Paranoid Park

Paranoid Park


Gus Van Sant

Drammatico | Francia, Usa
(2007)

E’ composto di frammenti “Paranoid Park”: scenari sgranati, implicazioni intraviste, sequenze suggerite. Dopo la celebre trilogia Gus Van Sant firma un’opera colossale e la supera concettualmente: quei film raccontavano di accadimenti tragici, più o meno definiti, dalla pura astrazione (il capolavoro “Gerry”) fino ai riferimenti contingenti (“Elephant” e “Last Days”), scolpiti nella recente memoria della civiltà occidentale. Episodi emblematici di devastazione, ma sempre casi di singole derive. Invece, “Paranoid Park” prende una fonte scritta, il romanzo di Blake Nelson, e la maneggia alla sua maniera (GVS: Ho giocato molto con la struttura della storia) per puntare a un obiettivo quasi ideale: andare alle fonti della corruzione. Il giovane Alex non medita misfatti e non sfoggia tendenze criminali, è solo un ragazzino spaesato che si appresta al Paranoid Park: il luogo dove compromettersi. Così la collana di circostanze quotidiane, dal college alla fidanzata, viene ripercorsa con la solita vansantiana ironia ma letteralmente en passant: particelle seghettate, quadri distorti e situazioni incomplete all’insegna della distrazione.

Anche l’incontro con la morte acquista segno grottesco e paradossale nello sguardo del protagonista, a segnalare nuovamente la capriola della prospettiva: la cinepresa non fruga realmente l’animo del ragazzo, bensì le rugose nervature del parco. E’ l’unico mostro che insinua davvero apprensione perché, come ricordano i ralenti mistici che lo perlustrano, alla stregua di una cattiva stella immateriale questo spazio colpisce direttamente i destini e li rovina.

Una materia esplosiva che trova il regista al bivio: in beffardo equilibrio tra narrazione e destrutturazione – abbiamo una trama chiara ma continuano a mescolarsi istanti cronologici, a lasciarsi e riprendersi – “Paranoid Park” non rinnega nulla ma è dosaggio consapevole di entrambi. Con sfavillanti caratteristiche dell’autore (la perdizione degli adolescenti, l’inconsistenza degli adulti, l’estetica del brutto – un’altra splendida ragazzina con i brufoli) e almeno una novità rilevante: il ritorno alla fotografia di Christopher Doyle, dopo “Psycho”. Il geniale cinematographer, anche nel ruolo dello sfuggente zio Tommy, in apparenza suona estraneo alle sue corde ma invece afferra impeccabilmente il discorso: al contrario degli ultimi Kar-Wai, qui la trovata esteriore non resta a sé stante ma suggella una pioggia di momenti narrativi a cavallo tra guizzo concettuale e immagine al potere (il fondo autunnale, il gelido amplesso, i congressi di skaters, da ricordare tutti a partire dalla suprema esibizione sull’erba). Nessuno è mai pronto per il Paranoid Park, si afferma nel film: lecito pensare che anche i due Gerry, gli assassini della Columbine High School e la rockstar suicida Kurt Cobain vi abbiano messo piede. Tutti totalmente sprovveduti.

Sui titoli di coda “Strongest Man in the World” dei Menomena: “I am fused out of iron, iron…”.

(in collaborazione con Gli Spietati)

01/01/1970

Cast e credits

Titolo Originale
Paranoid Park
Distribuzione
Lucky Red
Durata
85'
Produzione
Charles Gilibert, David Allen Cress, Marin Karmitz
Sceneggiatura
Gus Van Sant
Fotografia
Christopher Doyle, Kathy Li

Trama

Portland, Oregon. Alex, skater sedicenne, un sabato sera va a Paranoid Park e conosce un tizio che vive lì. I due saltano su un treno in corsa, ma qualcosa va storto e ci scappa il morto. A scuola di Alex si presenta un detective che vuole parlare con gli skater…
Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica

Romería – Il mare dei ricordi
Romería – Il mare dei ricordi

Al suo terzo lungometraggio, la cineasta spagnola Carla Simón ripropone approccio autobiografico, tematiche e stile all'interno di un film estivo nuvoloso e melanconico che si ibrida con una detection esistenziale

L’amore che rimane
L’amore che rimane

Pálmason si fa cantore della semplicità e mette in scena un'elegia del quotidiano in cui il paesaggio, rispettato e custodito dai personaggi, diventa protagonista e spazio emotivo del racconto

The Sea
The Sea

Premiato ai locali Ophir Awards, il candidato israeliano al Premio Oscar per il miglior film internazionale "The Sea" di Shai Carmeli-Pollak narra il viaggio clandestino di un giovane palestinese attraverso Israele secondo i canoni del road movie e del coming of age più classici, che si condivide più di quanto si apprezzi