T2 Trainspotting

T2 Trainspotting


Danny Boyle

Drammatico | Regno Unito
(2017)

Le rimpatriate scolastiche sono finestre su mondi perduti, crociere a bordo delle quali diventiamo improvvisamente turisti del nostro passato: eventi che si nutrono di avvenimenti andati, di ricordi sognanti, di emulazioni adolescenziali, di memorie sbiadite e confuse. Riscoprendo i volti mutati dei vecchi compagni ci si specchia nella propria infantile incoscienza, dove le amicizie erano “per sempre”, dove ogni storia si credeva “quella giusta”. Poi per tutti qualcosa è cambiato.

Abbiamo scelto la vita: abbiamo scelto un lavoro, una carriera, una famiglia; abbiamo scelto la buona salute, un mutuo a tassi fissi, una prima casa. Abbiamo scelto un futuro, ascoltando ragioni che al tempo non sapevamo ascoltare.

In “T2 Trainspotting” l’atmosfera da rimpatriata scolastica è determinante. Negli anni che ci separano dal cult del 1996 i nostri protagonisti hanno continuato la loro vita, chi in maniera più sbandata e chi meno, e i legami col proprio passato sono ora visti attraverso quella fitta coltre di malinconia e rimorso della quale la pellicola sostanzialmente si nutre; i volti maturati dei vecchi compagni ci trasmettono una strana tenerezza acerba; i richiami, le citazioni, le tracce musicali riproposte, gli appunti frammentati di Spud ci danno sollievo, ci ricordano del legame con quel tempo sfuggitoci dalle mani e ci lasciano iniettare una controllata dose di soddisfazione ed entusiasmo nel cuore.

Ma quel sottile strato di dolce ricordo è purtroppo l’unico appiglio capace di dare un senso a un film di cui, in fin dei conti, non si sentiva alcun bisogno.

Quel sorriso stampato sulla faccia di Mark Renton, vent’anni fa, mentre tradiva e abbandonava i suoi migliori amici, coi soldi in tasca, deciso a ricominciare una nuova vita lontano dall’eroina e dalla spirale di morte che aveva conosciuto, allontanava da sé il bisogno di qualsivoglia prosieguo, lasciava alle sue spalle l’enorme dissidio moralistico-esistenziale di chi conosce la banalità tragica della quotidianità ma ha visto al contempo l’orrore a cui porta il non aderirvi, e lasciava spazio allo spettatore per elaborare tale conflitto. Il quarantenne Danny Boyle, al suo secondo lungometraggio, confezionava un’opera destinata a segnare un immaginario, a diventare un oggetto di culto, non tanto per meriti stilistici quanto per l’acuta riflessione che metteva in gioco sulla necessaria nullità dell’esistenza.

Ciò che “T2 Trainspotting” sicuramente mette in mostra è invece lo straordinario talento registico del cineasta inglese che, maturato in anni di esperienza, regala qui un’eccezionale prova di virtuosismo, presentando allo spettatore un fornitissimo catalogo di interessanti soluzioni stilistiche. Lo schermo diventa un accumulo e un abuso di esperimenti tecnici eseguiti con perizia: dai fermo-immagine all’utilizzo dei più improbabili angoli di ripresa, dagli split-screen creatori di suspense a una fotografia caleidoscopica. E tuttavia questa magistrale esposizione di trovate tecniche, privata di un qualsiasi criterio selettivo, finisce per far cadere il suo alibi, per svelare la sua natura pretestuosa che è quella di fornire una maschera sgargiante a un’effettiva assenza di idee.

Ciò che soprattutto manca all’opera è infatti una personalità, un carattere capace di tenere assieme i pezzi e di lanciare un messaggio al pubblico come invece aveva saputo fare il primo capitolo.

Se ci si chiede quale sia il senso di una simile impresa la domanda è destinata a rimanere irrisolta. Se si esclude infatti il legame affettivo che può portare parte del pubblico a un aprioristico consenso e la destrezza della messa in scena, tutto ciò che rimane non è niente di più che un castello di carte su cui minaccia di soffiare un forte vento.

I personaggi, perduta ogni verve, sono diventati dei fantocci, delle macchiette, degli scimmiottatori del loro alter ego giovanile: così è soprattutto per Begbie, ridotto al ruolo di un villain quasi disneyano, che si fa carico anche del lato comico delle vicende. I buchi di sceneggiatura poi sono ben visibili, con accadimenti appena accennati e lasciati in seguito scemare in un nulla di fatto. Ma manca soprattutto quella patina di marciume e quell’odore di periferia che aveva contraddistinto il primo capitolo e che ne era divenuta l’atmosfera tipica: i protagonisti, sottratti a un visibile degrado, non suscitano sul pubblico alcuna pena o compassione e questo impedisce il catalizzarsi di una qualsiasi riflessione. E infatti la pellicola si conclude in maniera piuttosto scontata e ottimista, ben lontana dall’inquietante senso di una giustizia impossibile che l’opera del ’96 aveva provocato.

Rimangono il trascorrere del tempo, ben visibile nei corpi dei protagonisti, e la malinconia che esso porta con sé, a donarci un minimo di felicità nel rivedere quei vecchi amici a cui ancora ci sentiamo legati, pur avendo perso qualsiasi interesse per il loro presente.

24/02/2017

Cast e credits

Distribuzione
Warner Bros.
Durata
117'
Produzione
Cloud Eight Films, Decibel Films, DNA Films, TriStar Pictures
Sceneggiatura
John Hodge
Fotografia
Anthony Dod Mantle
Scenografie
Mark Tildesley
Montaggio
Jon Harris
Costumi
Steven Noble

Trama

Dopo vent'anni l'ex tossicodipendente Mark Renton ritorna a Edimburgo per regolare i conti con la sua famiglia e soprattutto con i suoi vecchi amici, che ancora non hanno perdonato il tradimento subito.
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