Suicide Squad

Suicide Squad


David Ayer

Azione, Cinecomic | Usa
(2016)

David Ayer, dopo il successo di “Fury“, viene reclutato dalla Warner Bros. per scrivere e dirigere un progetto in cantiere dal 2009. “Suicide Squad” è il terzo segmento del DC Extended Universe che segue “L’uomo d’acciaio” e “Batman v Superman: Dawn of Justice” e, a detta del regista, sarebbe stato una sorta di “Quella sporca dozzina” con i villain dei fumetti DC. E, in effetti, lo spunto iniziale è simile: preoccupati dalla possibile comparsa di un nuovo Superman che non condivida i valori della specie umana, il governo acconsente al progetto di Amanda Waller che vorrebbe assoldare una super-squadra composta da criminali psicopatici, costringendoli a compiere missioni suicide in cambio di favori e di una riduzione della pena. La maggior parte del gruppo viene reclutata dalla prigione di Belle Reve in cui facciamo la conoscenza del sicario Deadshot, di Harley Quinn, la donna del Joker, del pirocinetico El Diablo, di Killer Croc, un mutante cannibale, e del ladro australiano Capitan Boomerang. Ciascuno di loro ci viene presentato tramite una scheda grafica (come se si selezionasse un personaggio in un videogioco) e un flashback che ci chiarisce il loro passato e il modo in cui sono finiti dietro le sbarre: è una sorta di seconda carrellata introduttiva, dopo che li avevamo visti in apertura, e questa sezione narrativa si porta via quasi un terzo del minutaggio complessivo. La seconda parte riguarda il compattamento della squadra attraverso una missione che ha come obiettivo il recupero della stessa Amanda, una sorta di test per vedere se i criminali possano realmente funzionare e combattere come una task force; infine, l’ultimo atto che vede i nostri contro l’incantatrice e suo fratello, meta-umani che nel frattempo stavano distruggendo la città, trasformando i cittadini nel loro personale esercito e preparandosi alla conquista del mondo.

 
Sicuramente la consistenza della trama non è il punto forte delle megaproduzioni cine-fumettistiche che hanno invaso il mondo della Settima arte: è vero, altresì, che pur con tutti i difetti possibili e il gusto omogeneizzato del film per famiglie, alcune pellicole provenienti da casa Marvel avevano una loro coerenza e un’organizzazione narrativa che permetteva di seguire le vicende dei protagonisti senza interrogarsi continuamente se determinati dettagli, ammiccamenti o flashback non fossero gratuite aggiunte per fare minutaggio – o, peggio, mero fan-service. Senza l’improbabile confronto con l’opera di ristrutturazione della mitologia di Batman compiuta da Christopher Nolan, persino l’ultimo guazzabuglio di Zack Snyder, “Batman v Superman”, aveva dei meriti e dei punti di forza che compensavano parzialmente la pretenziosità e la prolissità di molte sue parti: David Ayer, invece, realizza un vero e proprio pasticcio e il disastro annunciato dalla stampa oltreoceano non sembra un’operazione di massacro preventivo. Pesa su questo film l’ombra dei reshooting imposti dalla produzione, dopo le critiche al tono dark del lavoro di Snyder, che potrebbero aver snaturato l’opera così com’era stata concepita da Ayer, il quale ha comunque difeso “Suicide Squad”.

Nel cinecomic, la costituzione di un franchise multimediale e il marketing hanno ampiamente superato la volontà d’autore, talvolta un accessorio di cui fare a meno, un impedimento da eliminare: la DC/Warner Bros. al contrario della Marvel (che ha dato mano libera solo a Joss Whedon durante la cosiddetta “fase 2”) si è apparentemente affidata a dei registi per la fondazione del loro universo cinematografico. Prima Nolan che, dopo aver chiuso la sua trilogia con “Il cavaliere oscuro – Il ritorno“, è stato il supervisore di “Man of Steel” di Snyder e quest’ultimo che ha avuto il medesimo ruolo nella produzione di “Suicide Squad”. Specularmente ai prodotti di casa Marvel, la chiave delle pellicole ispirate ai personaggi DC è stata sempre un’atmosfera più cupa e qualche nota di violenza in più. Eppure “Suicide Squad”, a parte qualche dialogo condito da turpiloquio e da sporadiche note sessiste (“Chiudi quella bocca, donna!”, “Adesso dovresti andare dalla tua donna, prenderla a calci e dirle basta con queste cazzate“), non ha alcun valore aggiunto dato dal macroscopico dettaglio che i protagonisti siano dei super-cattivi che di malvagio sembrano avere solo le fedine penali, visto che si comportano per gran parte della storia da perfetti galantuomini. Lasciando stare la retorica familista di Deadshot, killer spietato ma padre affettuoso e amorevole, che raggiunge apici melensi, è raro vedere personaggi fare o dire qualcosa di realmente cattivo, fatta esclusione per la prima parte; se uno dei personaggi più affascinanti, El Diablo, il pirocinetico meta-umano che, dopo aver ucciso la famiglia, ha deciso di non fare più uso dei propri poteri, è marginale, gli altri sono quasi macchiette la cui descrizione è affidata a flashback o alle battute di terzi. Così, si finisce per rimpiangere le gag da buddy movie di “The Avengers” o l’autoironia disimpegnata degli outsider di “Guardiani della galassia“: in “Suicide Squad” le battute ruotano sempre sulla presunta cattiveria dei protagonisti (Harley Quinn apostrofa tutto il gruppo dicendo “Siamo tutti così, siamo i cattivi”), ma raramente lasciano il segno; la struttura della narrazione è priva di scarti o cambi di ritmo, prevedibile in ogni sua parte, non riesce a costruire dinamiche coinvolgenti né dei momenti di vera tensione. 

 
Lasciando da parte le accuse del duo rap Die Antwoord di aver plagiato la loro iconografia per la coppia Joker-Harley Quinn, non si può non evidenziare quanto il battage pubblicitario abbia focalizzato la propria attenzione sui due personaggi e, soprattutto, sulle bizzarrie di Jared Leto nell’interpretare il clown di Gotham, quasi fosse un protagonista a tutti gli effetti; alla fine, il Joker di Leto appare ben poco e il suo rapporto malato con Harley Quinn, che è probabilmente il personaggio più riuscito anche grazie a Margot Robbie, è assai ai margini rispetto alla vicenda principale. La suicide squad diventa un carrozzone di freak privo di fascino e con ben poco carisma, le vicende interne al gruppo ridicole (la storia d’amore tra Flagg e June Moone/l’incantatrice è il traino dell’ultima parte), il Joker ridotto a un gangster tamarro e ogni possibile controversia relativa allo status di villain dei personaggi livellata verso i territori di un annacquato e ben più gestibile anti-eroismo. Come a volte accade, il film stesso si trasforma in critica metalinguistica di un intero sistema produttivo e “Suicide Squad” rivela l’inconsistenza di un cinema che lavora sull’assemblaggio a tavolino di una vetrina dove esporre manichini prodotti in serie, allineati e indistinguibili l’uno dall’altro. E dire che l’estetica grezza e violenta di Ayer ben si addiceva al progetto ma il regista ha probabilmente dovuto abdicare la propria personale visione a quella dell’industria, andando incontro al proprio suicidio artistico. 

14/08/2016

Cast e credits

Distribuzione
Warner Bros. Pictures
Durata
130'
Produzione
Atlas Entertainment, DC Entertainment, RatPac-Dune Entertainment
Sceneggiatura
David Ayer
Fotografia
Roman Vasyanov
Scenografie
Oliver Scholl
Montaggio
Dody Dorn
Musiche
Steven Price
Costumi
Kate Hawley

Trama

E se Superman decidesse di rapire il Presidente degli Stati Uniti? Spaventati dal non saper rispondere a questa domanda i più alti ufficiali del governo americano accettano il folle piano di una agente dell'intelligence: costituire una squadra di metaumani, cioè umani con poteri, da tenere sotto il loro giogo e utilizzare per l'ordine interno ed estero. I prescelti sono necessariamente criminali, pericolosissimi ma anche manipolabili, soggetti a cui poter promettere qualcosa e da poter ricattare senza remore. L'evento di prova è l'inatteso (ma non immotivato) arrivo di un'antica e inarrestabile divinità sulla Terra. Con poco allenamento, nessun piano, vaghe promesse in caso di vittoria e una capsula esplosiva in corpo che li convince a non disertare, la squadra che si autodefinisce suicida è così mandata sul campo.
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