dramedy, noir | Italia/Slovenia (2025)
La prima sequenza di "Ultimo schiaffo" mette immediatamente in risalto il contrasto fra l'ambientazione natalizia della pellicola (la sequenza si svolge effettivamente nella serata del 25 dicembre) e il tono cupo di ciò che questa andrà a mostrare. In un bosco innevato un uomo, ferito in volto, vestito da Babbo Natale, chiama urlando qualcuno che risponde al nome di Marlowe, mentre i primissimi piani sui suoi occhi sgranati e la colonna sonora contribuiscono a creare un'atmosfera tensiva, quasi da horror, che ben contrasta con quel che si vedrà nei minuti successivi. La sequenza che segue riporta infatti la narrazione indietro all'inizio della settimana di Natale e mostra una giornata tipo del duo protagonista, composto dalla volitiva e scostante sorella (maggiore?) Petra e dal mite, per non dire ottuso, fratello Jure, mentre cercano di sbarcare in lunario compiendo tutta una serie di lavoretti nell'angolo all'estremo nord-est d'Italia, spesso senza ottenere il riconoscimento (soprattutto economico) auspicato. Si torna quindi dalle parti dell'esordio al lungometraggio di Matteo Oleotto "Zoran – Il mio nipote scemo", altra dramedy ambientata ai margini del Belpaese, con protagonisti provenienti dai margini della società.
Sebbene "Ultimo schiaffo" condivida molti punti di contatto con l'apprezzato film del 2013, come il focus su un duo di personaggi legati ma diversissimi, l'importanza che un inaspettato talento di uno dei due ha nello svolgimento del racconto e in generale il tono tragicomico, non di rado venato di grottesco, della narrazione (e la presenza di Giuseppe Battiston), la sequenza succitata evidenzia fin da subito che fra le due pellicole vi è un distacco netto, come poi "Ultimo schiaffo" ribadisce in maniera netta. La decisione di iniziare il film con quella che si rivelerà poi essere una sequenza pre-finale serve non solo a prefigurare l'evidente cambio di tono cui la pellicola andrà incontro nella sua parte conclusiva, ma anche a evidenziare quanto tutto ciò che avverrà nel resto dell'opera va inteso come un semplice ingranaggio nel meccanismo che conduce al non così lieto epilogo. Così facendo, la pellicola di Oleotto riproduce a livello strutturale l'intrappolamento percepito da Petra e Jure, la cui principale ambizione (soprattutto della prima, in realtà) è recuperare abbastanza soldi per riuscire ad abbandonare il natio paesino montano e ricominciare altrove. Un'ambizione che, anteponendo il cupo pre-finale all'intera fabula del film, si intuisce già essere destinata a venir frustrata.
Il carattere fatale dello sviluppo della trama di "Ultimo schiaffo", seppur evidente appieno solo al termine della pellicola, sottolinea le ambizione drammatiche, o meglio ancora tragiche, del ritorno sul grande schermo di Matteo Oleotto, il quale racconta in effetti uno scontro impari di due individui dalle capacità, ma soprattutto dalla conoscenza, limitate contro un fato gramo che nella prima metà prende ancora la forma di alcune tragicomiche coincidenze (s)fortuite, le quali però iniziano presto ad assumere sfumature più cupe. Le ambizioni tragiche di "Ultimo schiaffo" aiutano anche a comprendere che vi è più di un legame cosmetico con le opere di Joel e Ethan Coen, in particolar modo con "Fargo", andando ben al di là della comune ambientazione innevata e provinciale (lì erano il Minnesota e il North Dakota, qui il Tarvisiano e l'ex-villaggio minerario di Cave del Predil nello specifico) e il focus su un microcosmo di outcast e di improbabili criminali. Dal duo statunitense Oleotto prende difatti anche l'ambizione di narrare la grande tragedia di un piccolo mondo senza vie di fuga, di personaggi che quasi si mimetizzano, sparendo sullo sfondo, con tale realtà marginale e di altri che si sentono molto più grandi di questa, per poi dimostrare di non essere in grado nemmeno di superare le sfide che un simile piccolo mondo (non così) antico pone loro.
Se l'elemento poliziesco, o in generale investigativo, aveva un ruolo centrale in "Fargo", fungendo spesso da principale motore della narrazione, in "Ultimo schiaffo" esso appare accessorio, se non quando determina il precipitare pre-finale degli eventi della pellicola, forse ancora più perché non animato da poliziotti di paese comunque poco credibili (che qua evitano proprio di sporcarsi le mani) ma da un improbabile scapolo pugliese con la passione per i gialli e i podcast true crime, un vero e proprio outsider destinato a portare turbamento nella comunità isolata, e ancor più nella narrazione. Introdotto nella sequenza iniziale già citata, ma presentato ormai quasi a un terzo della pellicola (in maniera forse sgraziata), questo personaggio, Nicola, si rivela essere un rispecchiamento dei due protagonisti, solitario quanto loro (se non di più) ed egualmente poco considerato dal mondo circostante, nonostante la convinzione di avere a sua volta qualcosa da dimostrare, convinzione che anche nel suo caso conduce all'escalation finale del film. Nicola, similmente "abbandonato" dalla generazione precedente (seppur in modo ben diverso) e dichiaratamente privo di un futuro, ribadisce quanto il già citato gioco di contrasti sia centrale nella logica di "Ultimo schiaffo" e quanto la caratterizzazione dei personaggi sia fondamentale per rimarcarne l'importanza.
Tale strategia discorsiva si sviluppa invero in modalità variegate, passando dalle frequenti montage sequence che giustappongono la musica classica amata da Jure con scene di violenza o tensione alla regia che contrappone molti primi e primissimi piani dei personaggi principali a campi lunghissimi che mostrano il carattere immobile e indifferente della realtà in cui si muovono, non di rado nella forma di riprese dall'alto a seguire, la cui funzione panoramica (per non dire turistica) è difficile da negare. Saldamente legato al territorio in cui è ambientato (qui rappresentato in maniera realistica e puntuale, a differenza di come avviene in pellicole come "La valle dei sorrisi"), "Ultimo schiaffo" sembra costantemente alla ricerca del genius loci della realtà che mette in scena, inseguito con le suddette numerose panoramiche, quasi come se il mondo gelido e immoto in cui Petra e Jure (e Nicola) si agitano comunicasse spontaneamente lo stesso fatalismo che Oleotto ha impresso nella sceneggiatura. La decisione di intrappolare l'intera pellicola (a eccezione del finale, non a caso ambientato altrove) all'interno dei due estremi della medesima sequenza mostra però come tale andamento fatale del racconto sia stato costruito in primis in sede di montaggio, a posteriori, col fine di creare una gabbia in cui i protagonisti possono solo correre in circolo come criceti. C'è molto di più in questo mondo di contrasti fra il bianco della neve e lo scuro degli edifici che Matteo Oletto ha messo efficacemente in scena: purtroppo, a noi, come a Petra e Jure, non è dato conoscerlo.
cast:
Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta, Giovanni Ludeno, Giuseppe Battiston, Davide Iacopini, Carla Manzon
regia:
Matteo Oleotto
distribuzione:
Tucker Film
durata:
101'
produzione:
Tucker Film, Staragara I.T., Spok Films, Rai Cinema
sceneggiatura:
Pier Paolo Piciarelli, Matteo Oleotto, Salvatore De Mola
fotografia:
Sandro Chessa
scenografie:
Vasja Kokelj
montaggio:
Giuseppe Trepiccione
costumi:
Ginevra De Carolis
musiche:
Luca Ciut