CAST & CREDITS

cast:
Kristen Connolly, Chris Hemsworth, Anna Hutchison, Fran Kranz, Richard Jenkins, Bradley Whitford, Sigourney Weaver

regia:
Drew Goddard

distribuzione:
M2

durata:
95'

produzione:
Joss Whedon

sceneggiatura:
Joss Whedon, Drew Goddard

fotografia:
Peter Deming

scenografie:
Martin Whist

montaggio:
Lisa Lassek

costumi:
Shawna Trpcic

musiche:
David Julyan

Quella casa nel bosco | Recensione | Ondacinema

Quella casa nel bosco

di Drew Goddard

horror, Usa (2012)

di Simone Pecetta

Voto: 8.5

"Metterà la parola fine a tutti gli altri horror sulle case stregate"[1] ha detto orgoglioso Whedon presentando il suo ultimo sforzo congiunto con il regista esordiente Drew Goddard. E forse basterebbe solo questa affermazione per recensire un film che, palesando tutti gli automatismi delle pellicole del terrore e rimettendoli in gioco a sempre nuovi livelli con laconica semplicità e sguardo entomologico, disseziona la carcassa di un genere logoro regalandoci - è questo il caso di sbilanciarsi - il capolavoro definitivo di un intero filone del cinema horror.

La casa nel bosco è infatti uno dei tanti luoghi del cinema horror. Topos inossidabile che guida la mappatura di una intera costellazione di cliché che vede in prima fila una manciata di ragazzi: la bella di turno e il fidanzato macho, l'intellettuale e il buffone del gruppo, non da ultima la virginale final girl, che solitamente possiamo individuare sin dalla prima inquadratura. Ma non solo: il bifolco pazzo può colorire lo scenario, qualche raccapricciante orrore deve sempre essere dietro l'angolo. Ma non è questo il caso di essere semplicistici e sbrigativi perché "Quella casa nel bosco" è il gioco perverso che i "burattinai" Goddard e Whedon si divertono a inscenare per decostruire i trucchi che tutto il cinema di genere che li ha preceduti aveva edificato. Smascherando i meccanismi di un horror canonico, forgiano un raffinato film-labirinto che, sin dai suoi molteplici inizi, si profila come la più complessa architettura dell'orrore nel nuovo millennio.

ATTENZIONE: RISCHIO SPOILER! La lettura di quanto segue è consigliata a visione ultimata

Cerchiamo di scavare più a fondo. Il primo inizio è quello dei titoli di testa che narrano per immagini fisse d'un antico rituale di sangue, sembra che quello che ci apprestiamo a vedere sarà un horror che farà leva su paure ancestrali e mitiche, finché, nel secondo inizio che arriva subito dopo il breve incipit, vediamo invece due impiegati (gli indimenticabili Richard Jenkins e Bradley Whitford, impiegati-sceneggiatori del terrore nonché alter ego di Whedon e Goddard, che coloreranno con grande ironia l'intera pellicola) discutere tra loro mentre si accingono a incominciare la giornata lavorativa.  L'accostamento è straniante e il titolo del film, che subito irrompe bloccando il fotogramma dei due, si imprime con grossi caratteri color sangue. Impossibile non riprovare quella rara sensazione di gelo che accompagnava anche il titolo di "Funny Games".
Lo stacco su una comitiva di ragazzi che si appresta a trascorrere il fine settimana in uno chalet nei boschi è il terzo e ultimo inizio: i personaggi sono delineati immediatamente con tutti gli elementi che li rendono riconoscibili nel loro stereotipo, donando al film il più anticonvenzionale dei canonici avvii e al contempo disponendo sapientemente tutte le pedine che condurranno al sadico gioco al massacro che tingerà d'un rosso profondo l'intera pellicola.

Sono passati appena cinque minuti dall'inizio del film, ma già sappiamo che ci troviamo davanti a qualcosa di insolito, ci troviamo a sprofondare in un abisso dell'orrore dopo l'altro (il gruppo di ragazzi > i tecnici e gli scienziati > le arcane divinità). Stiamo assistendo a uno spettacolo di sapiente distruzione d'un genere che parte dalle fondamenta saldamente piantate dall'asse Raimi-Craven che aveva saputo in due epoche differenti rivitalizzare l'horror che sembrava implodere su se stesso. Entrambi strizzando l'occhio ad altri generi, entrambi senza elemosinare sull'eccesso grottesco che ripiegava volontariamente nel comico. Oggi, con "Quella casa nel bosco", l'elemento comico si fonde tanto strettamente a quello dell'orrore da non poterli disgiungere senza perdere la sottile alchimia che, con semplice ma pura maestria, lega con un doppio filo i destini dei singoli a un'apocalisse incombente. Senza disdegnare una strizzatina d'occhio all'horror politico carpenteriano, vediamo la società del grande fratello[2] giocare al massacro con gli stereotipi che partorisce fagocitandoli, sacrificandoli in una carneficina mediatica come dono ad arcaiche divinità, pubblico silenzioso, ma esigente il cui giudizio tremendo è sempre dietro l'angolo. Ovviamente l'immaginario dello spettatore è catapultato nei pressi de "La casa" e del suo più fortunato sequel "La casa 2" di Sam Raimi, a più riprese citati nel corso della pellicola.
I personaggi sono pupazzi manovrati da esperti burattinai che per ottenere il diletto e il favore del pubblico devono essere scarnificati, martirizzati l'uno dopo l'altro in una pagana via crucis lastricata di cadaveri, ma oggi c'è un occhio freddo che monitora il tutto per far sì che quel che deve accadere accada realmente con l'ordine, la precisione e il rigore che l'era della tecnologia e della scienza pretendono. È questa l'apoteosi di una tecnocrazia del brivido[3] che già Hitchcock, in qualche modo, auspicava e attraverso la quale solamente si rende accessibile la concreta possibilità di porre domande sulle radici stesse della scrittura cinematografica che sembra oggigiorno esser diventata nient'altro che un compito d'ufficio da espletare.
Gettando in prima fila gli uomini che solitamente, invece, restano dietro il sipario, vediamo come tutti i personaggi vengono trasformati nello stereotipo che devono essere semplicemente pigiando un bottone[4]: mai come in "Quella casa del bosco" è stato necessario, ma funzionale ed efficace mettere in scena un campionario di personaggi atoni e inespressivi, ragazzi che divengono il canovaccio del loro personaggio-stereotipo. L'unico a salvarsi è Marty, il buffone sballato, emarginato e zittito dai compagni, affinché non dica sciocchezze mentre è il solo che riesce, per la sua diversità, a intuire l'orribile verità che si sta concretizzando. L'unico che con lo sguardo trapassa la banalità della pellicola in cui si trova a essere protagonista (appeso alla parete non vede una testa di lupo, ma quella di un alce che invece è appesa ne "La casa" di Raimi), l'unico che comprende e infine chiaramente ci dice che forse è ora di voltare pagina e pensare a un nuovo futuro per l'umanità, ovvero per il cinema.

Ma chi sono le menti ingegnose dietro questa operazione? Joss Whedon e Drew Goddard, pressoché sconosciuti al grande pubblico, iniziano il loro prolifico sodalizio sin dai primi anni 2000 quando il secondo si unisce come sceneggiatore al progetto "Buffy. L'ammazzavampiri", serie tv della quale Whedon era creatore e regista. Mentre Goddard matura anche venendo a contatto con il talento di J.J. Abrams prima sul piccolo schermo scrivendo capitoli fondamentali di "Alias" e "Lost" e poi facendo il salto al cinema firmando la sceneggiatura di "Cloverfield"; dall'altra parte Whedon continuerà a partorire serie televisive che diventeranno dei veri e propri cult per il pubblico di mezzo mondo: il già citato "Buffy", ma anche "Angel", il capolavoro incompleto "Firefly", "Dollhouse", ma anche l'ambizioso progetto del musical-web-seriale "Dr. Horrible's Sing-along Blog"; e dirigendo per il grande schermo due sole pellicole come "Serenity", miglior film di fantascienza uscito nel nuovo millennio, e il colossale cinecomic "The Avengers".
Ma i due sono solo i capofamiglia di una brigata di amici che collabora da ormai un decennio, come gli attori Fran Kranz e Tom Lenk e una folta schiera di tecnici, cui si vanno ad aggiungere i preziosissimi contributi dello scenografo Martin Whist ("Cloverfield", "Super 8") e del maestro della fotografia Peter Deming che ha alle spalle, tra i tanti lavori, "La casa 2", "Scream 4", "Strade perdute" e "Mulholland Drive".

In un impietoso, ma tremendamente divertente bagno di sangue "Quella casa nel bosco" è un puro atto d'amore verso il cinema del terrore e un genuino regalo ai fan anche più esperti e smaliziati del genere: la sorprendente abilità registica di Goddard, qui nel suo esordio dietro la cinepresa, guida gli spettatori tra i corridoi dello chalet con carrellate che caricano di tensione lo spettatore, la scrittura dei dialoghi è godibile e fluida, seppur intrecciata su più possibili livelli di lettura, in cui nulla è lasciato al caso.
Pellicola ricca e complessa anche sul piano strutturale-architettonico e nella composizione di un mosaico di situazioni, luoghi e figure che culminano nel turbine morboso d'un autentico mattatoio. E qui - lasciatecelo dire - arriva il vero godimento. Non è il caso di citarli tutti, ma immaginate di racchiudere insieme gli orrori de "La casa", "Hellraiser", "It", "The Ring", "Two Sisters", "Venerdì 13", "The Strangers", "Shining" ma anche tanti - ma davvero tanti - altri, shakerando fantasie innominabili in un terremoto che fa grondare di sangue il suolo e schizzare il bodycount alle stelle. Estasi.

"Quella casa nel bosco" è un'operazione cinematografica tanto intelligente da poter risultare, infine, dannosa anche per il suo stesso bene, ma il duo Whedon-Goddard parla chiaro: ora non resta altro che il pubblico si svegli dal suo torpore affinché l'apocalisse cinematografica che profetizzano si possa compiere, perché questo non è semplicemente un altro film che si diverte a darvi in mano le istruzioni per l'uso come tante altre pellicole "postmoderne", ma l'opera che invece si compie in una vera e propria catarsi, facendosi carico di tutti i peccati di un genere. Ora è possibile ricominciare a raccontare delle storie.
Girato nel 2009 e uscito solo dopo che il piano della Lionsgate di virare il film in 3D è fortunosamente fallito, esce a sorpresa il miglior film dell'anno in corso: il succo perfetto degli ultimi trenta e oltre anni di terrore che deve lottare contro un doppiaggio italiano che rasenta il puro orrore (e qui c'è davvero poco da ridere). Un compendio magistrale e appassionato all'horror delle case stregate che speriamo segni il passo per la rinascita di una rinnovata, vitale e oscura stagione del cinema dell'orrore.



[1] "Quella casa nel bosco" pressbook, p.3

[2] Si veda ad esempio la miniserie britannica "Dead Set". Non casuale anche la presenza nei laboratori sotterranei di un operatore chiamato "Truman".

[3] Hitchcock confessò al suo amico e collega Ernie (Ernest Lehman) la sua visione strumentale del cinema come medium tra il regista ed il pubblico; Si immaginava anche un futuro in cui non avrebbe più avuto bisogno dell'impianto filmico per raggiungere il suo scopo: "E un bel giorno non dovremo nemmeno fare più film: ci saranno degli elettrodi impiantati nel loro cervello, e noi dovremo solo pigiare dei bottoni e loro faranno "oohh" e "aahh" e li faremo piangere, e li faremo ridere." (citato in D. Spoto, Il lato oscuro del genio: la vita di Alfred Hitchcock, Lindau, Torino 1999, p.440).

[4] Cosi in "Quella casa nel bosco" gli impiegati del terrore nella loro sala dei bottoni dirigono uno spettacolo che come spiega il regista Goddard "ad un primo livello [...] funziona come un classico film del terrore: un tipico film da popcorn", ma questo è solo un punto di partenza "per porre alcune domande sull'umanità in generale. Per quale motivo sentiamo l'esigenza di emarginare, oggettificare e massacrare dei ragazzi? Non è qualcosa di specifico al genere horror, o al cinema in generale, o alla cultura contemporanea. Infliggiamo le stesse cose ai giovani da sempre." ("Quella casa nel bosco" pressbook, p.4 ).