Class Enemy

Class Enemy


Rok Biček

Drammatico | Slovenia
(2013)

“Class Enemy”, esordio del non ancora trentenne sloveno Rok Biček – vincitore della Settimana della Critica a Venezia 2013 – si svolge tutto racchiuso entro le mura di una scuola. Zupan, professore di tedesco dai metodi apparentemente fermi a un’epoca che diremmo pre-‘68, sostituisce una professoressa molto amata dalla sua classe, che si deve assentare per maternità. L’impatto con la classe, abituata a metodi educativi odierni – partecipati, morbidi e finanche lassisti – sarà traumatico. Appena pochi giorni dopo, verrà dato alla classe l’annuncio scioccante del suicidio di una studentessa, che proprio da Zupan aveva subito un severo ammonimento. Zupan rimane imperturbabile: pretende anzi di fare della morte della ragazza un esempio educativo. E si ostina in lezioni in lingua totalmente prive di empatia. In classe cova la rivolta.

Giacché fa di una classe scolastica un metaforico microcosmo sociale, è inevitabile raffrontare la pellicola di Rok Biček con il capolavoro di Laurent Cantet “La classe” (“Entre les Murs”, dentro le mura, era il significativo titolo originale della palma d’oro 2008). Il parallelo tuttavia si ferma qui: oltre alla caratterizzazione radicalmente opposta dell’insegnante protagonista, infatti, le differenze sono palesi sia a livello di messa in scena, sia soprattutto di prospettiva.

Biček ha il gusto della provocazione. Laddove Cantet si limitava a riscontrare l’incapacità delle istituzioni a far fronte alla complessità dei conflitti, il giovane regista sloveno punta a sviscerare le ipocrisie dei compromessi democratici.

Come registro linguistico, Biček, in sintonia con gli standard attuali, predilige la camera a mano leggermente mossa (restando per fortuna ben lontano dallo stucchevole Dogma-derivatismo che infastidiva la fruizione de “Il caso Kerenes” di P. Netzer, altrimenti notevole). Pur con l’ausilio della camera a mano, capace per sua natura di restituire efficacemente la caotica concitazione degli eventi, Biček (a differenza di Cantet ne “La classe”) non riesce sempre a far fluire la pellicola come cogliesse davvero in presa diretta l’esplosione dei conflitti interpersonali. Il che, a un’opera prima, si perdona volentieri: più grave semmai l’inclinazione a fare di quasi ciascun episodio una tesi, e pressoché di ogni gesto un indizio. Il film ne risente, un po’ troppo soffocato dall’aspirazione all’allegoria sociologica, esplicita sin dal titolo.

Si tratta d’altra parte dell’unico vizio di una pellicola, sì a tesi, sì ambiziosa, ma raffinata e complessa. Alle tesi, difatti, cominciano subito ad affiancarsi le antitesi, cosicché la visione si fa mano a mano più interessante, sino a un twist finale forse non imprevedibile, ma di certo notevole. La negatività in cui sembra essere visto il professor Zupan, progressivamente, si stempera; la ribellione, nel suo estremizzarsi, finisce per nutrirsi di se stessa, strozzarsi in vicoli ciechi di bieco tornaconto, rinnegare le proprie basi (si arriva all’ostilità verso la professoressa un tempo amata). Lo scenario iniziale di rivolta contro la coercizione cede il posto a un articolato affresco, in cui nessuno appare più veramente nel giusto. Tutti interessati anzitutto a difendere il proprio orticello, a mantenere le posizioni acquisite.

Mentre intorno si scatena la tempesta, il professor Zupan rimane imperturbabile. Impenetrabile nella sua asetticità, a tratti quasi disumana. La sua funzione diegetica può accostarsi a quella del giovane misterioso, “motore immobile” del “Teorema” pasoliniano.

I suoi metodi educativi sono incentrati sul pretendere dagli studenti lo sforzo di individuarsi, attraverso il compimento di scelte e la formazione di opinioni. Ma è rigido e impositivo. Tanto basta a venire tacciato di nazismo.

Zupan rappresenta l’elemento di provocazione che svelerà l’ipocrisia dominante, in un generalizzato accomodante e smidollato conformismo. Ad essere ipocriti, e interessati al proprio esclusivo vantaggio non sono tanto i ragazzi (tra i quali pure finiscono per innescarsi conflitti trasversali), quanto i genitori e gli altri insegnanti. Biček non manca di sottolineare, eccedendo nel didascalismo, ma cogliendo comunque nel segno, come quando la professoressa di ginnastica, inizialmente attratta da Zupan, diverrà la sua più ostile nemica dopo esser stata da lui rifiutata.

Non sbaglia chi vede in “Class Enemy” l’influenza di Haneke. Se tuttavia c’è, effettivamente, in Biček, un certo sadismo nei confronti del pubblico, è diverso da quello di Haneke, nel cui cinema è proverbiale il rifiuto di fornire risposte. Al contrario, il teorema di Biček ha una sua chiara soluzione, esplicita persino, dal momento che il film si chiude con un discorso del professor Zupan più che mai didascalico. Inoltre, se ad Haneke interessa il principio di autorità e la reazione ad esso (pensiamo a “Il nastro bianco“), Biček è affascinato da come siano i rapporti di forza a permeare le azioni e le reazioni. Con l’intento comunque anche lui, come Haneke, di svelare da ultimo il ruolo fondante dell’ipocrisia, nel tenersi insieme dei rapporti sociali.

Biček ha personalità da vendere: attendiamo la sua seconda prova, curiosi di conoscere se cadrà nella tentazione di assecondare i risvolti più schematici della sua acredine polemica, o piuttosto saprà affinare una notevole capacità nel rovesciamento delle aspettative. Una capacità che pare già matura in certi tratti stilistici. Notevoli, in questo senso, due momenti in cui, grazie semplicemente al mantenimento della traccia sonora, i controcampi sul volto intenso e teso di Zupan si rivelano solo dopo diversi secondi essere non già dei controcampi, quanto invece un cambio di scena che spezza l’unità di tempo, luogo e azione in cui da spettatori avevamo creduto ancora di trovarci. Una capacita e un gusto di spiazzamento dello spettatore verso cui ci sembrerebbe interessante potesse tendere la sua poetica e il suo stile.

11/10/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Razredni sovraznik
Distribuzione
Tucker Film
Durata
112'
Produzione
Triglav film
Sceneggiatura
Nejc Gazvoda Rok Biček Janez Lapajne
Fotografia
Fabio Stoll
Montaggio
Janez Lapajne Rok Biček

Trama

In una classe di una scuola superiore slovena, l'arrivo di un nuovo professore di tedesco innesca rapidamente un conflitto fra allievi e corpo insegnante. Quando una studentessa muore tragicamente, gli equilibri già precari sono pronti ad esplodere.
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