Volevo nascondermi

Volevo nascondermi


Giorgio Diritti

Biografico, Drammatico | Italia
(2019)

Dopo l’exploit di Elio Germano, premiato con l’Orso d’argento alla settantesima edizione della Berlinale, il quarto film di Giorgio Diritti “Volevo nascondermi” torna nelle sale italiane: è un biopic sulla burrascosa vita del pittore e scultore naïf Antonio Ligabue (1899-1965). Si può sicuramente affermare che il racconto dell’uomo Ligabue poteva sposarsi bene col cinema rigoroso di Diritti ma il risultato è un film con diverse lacune. Straordinaria, però, la prova di Germano: l’attore romano riproduce un personalissimo calco, intimista, mai macchiettistico, della figura di Ligabue, integrandone le difficoltà di espressione e quelle fisiche con una recitazione da applausi.

Diritti, insieme alla sceneggiatrice Tania Pedroni (la quale aveva firmato anche “L’uomo che verrà” e “Un giorno devi andare“), punta sulla rappresentazione dell’alterità di Ligabue, sin dalla sua infanzia. Cresciuto in Svizzera, rifiutato dalla famiglia di origine, dopo un’adolescenza tumultuosa verrà espulso e costretto a tornare in Italia, in provincia di Reggio Emilia, dove conduce una vita errabonda, dormendo all’addiaccio o in case di fortuna, cercando il cibo a quattro zampe come una bestia. Uno straniero al quadrato, Ligabue: italiano in Svizzera, definito “tedesco” nel nostro Paese, l’uomo mostra varie insofferenze fisiche e caratteriali, si ferisce continuamente alle tempie e al naso, “per far uscire il male”, spiegherà, e viene internato più volte in cliniche per malati mentali. L’unico sollievo sembra essere il disegno e l’amore sconfinato per la natura, in particolare per gli animali, con i quali entra in un vero e proprio rapporto di simbiosi, fino a imitarne le gesta e i versi, trasferendo tutto ciò nelle sue opere scultoree e pittoriche. Grazie alle sue creazioni, viene notato dall’artista Marino Mazzacurati, che riesce a dargli un alloggio stabile e a far conoscere i suoi quadri.

In “Volevo nascondermi” è riuscita la riproposizione dei luoghi di Ligabue, la provincia emiliana, le campagne gonfie di luce, che sono assimilate nel cinema di Diritti grazie al lavoro sulla fotografia di Matteo Cocco, abile nel produrre la stessa saturazione del Ligabue artista ma anche a lavorare di sottrazione, con cupezza, quando i momenti drammaturgicamente più incisivi lo richiedono.

Proprio come Ligabue, che “impazzisce” e distrugge le sue opere ogni volta che non vengono apprezzate (e capiterà spesso), non conoscendo compromessi e definendosi più volte, con orgoglio, “artista”, anche Diritti ripropone i suoi marchi di fabbrica senza smussamenti, come la recitazione nel dialetto locale. La pellicola non cede di un millimetro alla possibilità di spettacolarizzare la vita di Ligabue, oppure di voler costruire un film a tesi, di farne un martire per le sue disgrazie, né un genio. L’unica traccia narrativa solida è però anche quella più scontata, cioè la presentazione dell’irrisolto rapporto tra Ligabue e la madre, che sembra costituire la spina dorsale che attraverserà tutto il film, poiché influenzerà i goffi tentativi dell’artista, compiuti in età ormai matura, di avvicinarsi all’altro sesso. Inoltre, l’integrazione di Ligabue nel contesto provinciale emiliano si compie per gradi, anzi non avviene mai del tutto né completamente, perché resta fortissima la percezione di individuo “altro” rispetto al mondo circostante, che però è la forza del personaggio e della sua storia. Un tema, quello della migrazione, dell’accoglienza, della diffidenza di una comunità, su cui Diritti ricostruisce il centro del suo cinema, presente fin dall’esordio “Il vento fa il suo giro“. Per il resto, il film si accontenta di seguire la ricostruzione della vita dell’artista, e non lascia mai il campo a scene madri o riletture forzate. Però a mancare in “Volevo nascondermi” è proprio l’arte di Ligabue, e ciò non giova all’economia del film, poiché vediamo davvero poco le opere e la loro realizzazione: sembra quasi che Diritti si sia innamorato troppo della storia di questo uomo, che sente come sua, affine alla sua poetica, ma non sia riuscito a entrare nella sua arte. Infatti, a parte alcuni momenti, i quadri non ci vengono mostrati nella loro sensazionale forza espressiva, nei particolari dei grumi di colore, nella prorompente sensualità naturale, che intravediamo purtroppo solo durante i titoli di coda.  

22/02/2020

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Durata
118'
Produzione
Palomar, Rai Cinema
Sceneggiatura
Giorgio Diritti, Tania Pedroni
Fotografia
Matteo Cocco
Scenografie
Alessandra Mura, Ludovica Ferrario
Montaggio
Giorgio Diritti, Paolo Cottignola
Musiche
Marco Biscarini, Daniele Furlati
Costumi
Ursula Patzak

Trama

La vita e le opera di Antonio Ligabue, pittore e scultore italiano che ha vissuto un'esistenza tormentata ed errabonda: cresciuto in Svizzera ma costretto ad abbandonarla durante l'adolescenza, vivrà nella provincia emiliana, tra mille tormenti fisici e psichici, trovando sfogo nelle sue opere e in una notorietà e seguito che dura tuttora.
Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse