coming of age, animazione | Francia/Belgio (2025)
Scelta voluta o casuale che sia, quella di distribuire un film come "La piccola Amélie" nel primo giorno dell’anno pare una decisione quanto meno interessante, considerando quanto la nascita e il principio in generale ricoprono un ruolo significativo all’interno del film di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han. La pellicola comincia difatti con la nascita della protagonista eponima, intesa come momento in cui si viene al mondo, ma quel che diviene presto centrale è la nascita come progressivo venire alla luce, processo di illuminazione che porta la protagonista a comprendere incontro dopo incontro, evento dopo evento, il proprio posto nel mondo. Tale elemento viene reso in termini visivamente immaginifici ogni qual volta che Amélie si trova a progredire nella sua crescita, prima passando dall’immobilità all’azione all’età di due anni, poi dall’isolamento all’apertura all’altro intorno ai due anni e mezzo e infine giungendo all’accettazione dell’impermanenza di tutte le cose e della propria umanità nel terzo compleanno.
Rifacendosi al concetto giapponese che ogni bambino nasce come una divinità e decade via via da questo stato per trovare la propria umanità, Maïlys Vallade e Liane-Cho Han realizzano col loro esordio al lungometraggio "La piccola Amélie" un coming of age della prima infanzia tanto semplice nella trama, quanto ricco dal punto di vista visivo, il quale adotta una fantasmagoria di colori e forme per rendere la costante sorpresa della protagonista alla scoperta del mondo. Non pare casuale al scelta di rendere i primi minuti della pellicola con una serie di campi medi statici, efficaci semmai a mettere a confronto l’immobilità di Amélie neonata e il mutare di ciò che la circonda ricorrendo al time lapse, almeno fino a che il terremoto che scuote la piccola protagonista dalla succitata stasi dà il via alla fragorosa fase successiva, in cui sono i pianti e la rabbia della bambina, prigioniera di un corpo non adatto a una divinità, a riempire la banda sonora così come lo schermo. La successiva trasformazione, quella che avviene attorno ai due anni e mezzo, fa entrare la pellicola nel vivo, mettendo in scena la costante sorpresa di Amélie di fronte al mondo con una serie di sequenze visionarie e un uso espressionistico dei colori e delle forme che rende eccezionale anche l’elemento più mondano.
Coerentemente col punto di vista infantile che la pellicola adotta ("La piccola Amélie" non a caso abbonda di soggettive della protagonista), Vallade e Han si tengono ben distanti da una rappresentazione realistica del mondo in cui Amélie si muove, per quanto il contesto sia molto ben definito (i sobborghi rurali di Kōbe sul finire degli anni 60). I due cineasti optano infatti per un character design dai tratti tondeggianti e in maniera significativa privi di linee nette che separano i personaggi dalle cose e dagli ambienti in mezzo a cui si muovono, mentre la palette colorimetrica abbonda di colori caldi, con l’ampio ricorso alle sfumature e a colori pastello che aiuta a sua volta a dissolvere i contrasti. Sebbene a tratti lo stile visivo de "La piccola Amélie" ricordi la recente animazione in cel shading e la sua ambizione di far coesistere le potenzialità dell’animazione 3D con un’estetica memore dell’animazione tradizionale, il modello più importante, come ricordato anche da Liane-Cho Han in questa intervista, è l’animazione giapponese, in primo luogo quella di Katabuchi Sunao e quella del compianto Takahata Isao.
Il duo di registi rende così omaggio fin dall’aspetto visivo all’ispirazione nipponica dell’opera, la quale d’altronde adatta il romanzo semi-autobiografico "Metafisica dei tubi" della scrittrice belga francofona Amélie Nothomb, a sua volta figlia di un diplomatico belga di lungo di stanza in Giappone, valorizzando i riferimenti citati in virtù dei temi centrali dell’opera. Infatti, in due delle opere più importanti dei registi succitati, rispettivamente "In questo angolo di mondo" e "La tomba delle lucciole", la seconda guerra mondiale e le sue conseguenze sul Giappone sono al centro del racconto, in maniera più esplicita ma non del tutto dissimile da ciò che avviene ne "La piccola Amélie". Qui l’importanza della guerra emerge nel contrasto fra le due persone giapponesi con cui la protagonista ha modo di interagire, ovvero la padrona di casa Kashima, altera vedova di guerra rosa dall’odio per gli occidentali, e la giovane domestica Nishio, la quale sembra proiettata verso il futuro nonostante abbia perso tutta la famiglia durante il conflitto. In mezzo Amélie, bambina sospesa fra due mondi (si autodefinisce giapponese) e difatti costantemente inserita in ambienti liminali (rive di stagni, spiagge, sentieri, finestre, la soglia fra la vita e la morte), nonché l’unica che sarà in grado, forse, di riappacificare le due donne, e soprattutto Kashima con sé stessa.
Alla luce della sua natura "divina" e del fatto che paia giunta sulla Terra per cambiare la vita delle persone che la circondano, la piccola Amélie non può non ricordare la protagonista di un’altra pellicola del già citato Takahata, ovvero la Principessa splendente del (anche in questo caso) quasi omonimo film. Nonostante l’estetica dell’opera dell’animatore giapponese mantenga un suo carattere ben distinto, è impossibile non vedere nello stile semplice eppure carico di pathos de "La piccola Amélie" un altro omaggio a Takahata e al suo capolavoro testamentario, un’altra opera di coming of age, illuminazione e accettazione della perdita che fa della sua ricchezza visiva un modo per rendere il carattere sfaccettato e meraviglioso del mondo in cui le loro protagoniste decidono di vivere. I mille colori e forme che gli occhi sempre in movimento di Amélie cercano di cogliere si dispiegano in una panoplia di dettagli e primissimi piani che rappresenta la realtà in costante trasformazione e comprensione di una bambina. Un mondo che passa in un momento, come il breve film che lo contiene, ma la cui impermanenza non lo rende meno significativo nel panorama sempre più conformista dell’animazione mondiale. Tanto più perché si tratta di un esordio, l’ennesimo inizio che riguarda "La piccola Amélie".
cast:
Domitilla DAmico, Francesco Bulckaen, Federica Simonelli, Aurora Cancian, Roberta Pellini, Luna Tosti
regia:
Liane-Cho Han, Maïlys Vallade
titolo originale:
Amélie et la métaphysique des tubes
distribuzione:
Lucky Red
durata:
77'
produzione:
Ikki Films, Maybe Movies, Puffin Pictures, 2 Minutes, France 3
sceneggiatura:
Liane-Cho Han, Aude Py, Maïlys Vallade, Eddine Noël
fotografia:
Graphic design: Rémi Chayé, Simon Dumonceau, Thibault Justine, Liane-Cho Han, Eddine Noël
scenografie:
Eddine Noël
montaggio:
Ludovic Versace
costumi:
Character design: Marietta Ren, Marion Roussel, Maïlys Vallade
musiche:
Mari Fukuhara
Kobe, fine anni 60. Amélie, figlia di un diplomatico belga e una concertista, trascorre i primi due anni della sua vita nella totalità immobilità, fino a che un terremoto la spinge a muoversi, rivelando però il carattere scostante della bambina. Questo fino a che la nonna Claude non dà alla piccola un po' di cioccolato bianco, spingendola ad aprirsi al mondo esterno. Col supporto in primo luogo della tata giapponese Nishio, Amélie inizia a scoprire la realtà e a ragionare sul suo posto in essa.