanno sempre lo stesso film. Quello che può apparire quindi come una resa di fronte all’esercizio di stile – la presentazione della famiglia Bishop con carrellate parallele/ortogonali sembra immettere il film nei binari de “I Tenenbaum” e de “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” – è al contrario un astuto espediente architettato dal regista texano per irretire il suo pubblico. Seguendo la struttura musicale di Britten, la sceneggiatura  di “Moonrise Kingdom” dimostra come far dialogare i vari gruppi di personaggi “suonanti” il medesimo tema: ossia, le tematiche che si ereditano di film in film sin da “Rushmore”, la ricerca dell’amore nell’ambiente familiare e al di fuori di esso, il senso di appartenenza e l’incomprensione come codice comune a tutti i rapporti umani.

Nel campo estivo degli scout Khaki, guidato dal Master Ward, la solita ispezione mattutina scopre una spiacevole novità: la mancanza del dodicenne Sam che con una lettera si dimette dal servizio, essendo scappato, probabilmente durante la notte. Nel frattempo, nella vicina cittadina di New Penzence, Suzy Bishop prepara la fuga da una famiglia dove non si sente amata e che, in effetti, non si accorgerà della sua sparizione fino alla chiamata per la cena (con tanto di freddo e violento megafono).

Un flashback ci fa capire che i due coetanei si erano conosciuti casualmente l’anno prima: Sam puntò dritto verso Suzy, che faceva il corvo nella rappresentazione parrocchiale dell’opera di Britten “Noye’s Fludde” e l’amour fou li unì. Lui è un orfano “mentalmente instabile” che vive in una famiglia adottiva, oltre a essere lo scout Khaki meno popolare del suo reparto, mentre Suzy è la figlia problematica di una famiglia borghese (i genitori sono avvocati). Entrambi i ragazzini avvertono già il male come assenza d’amore: sono disubbidienti, violenti, persino pericolosi.

Con la solita ironia surreale, Wes Anderson inanella una serie di sequenze abbastanza ardite, come la morte del cane (infilzato da una freccia), il ferimento di un ex-compagno di Sam, l’approccio simil-sessuale sulla spiaggia dopo che i due fuggiaschi allestiscono un campo. La comicità deadpan del regista texano e del co-writer Roman Coppola non è mai stata così poco accomodante.

Inoltre, tra i boschi del New England, Anderson muove la macchina da presa piegando le sue geometrie alla vastità degli spazi, aprendosi a panoramiche a 360° che fungono per ellittiche transizioni e, al contempo, ci permette di percepire l’incombente minaccia naturale: quasi accodandosi a un comune sentire apocalittico (il 2011 è stato l’anno di “The Tree Of Life“, “Melancholia” e de “Il cavallo di Torino“) il regista si accinge a scatenare sui propri protagonisti un uragano (annunciato da un meteorologo uscito dalla ciurma di Zissou) che potrebbe spazzarli via. Ci si salva un attimo prima di cadere nel baratro (si pensi al circolo vizioso e nevrotico di “Rushmore”), anche se Anderson cambia gradualmente rotta con uno stile in cui l’elemento mitopoietico si ispessisce: nasconde sotto la cortina del suo leitmotiv ambizioni tenute latenti che esplodono sottopelle grazie a una densità stratificata, rivelandosi solo dopo il primo impatto. Anderson mette in scena un atipico coming-of-age (da notare il dialogo del primo bacio tra Sam e Suzy), un romance sul primo amore vissuto e non vissuto (come quello tra il capitano Sharp e la signora Bishop), ammantato da un’aura fiabesca e surreale (acuita dal ruolo di deus ex-machina del cartografo/meteorologo) che si rispecchia nel mondo magico che spera di vivere la ragazzina leggendo i suoi romanzi ai compagni d’avventura. Il potere di osservare cose distanti come se fossero vicine, grazie al proprio binocolo, si realizza circondandosi delle persone che si amano: Moonrise Kingdom, il nome dato alla piccola baia, è il regno immaginario in cui si gioca la reale conquista di un sentimento puro e primigenio da parte di questi giovani pionieri. 

 

Intorno ai due protagonisti, interpretati dai magnifici esordienti Jared Gilman e Kara Hayward, abbiamo coppie consumate – il feticcio Murray e la new entry Frances McDormand – poliziotti tristi e sentimentalmente frustrati (Willis, giustamente sottotono), maestri scout che hanno fatto della loro passione nerd la vera ragione di vita (un grande Norton). Un gruppo di ragazzini che cova rancore nei confronti dell’instabile Sam, ma che finisce per ravvedersi passando dalla parte dei coraggiosi amanti. C’è anche il tempo per tre gustose partecipazioni straordinarie da parte di Tilda Swinton (la fredda e spietata assistente sociale), Harvey Keitel (il capo-scout Khaki venerato da Norton), Jason Swartzman (il “cugino grande” un po’ traffichino, che finisce per sposare clandestinamente la coppia). E’ il microcosmo familiare che varia sugli schemi della “commedia umana” che l’autore de “I Tenenbaum” sta portando avanti da quasi un quindicennio.

L’operazione centra tutti gli obiettivi prefissati. In particolare, si noti l’abilità di variare registro, realizzato con una levità rara anche per la macchina da presa di Anderson: la cinefila palinodia bellico-avventurosa, la rassegna dei suoi luoghi comuni, ripresi col sarcastico straniamento di vedere l’organizzazione para-militare dei piccoli scout all’inseguimento del fuggiasco. Un’estetica che, servendosi di viraggi prima in rosso e poi, durante la tempesta, in un blu elettrico, con la rocambolesca sequenza del salvataggio, omaggia il cinema muto e riporta alla memoria la grafica d’animazione – e il lavoro compiuto con “Fantastic Mr. Fox”.

La colonna sonora, diversissima dagli assemblaggi super-pop che hanno reso celebre Anderson, spazia dalle candide arie di Benjamin Britten (quasi la guida spirituale della pellicola) alle composizioni originali dell’ottimo Alexandre Desplat, che sembra ribattere alle variazioni britteniane. Da ricordare la scatenata e romantica danza in riva all’Oceano sulle note de “Le temps de l’amour” di Françoise Hardy.

Un accento va posto sul grado di maturità raggiunto da Wes Anderson: proprio quando con “The Darjeeling Limited” molti estimatori del regista texano stavano passando dalla parte dei critici, accusandolo di una stasi creativa e di una caduta nel manierismo dopo una manciata di opere, ecco che il nostro ritorna acclamato, adattando una novella di Roald Dahl, “Fantastic Mr. Fox”, realizzando un film d’animazione con una stop-motion e una regia che si rifacevano in tutto e per tutto al suo stile geometrico e compassato.

Contro ogni previsione, l’improvvisa sterzata di Anderson non è servita a rinfrescare il suo cinema, ma a consolidare i topoi di una poetica ormai profonda, in cui l’anima estetica che conferisce a ogni opera squaderna di volta in volta il suo mondo autoriale. Invece di muoversi in avanti, il cinema andersoniano fa una torsione all’indietro, regredisce. Così, dopo l’animazione “adulta” di “Fantastic Mr. Fox”, “Moonrise Kingdom” ha come protagonisti proprio due ragazzini. Non si sottintende la volontà di abbassare il target, è bensì il proseguimento coerente del suo percorso d’autore che, invece di scivolare in una vena pessimista sempre più profonda ed evidente, preferisce tornare al mondo dell’infanzia e smascherarne gli stessi tic, le stesse idiosioncrasie che trova negli adulti. Perché l’umanità di Anderson appartiene a un limbo in cui niente si compie veramente e la maturità resta sempre il prossimo traguardo da tagliare. Sempre più vicino alla classicità dei “Peanuts” dell’immenso Schulz.

23/06/2012

Cast e credits

Titolo Originale
Moonrise Kingdom
Distribuzione
Lucky Red
Durata
93'
Produzione
Scott Rudin Productions; Indian Paintbrush; American Empirical Pictures; Moonrise
Sceneggiatura
Wes Anderson, Roman Coppola
Fotografia
Robert D. Yeoman
Scenografie
Adam Stockhausen
Montaggio
Andrew Weisblum
Musiche
Alexandre Desplat
Costumi
Kasia Walicka-Maimone

Trama

Due dodicenni che vivono in una cittadina del New England si innamorano e decidono di fuggire insieme. Tuttà la città si mette sulle loro tracce.
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