Sucker Punch

Sucker Punch


Zack Snyder

Azione, Fantasy | Usa
(2011)
Lo si attendeva al varco Zack Snyder. Dopo una serie di prove in cui ha dimostrato di essere un abile illustratore di opere altrui (portando sullo schermo “frame by frame” le graphic novel di Alan Moore e Frank Miller, ma anche rielaborando e aggiornando sapientemente alle paure contemporanee il capolavoro “Zombi” di Romero), è qui alle prese con la prima sceneggiatura originale della sua carriera (scritta a quattro mani con Steve Shibuya). Ma il risultato è davvero sconfortante e fa sorgere più di un dubbio in merito alle effettive qualità del giovane regista.

 

“Sucker Punch” è l’apoteosi di quella che è una vera e propria tendenza del cinema hollywoodiano degli anni 2000, ovvero l’ultimo arrivato in una serie di produzioni che puntano esclusivamente sul fattore visivo ed estetico, come se fosse automaticamente portatore di valori, come innovazione ed empatia. A questa cerchia fanno parte prodotti come “Sin City”, “300”, “Speed Racer“, “Intrigo a Berlino” di Soderbergh, in cui il lavoro sulle immagini sembrerebbe giustificare da sé la riuscita della pellicola. Ma anche altre cose, come le ultime produzioni di Tarantino (“Kill Bill“, “Grindhouse“), in cui il citazionismo sfocia nella parassitarietà, o parecchie pellicole “psicologiche” uscite di recente, come “Shutter Island“, “Stay”, “Inception” (ma anche l’italiano “La doppia ora“), in cui la risoluzione del colpo di scena finale, l’esasperazione degli elementi misteriosi della sceneggiatura, diventa più importante della riuscita complessiva dell’opera E’ un cinema molto cinico e superficiale, che “dovrebbe” trasmettere emozioni crogiolandosi nell’autocompiacimento delle sue immagini perfette, dei suoi riferimenti alla cultura pop, dell’eccessiva cerebralità del suo plot. Una cinematografia senza un chiaro pubblico di riferimento, e senza grande rispetto delle platee.

 

“Sucker Punch” dicevamo. La pellicola di Snyder è il delirio d’onnipotenza di un regista a cui una major ha dato carta bianca. La vicenda, per quanto possa sembrare complessa, sta scritta su un fazzoletto. La giovane “Baby Doll” vessata dal viscido padre, ribellandosi uccide per sbaglio la sorellina e viene internata in una tetra struttura psichiatrica (in cui si pratica ancora la lobotomizzazione). Qui è “venduta” come oggetto sessuale al teatro-bordello stile “burlesque” di Vera Gorski, in cui fa conoscenza con altre prigioniere”. Decide di fuggire, e per farlo escogita un piano semplice quanto pericoloso. Sullo schermo non assistiamo però agli avvenimenti che raccontano “l’effettiva” fuga della protagonista, ma alla lotta “interiore” nella sua mente, in cui ogni piccola impresa (rubare un accendino o un coltello) diventa una vera, tonitruante guerra, in cui Baby Doll deve fronteggiare mostruosi e letali nemici. Ma la realtà potrebbe essere molto diversa. Siete confusi? E’ normale. Non è facile giustificare l’idea che sta alla base del film. Forse Snyder voleva tessere un elogio del potere liberatorio della fantasia, o forse mostrarci che la realtà e molto più grigia e pericolosa dei nostri incubi più paurosi. Mah. I dubbi restano, e sullo schermo pare solo di guardare un freddo videogame non interattivo, in cui Snyder da dimostrazione delle nuove frontiere raggiunte nell’amalgamare scenari digitali e personaggi reali e poco altro. La struttura è quella del gioco di ruolo, in cui le protagoniste devono recuperare una serie di oggetti indispensabili per la fuga. Ogni scenario “immaginato” dalla protagonista corrisponde ad un diverso campo di guerra (la seconda guerra mondiale, il Vietnam), e ogni viaggio “visionario” fa sua una modalità di gioco (dal “picchiaduro” faccia a faccia della lotta contro i samurai, al war game stile “Call of Duty”, ma anche sparatutto e fantasy, con la lotta contro il drago in uno scenario Tolkieniano). Ogni livello “giocato” dalle combattive protagoniste rispetta rigidamente la struttura “narrativa” dei videogame, a partire dal briefing iniziale (il ruolo di Scott Gleen che istruisce le ragazze in merito agli obiettivi della partita), per finire con la colonna sonora ” a tema” (cover di famosi brani rock ad opera di note voci femminili del panorama musicale odierno, come Bjork, Alison Mosshart dei Kills, Emiliana Torrini…).

 

Ma tutto ciò a che pro? La riflessione sul rapporto tra cinema e videogame, se era questa l’intenzione dei creatori, è bislacca, inutilmente seriosa, mortifera (ormai molti giochi per consolle riescono in maniera molto più convincente ad appropriarsi dell’estetica del cinema, piuttosto che il contrario), soprattutto se messa a confronto con il ben più riuscito “Scott Pilgrim vs the World“, in cui si attuava un’operazione simile. La verità è che “Sucker Punch” cela solo un vuoto pneumatico di idee, e tutto si riduce ad un catalogo di ossessioni (la mania delle riprese in slow motion) e vaghe perversioni del regista di “300” (a partire dalla protagonista, minorenne, inguainata in vestitini da scolaretta). A nulla serve la tecnica (a partire dal mirabolante piano sequenza del combattimento sul treno), per quanto all’avanguardia, quando tutto il resto è al grado zero. Snyder vorrebbe pure tentare un timido elogio della combattività femminile, ma le sue protagoniste, per quanto abbondanti e gustose nelle forme, sono figurine bidimensionali per cui non si prova mai un briciolo di interesse, e il finale scade nella retorica più scontata e fuori luogo.

 

Magniloquente ed assolutamente confuso e fuori fuoco, “Sucker Punch” ambirebbe ad essere una pellicola originale e “mai vista prima”. Il problema è che a nessuno potrebbe interessare vedere un film così.

26/03/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Sucker Punch
Distribuzione
Warner Bros. Pictures
Durata
120'
Produzione
Cruel and Unusual Films, Legendary Pictures, Lennox House Films
Sceneggiatura
Zack Snyder, Steve Shibuya
Fotografia
Larry Fong
Scenografie
Rick Carter
Montaggio
William Hoy
Musiche
Tyler Bates, Marius De Vries
Costumi
Michael Wilkinson

Trama

Una ragazza di nome Babydoll viene rinchiusa dal patrigno in un manicomio con l'intenzione di farla lobotomizzare di lì a cinque anni: per sfuggire a quel luogo orribile, Babydoll si rifugerà in un mondo di fantasia dal quale inizierà a pianificare la sua evasione.
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