NAZA

NAZA


Yuval Abraham, Rachel Szor

Documentario | Uk
(2026)

“Fu solo dopo molti anni che, dopo aver letto Noam Chomsky, imparai che era possibile
unire il rigore accademico più esigente con la più bruciante indignazione morale;
che un’argomentazione intelligente non dev’essere una intellettualizzante.”

Norman Finkelstein[1]


L’edizione della Mostra del cinema di Venezia iniziata con l’aggressivo seppur giocoso anti-militarismo del finale di “Wild Horse Nine” e con Tsukamoto Shinya che chiedeva incessantemente al suo protagonista veterano del Vietnam perché avesse ucciso delle persone si avvia alla conclusione con la medesima domanda che riecheggia, a un certo punto, in “NAZA”, mentre il regista Yuval Abraham è impegnato a intervistare un ufficiale di un’unità d’intelligence d’élite dell’esercito israeliano. Evidentemente il militare è ancora lontano dal livello di elaborazione del trauma di Nelson Allen e risponde solo con un laconico “non lo so”, dopo una lunga pausa. Questo rappresenta solo uno dei moltissimi muri su cui si schianta il tentativo del documentario di Abraham e Rachel Szor (la metà israeliana del collettivo dietro a “No Other Land”) di indagare le ragioni dei crimini commessi a Gaza, dal momento che la maggior parte degli intervistati, con i volti nascosti nelle tenebre, nega le proprie responsabilità in quanto commesso, ascrivendole alla generica struttura del potere militare o alla capacità di giudizio alterata a seguire gli attacchi del 7 ottobre.

Tale evasività nelle risposte riguardanti la dimensione etica e morale delle proprie azioni (che d’altronde non competono ai militari, come più di un intervistato afferma) è controbilanciata comunque dalla liberalità con cui gli informatori di Abraham e Szor spiegano minuziosamente il funzionamento dei vari meccanismi di sorveglianza, identificazione e sterminio che l’esercito israeliano adopera contro la popolazione palestinese di Gaza. Approfonditi nei vari capitoli in cui è diviso “NAZA”, a cui va aggiunta la sezione dedicata alla propaganda anti-palestinese, questi strumenti palesano il carattere sistematico dell’oppressione israeliana e il suo intento mortifero, una macchina dal funzionamento impeccabile, non perché non sbagli mai, tutt’altro a sentire gli aspiranti whistleblower del documentario, ma perché estremamente efficiente nel produzione della materia per cui è stata progettata: cadaveri (per citare un’altra delle persone intervistate). Non stupisce che uno dei coronamenti tecnici di questi sistemi sia l’attribuzione ad “agenti intelligenti” del compito di stabilire quando vada compiuto un bombardamento, anche in base a quante NAZA, nezek agavi, danni, cioè vittime, collaterali, siano previste, come spiegato con grande passione da uno dei primi intervistati.

Nonostante la sua breve durata (solo 80 minuti) “NAZA” pare un fiume in piena, coi dettagli sulle operazioni dell’IDF e sulle tecnologie da loro usate che si accumulano e si intersecano fra di loro via via col susseguirsi delle interviste, permettendo il dipanarsi della comprensione degli strumenti di sterminio perfezionati da Israele nel corso degli ultimi anni. A tratti può essere difficile stare dietro a tutte le informazioni fornite dagli intervistati, anche se forse è la crudezza di ciò che narrano a rendere più difficile una fruizione completa dell’opera, la quale non risparmia alcuna immagine (sonora) a chi guarda, tanto che quando compaiono le effettive immagini della distruzione di Gaza, quando si vedono gli effetti delle mirabolanti tecniche descritte nel dettaglio in precedenza, l’effetto pare addirittura attutito. Questo anche perché tale visualizzazione dell’orrore non rappresenta il culmine retorico di chissà quale invettiva, ma solo la mera raffigurazione di ciò che si è descritto finora a parole, in modo che si comprenda a 360° il funzionamento dell’apparato di morte israeliano, funzionamento che a tratti gli stessi perpetratori sembrano non cogliere completamente.

Ridotti a ingranaggi, conniventi, di una macchina molto più grande gli ufficiali e analisti israeliani intervistati da Abraham e Szor sembrano a tratti non comprendere nemmeno le domande che gli vengono poste, rappresentando l’isolamento della società israeliana rispetto all’enormità di ciò che avviene a Gaza e alla sua ricezione internazionale, anche ai livelli più alti della catena di comando, anche nei contesti in cui ci si aspetterebbe maggiore lucidità. Non appare perciò velleitaria la scelta di rappresentare Tel Aviv (“sorta dal deserto”, come si dicono gli israeliani, falsamente, come illustra la pellicola mostrando materiali d’archivio sulla distruzione degli insediamenti arabi preesistenti) come un’immensità quasi priva di vita, coi cittadini raffigurati per singoli dettagli anatomici (come i corpi dei palestinesi lacerati sotto le macerie), senza volti, come i numeri che macina la macchina di morte israeliana. Tali sequenze intervallano le varie interviste, mostrando l’indifferenza della metropoli sul Mediterraneo, sineddoche dell’intero paese, a livello micro (i singoli intervistati) quanto macro, sancendo al contempo un contrasto visivo fra l’oscurità delle interviste rivelatrici (con spesso solo il volto di Abraham a essere pienamente visibile) e l’illuminazione costante e accecante della città, ancora adombrata dall’indifferenza.

La natura paradossale del conflitto esploso dopo il 7 ottobre viene così resa a livello visivo, sebbene spesso emerga anche dalle conversazioni che costituiscono il nerbo di “NAZA”, in cui il vittimismo di Israele e la sua egemonia militare, tecnologica, mediatica, si intrecciano senza fine, come evidenziato anche dai vari interventi di Benjamin Netanyahu che cadenzano i capitoli del film assieme a quelli di vari esperti, politici e presentatori, generando una sinfonia di contraddizioni che riflette da un punto di vista macro quella micro che i singoli informatori rivelano coi loro discorsi. Non che sia ovviamente difficile evidenziare i paradossi di una nazione che celebra Claude Lanszmann per il suo meticoloso lavoro di documentazione sulla Shoah e nel frattempo organizza un genocidio, come i vari intermezzi con materiali d’archivio tendono a sottolineare. Le forti scelte visive di Abraham e Szor servono inoltre a rinforzare la riflessione sul ruolo della tecnologia nello sterminio dei palestinesi e in generale sulla creazione di un enorme apparato di controllo, elemento centrale nelle prime due sezioni della pellicola, ma che invero riaffiora costantemente, permettendo di proporre riflessioni che vanno pure al di là del soggetto, in generale estremamente focalizzato, di “NAZA”.

La quasi totale assenza di volti umani che non siano quello dell’intervistatore di profilo, tranne nel caso siano mediati da un profluvio di schermi, e invece la costante rappresentazione di palazzi in costruzioni, chiassosi panorami urbani e ogni genere di marchingegno raccontano di una nazione che non solo ha smarrito la propria umanità in senso metaforico, ma che addirittura pare aver subaffittato alle macchine la maggior parte dei compiti (gli umani trasformati in spettatori, fruitori di servizi, oppure che vagano senza meta). L’efficacia della macchina di sterminio, stando ad alcuni dei suoi creatori intervistati nel film, sta proprio nella riduzione al minimo del coinvolgimento umano, finendo per attribuire alle intelligenze artificiali il compito di stabilire se qualcuno debba morire o no. Se l’assonanza fra NAZA e Gaza è scontata, tanto da far sembrare quasi arbitraria la scelta di quell’acronimo, può essere più fruttifero (e rischioso) citare quella fra NAZA e NASA, sottolineando una filiazione, che si muove in maniera carsica, fra i grandi progressi della tecnica novecentesca e le attuazioni nel XXI secolo, in un circolo che riconduce le tecnologie militari adoperate poi per scopi civili di nuovo a finalità militari, in una “guerra” che però è contro tutto e tutti.

Vi sono stati numerosi approfondimenti sulle modalità in cui il genocidio e l’apartheid in Palestina sono divenuti il terreno di prova per l’utilizzo ai fini di controllo delle più recenti tecnologie, dall’uso di droni al costante ricorso ai LLM, dal decision making bellico a come condurre la guerra ibrida sui media, e “NAZA” si rivela un altro capitolo, fondamentale per chi scrive, di questa riflessione ancora in divenire[2]. D’altronde, “NAZA” non finisce in senso proprio, come non è finito il genocidio a Gaza, come ricorda l’ultimo quadro del film, accompagnando chi esce dalla sala con una serie di domande che continuano a scavare carsicamente nella coscienza. Le stesse domande che Yuval Abraham pone costantemente agli intervistati. Le stesse domande che rimangono senza risposta.




[1] N. G. Finkelstein, “Haunted House”, Monthly Review Online, 13/05/2006, https://mronline.org/2006/05/13/haunted-house/

[2] Per un’introduzione all’argomento si rimanda ai seguenti articoli: Y. Abraham, “‘Lavender’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza”, +972 Magazine, 03/04/2026, https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/, S. Goodfriend, “U.S. Companies Honed Their Surveillance Tech in Israel. Now It’s Coming Home.”, The Intercept, 30/04/2025, https://theintercept.com/2025/04/30/israel-palestine-us-ai-surveillance-state/, “Gaza is the Blueprint”, Watch the State, 08/03/2026, https://watchthestate.substack.com/p/gaza-is-the-blueprint, “Why Israel Is So Entangled With Surveillance Tech”, State of Surveillance, 2026, https://stateofsurveillance.org/news/israel-surveillance-tech-export-pipeline-explained-2026/

12/09/2026

Cast e credits

Distribuzione
I Wonder Pictures
Produzione
JW Films, The Guardian Documentaries
Sceneggiatura
Yuval Abraham, Rachel Szor
Fotografia
Rachel Szor
Montaggio
Yuval Abraham, Rachel Szor
Musiche
Sound Design: Lars Ginzel, Benjamin Hörbe, Rob Farr
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